L'Università lasciata solo a se stessa non funziona, domande alla Crui.
Il Foglio, 28.04.04
Al direttore – Abbiamo letto il documento della Commissione Cultura della CRUI, pubblicato sul FOGLIO di giovedì scorso e, come dice il commento di Marina Valensise, firmato da “docenti di sinistra e moderati illuminati".
Siamo d'accordo con Marina Valensise che il documento è un segno di disponibilità nei confronti della riforma Moratti e che abbassa i toni di una protesta accesa, spesso solo orientata al mantenimento dello status quo. Tuttavia siamo anche alquanto perplessi circa l'idea di università che nel documento si esprime e ancora di più sui provvedimenti, attraverso i quali si ipotizza il cambiamento.
"L'università è e deve restare pubblica...".
Che cosa significa?
Cattolica e Bocconi, per esempio, sono pubbliche? Secondo noi, sì, sebbene
nascano da una iniziativa privata, non universitaria, la quale mantiene un ruolo
decisivo nella loro conduzione. L'idea, sempre espressa nel documento, che
l'università debba governarsi e, in pratica, generarsi al suo interno è
appunto idealistica, fondata su una immane presunzione, quella della cultura
universitaria come demiurgo del bene e dello sviluppo comune. Ma non è così e
quanto è successo dal '68 in avanti lo dimostra. L'università statale,
lasciata ad autogovernarsi, non ha saputo resistere alla pressione sociale ed è
affogata in essa, rendendosi sostanzialmente invisibile quale fattore di
costruzione e promozione della società.
I docenti universitari italiani, quando parlano delle difficoltà della loro istituzione, lo fanno come se questa fosse sulla Terra e loro su Marte. Essi ne sono i primi responsabili, perchè la governano, gelosissimi della loro autonomia. Diranno che no, che le università sono pochissimo autonome in quanto tutto è determinato dallo stato.
Ma anche qui bisogna intendersi. Se per autonomia si intende avere più soldi dallo stato per farne quello che si vuole, per, come si dice, essere liberi di fare ricerca e insegnare, i docenti universitari hanno ragione. I soldi dello stato sono veramente pochi, tutti "mangiati" dagli stipendi (bassi!). Ma se autonomia significa anche che i soldi bisogna procurarseli ed amministrarli con criterio, distribuendoli cioè all’interno dell’ateneo a seconda delle strategie di sviluppo che l’ateneo stesso dovrebbe darsi, allora i docenti hanno meno ragione. Se invece per autonomia si intende che non ci debba essere alcun controllo dall'esterno dell'università su concorsi, carriere e valutazioni, allora i docenti hanno torto marcio poichè, per quanto possibile, questo tipo di autonomia c’è e alla grande. Sempre concorsi e distribuzioni di fondi sono condizionati da logiche di spartizione ed equilibri accademici, a volte anche al di là del merito.
L'istituzione di un sistema di valutazione delle università,
se affidato a soli universitari, potrà essere un passo avanti, ma piccolo, in
quanto ripete la stessa logica.
Le università non nascono, né si sviluppano come funghi. Sono il prodotto
della cultura e della volontà di tutta la società. E' pertanto assai difficile
pensare a un futuro migliore per l'università italiana continuando a lasciare
le componenti sociali più vive, più "imprenditrici", fuori dalla
porta, non solo del governo, ma anche dell'insegnamento e della ricerca. La
proposta Moratti di posti a contratto è fondamentale per gli scambi, che
dovrebbero investire anche la docenza.
Sempre sulla docenza, lascia pure perplessi l'istituzione ipotizzata dal documento CRUI del "professore di valore eccezionale". Il titolo fa francamente un po' ridere. Si capisce che la proposta è fatta per "movimentare" la posizione a vita, facilmente cristallizzabile, degli ordinari, valorizzandone le punte di eccellenza. E' facile tuttavia che tale "movimentazione" e “valorizzazione” sia solo accademica, con le corse e i metodi che già si conoscono. Gli incentivi reali sono i soldi (sì, i soldi!), questi effettivamente previsti nella proposta della commissione, e poi la fama, la stima, i premi, la consapevolezza della utilità e della necessità del proprio lavoro. Si permetta che tali incentivi esistano e si scuota la polvere dall'accademia, anche se francese.
Dicevamo all'inizio che eravamo d'accordo sul fatto che il
documento della Commissione Cultura della CRUI fosse un segno di disponibilità.
Infatti si parla fievolmente di mettere in discussione il valore legale del
titolo di studio, ovvero di cominciare a prendere in seria considerazione quanto
detto sopra. Speriamo.
Giancarlo Cesana, Walter Maffenini, Antonio Pesenti,
Giorgio Vittadini
Università
di Milano Bicocca
Daniele Bassi, Piero Attilio Bianco, Roberto Pretolani,
Carlo Soave
Università
degli Studi di Milano
Marco Ferrario, Ugo Moschella
Università
dell’Insubria