«Fondi
alle università, cambia tutto Contributi anche in base
ai risultati»
Il
ministro Moratti: studenti fuori corso, ricerca, lavoro,
così finanzieremo gli atenei «La protesta di piazza?
Resistenze culturali, la riforma della scuola non si
ferma»
«Siamo partiti dall’analisi del capitale umano, la
più grande ricchezza del Paese: la valorizzazione delle
potenzialità di ciascun individuo in senso umano,
culturale, sociale e professionale. Bisognava investire
nella conoscenza, smontare un sistema dirigista,
"prescrittivo" e creare opportunità». Letizia Moratti
inizia così, quasi a riassumere il senso di tutta
l’operazione, dopo due anni e mezzo di interventi che
stanno rivoluzionando scuola, università e ricerca. È
«pronta al dialogo» ma altrettanto decisa ad andare
avanti «oltre le resistenze culturali, basate su una
concezione di scuola che detta regole e standard uguali
per tutti, non premia le attitudini e le capacità dei
singoli e non va incontro alla libertà di scelta delle
famiglie». E per la prima volta traccia il disegno
complessivo del suo operato: «È un’unica filiera che
deriva dagli stessi principi, non stiamo parlando di
qualcosa d’astratto», precisa il ministro
dell’Istruzione. Quanto a questo, l’ultima novità in
preparazione è destinata a rivoltare come un guanto il
mondo accademico. Cambia il sistema dei finanziamenti
alle università: «Vogliamo che siano valutate e
sostenute in base ai risultati». In che modo,
signor ministro? «Finora i soldi venivano
distribuiti in base al numero di iscritti ma non
funzionava, non si incentivavano gli atenei a
migliorare. Abbiamo un tempo medio di laurea superiore
ai 7 anni e il 65 per cento dei ragazzi abbandona gli
studi, in gran parte al primo anno. Ora c’è una bozza di
provvedimento che abbiamo inviato alla conferenza dei
rettori... Certo, bisognerà dare tempo, fare
sperimentazione, studiarla insieme agli atenei. Ma in
sostanza cambia tutto. Ci saranno quattro parametri e
giudicherà il comitato nazionale di valutazione del
sistema universitario». Quali?
«Per il 30 per cento i finanziamenti saranno
dati ancora in base al numero di iscritti, ma con una
differenza fondamentale: non saranno calcolate le
matricole e i fuori corso. Così le università dovranno
attrezzarsi per un servizio di tutor che eviti gli
abbandoni, e se non riusciranno a laureare i ragazzi se
li terranno in carico». Daranno la laurea
a tutti? «No, perché un altro 30 per cento
dei fondi sarà calcolato sui risultati dei ragazzi:
quanti sono in corso, quanti trovano lavoro entro un
certo periodo di tempo...». E il resto?
«Il 30 per cento dipenderà dai risultati
della ricerca dei singoli atenei. E il 10 che resta sarà
riservato a incentivi, valutando caso per caso...».
Perché parlava di «filiera»?
«L’obiettivo di tutti gli interventi è
valorizzare le possibilità di ciascun individuo. Era
naturale che si partisse dalla scuola, insistendo sulla
centralità dello studente...». Perché,
prima non era così? «All’inizio ho trovato
un valzer di supplenze: i ragazzi arrivavano a settembre
e fino a gennaio, talvolta a marzo, non trovavano un
maestro o un insegnante fisso. In uno dei primi decreti
abbiamo fissato le graduatorie al 31 luglio, in agosto
si sono assunti 62 mila insegnanti, il primo settembre
per la prima volta i docenti erano in classe e pagati.
Abbiamo lavorato per una scuola più libera e autonoma,
meno centralista, capace di educare e trasmettere
valori...». E come si spiega le proteste?
«Credo ci siano resistenze culturali, in
fondo è la prima riforma complessiva dai tempi di
Gentile». Un esempio di queste
resistenze? «Le polemiche sul tempo pieno,
che in parte dipendono da disinformazione e in parte
sono dovute a una concezione culturale diversa.
Altrimenti non si spiegherebbe, visto che le ore restano
le stesse: 40. La differenza è che noi diamo libertà di
scelta alle famiglie perché possano personalizzare il
percorso di studi e orientare il ragazzo verso materie
dove deve recuperare o al contrario è assai dotato.
Dall’altra parte la concezione è: la scuola deve
decidere per le famiglie». Si sospetta
l’abbiate fatto per risparmiare. Gli organici degli
insegnanti saranno calcolati su 27 ore settimanali, 30 o
40? «I provvedimenti attuativi della legge
sulla scuola precisano che gli organici sono calcolati
sulle 40 ore. Si confermano gli organici attuali».
Altra questione: alle superiori si crea
una scuola classista e chi va al professionale, al di là
della possibilità teorica, non farà mai il passaggio al
liceo. «Non è vero. La provincia di Trento
ha iniziato la sperimentazione e i risultati sono
ottimi: non c’è passaggio da licei a istituti
professionali, c’è passaggio da istituti professionali a
licei». E l’università?
«Anche qui abbiamo cercato anzitutto di
rimettere al centro lo studente. Deve avere la
possibilità di laurearsi bene, in tempo e con sbocchi
concreti. Vogliamo un’università efficiente, efficace e
qualitativa. Anche il concorso nazionale eviterà i
localismi che hanno abbassato la qualità dei docenti.
Agli insegnanti chiediamo più impegno - almeno 120 ore
di insegnamento ai ragazzi su 350 di didattica - e al
contempo li liberiamo: liberi di fare ciò che vogliono,
professioni, altre ore nell’ateneo, purché garantiscano
il numero minimo di ore». E le proteste
dei ricercatori? «Un po’ c’è paura del
cambiamento, un po’ la vecchia mentalità del posto
sicuro». L’accusano di creare precari...
«È l’esatto contrario. Ora è una piramide
rovesciata, ci sono troppi ordinari e associati e pochi
ricercatori. Noi vogliamo assumere giovani ricercatori».
Con il contratto di 5 anni più 5 non
rischiano di diventare vecchi? «Anzitutto
non parliamo di co.co.co. ma di contratti a tempo
determinato. E poi, calcolando la laurea, il dottorato e
al massimo due contratti, potranno diventare professori
intorno ai 35 anni. Se in base al dibattito e al
confronto con il mondo accademico e parlamentare cinque
anni risultassero troppi, potremmo diminuirli. Del resto
se uno è bravo potrebbe essere assunto anche dopo un
anno, mentre adesso la media dei ricercatori è sui
cinquanta». Resta la ricerca...
«Abbiamo portato la percentuale pubblica
dallo 0,53 allo 0,65 del pil, la media europea è lo
0,66. I principi si ripetono: valutazione della qualità
e delle ricadute socioeconomiche, niente finanziamenti a
pioggia...». D icono
abbiate tagliato i fondi. «E’ falso, e non è
questione di opinioni. Parlano i bilanci ufficiali. La
scuola: il bilancio 2001 era 35,7 miliardi di euro, nel
2002 è salito a 37,7, nel 2003 a 39,7. In tre anni lo
abbiamo aumentato di quattro miliardi di euro...».
In totale. Ma la scuola pubblica?
«L’aumento si riferisce proprio alla
componente statale del sistema pubblico. Nel bilancio, i
soldi alle scuole paritarie sono rimasti gli stessi».
Un problema di «percezione» come l’euro?
«No, la percezione non c’entra nulla. È solo
cattiva informazione. Anche il fondo ordinario di
finanziamento dell’università era di 5,8 miliardi nel
2000, prima che arrivassi, e ora è di 6,5 miliardi.
Questi sono dati». Come ha convinto
Tremonti ad aprire i cordoni della borsa? Ha avuto
problemi? «No, nel modo più assoluto. I
problemi semmai li ho ereditati dal passato: debiti,
leggi di spesa non coperte.... Al ministero ho trovato
un’eredità pesante». Tipo?
«Quest’anno in Finanziaria ho avuto 500
milioni di euro, e 375 sono serviti a coprire i debiti
sulle convenzioni del ministero per i lavori socialmente
utili. Avevano firmato contratti da 60 mesi e ne avevano
pagati 12. Altro esempio: 70 mila bidelli passati dagli
enti locali allo Stato senza copertura. Debiti che ho
dovuto pagare». Ora ci saranno scioperi,
manifestazioni. Cosa farà? «Dialogo,
dialogo, ancora dialogo. E disponibilità a modificare
ciò che non funziona. Lo ripeto: la riforma è
flessibile, parte come sperimentazione, nel giro di 18
mesi vedremo le cose che funzionano e quelle che non
funzionano. E nel frattempo continuerò a confrontarmi e
ad ascoltare tutti».