«La
riforma Moratti dà futuro agli atenei»
Roversi
Monaco (presidente del Consorzio AlmaLaurea)
difende una legge
che «smantella privilegi, premia chi
produce e
riduce gli sprechi»
Da
Bologna Stefano Andrini ,
Avvenire 28/02/04
«La
riforma Moratti è una buona risposta alle reali esigenze dell'Università
italiana». Così Fabio Roversi Monaco, a lungo rettore dall'ateneo di Bologna e
ora presidente del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, entra nel merito del
dibattito che divide il mondo accademico.
Perché tante critiche?
Quando si è toccata la riforma delle carriere, anche da parte di ministri
provenienti da aree politiche e ideologiche diverse, si è levato un coro di
persone (non la maggioranza, ma quelle che urlano di più), coordinate dai
sindacati e organizzate in associazioni corporative. Ma in questo caso stiamo
discutendo non degli interessi di categoria ma di una questione, quella della
ricerca e della formazione a livello universitario, che riguarda l'intero Paese.
Qualcuno denuncia il possibile incremento
del precariato con la ricerca "co.co.co."
Lo può sostenere solo chi non conosce i numeri. Nel 1980 l'Università
italiana, che era più forte e competitiva di quella odierna, contava 2.280
professori ordinari di ruolo. Alla fine degli anni 80 i professori sono
diventati 35.000 grazie a una legge lassista che diede il via a un sistema di
"quiz" che "sistemò" praticamente tutti i vecchi
assistenti. La conseguenza è che oggi ai 35.000 professori ordinari e associati
occorre aggiungere oltre 20.000 ricercatori, tutti con una garantita stabilità
di impiego. Un sistema in cui, assieme a validi ricercatori che lavorano, c'è
una massa di persone che una volta entrata nei ruoli si siede. Tutti si
considerano "colonnelli", le strutture non hanno più tecnici laureati
e personale di supporto. L'esigenza di cui la riforma si fa interprete è quella
di uscire da questa situazione che in Italia ha proporzioni scandalose e assorbe
le risorse destinate all'università. < BR>La
cancellazione del tempo pieno è un attentato al mestiere di docente
universitario?
I docenti a tempo pieno sono il 93%. Poiché le norme non consentirebbero una
serie di attività che invece essi svolgono, è tutto un fiorire di cooperative
e associazioni intestate alle mogli e ai figli. La distinzione tra tempo pieno e
tempo definito non ha alcun significato: lo testimoniano gli studi secondo i
quali non c'è una maggiore produttività scientifica da parte dei professori o
dei ricercatori a tempo pieno. Aumentando il numero di ore destinate alla
didattica per ciascun professore non si fa violenza alla ricerca. Semplicemente
si sottolinea un maggiore impegno. Che corrisponde tra l'altro a uno stipendio
che aumenta.
Come giudica l'articolazione del
trattamento economico in una parte fissa e in una variabile?
Per coloro che sono in servizio la parte fissa rimane tale. Non capisco allora
perché stracciarsi le vesti se introduciamo anche nell'università un minimo di
flessibilità retributiva. A mio parere è giusto che chi produce di più abbia
una parte maggiore.
Qualche suggerimento al ministro?
Occorre prevedere una via di uscita per coloro che, trascorso un periodo
precario come ricercatori, non riescono a entrare nei ruoli. Per esempio
potrebbero essere immessi nella scuola, o nelle pubbliche amministrazioni
statali e regionali.
Il settimanale "Tempi" ha
chiesto a Ciampi di seguire l'esempio di Lord Hutton che in Gran Bretagna ha
mediato tra Blair e la Bbc.
La mia fiducia nel presidente Ciampi è totale, potrebbe essere davvero il Lord
Hutton italiano in un contenzioso, come quello sull'università, che è tutto
ideologico.