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Newsletter 12/2004

Aggiornamento: Gli studenti giudicano la protesta dei ricercatori: Il fattore dimenticato  -   Sul blocco della didattica.

RICERCATORI, BENE COMUNE DELL'UNIVERSITA' E BENE LORO

Negli ultimi anni l'Università sta vivendo continui e, forse, troppo ravvicinati processi di cambiamento. Non vi è però dubbio alcuno che, dopo vent'anni di immobilismo, fosse necessario procedere alla riforma degli ordinamenti didattici e alla definizione del nuovo stato giuridico dei docenti.

La rapidità e l'intensità dei mutamenti proposti dal Ministero e all'esame del parlamento lascia sempre qualcuno scontento….In vista dell'apertura dell'anno accademico le corporazioni e le lobbies degli scontenti si stanno muovendo. In particolare i ricercatori universitari propongono di bloccare l'attività didattica, rifiutando di assumere gli incarichi di docenza per i quali hanno fatto domanda.

La protesta, che potrebbe avere conseguenze serie sull'attività didattica e di cui pagherebbero il prezzo solo gli studenti, nasce dall'approvazione il 31 luglio u.s. da parte della Commissione cultura della Camera del DDL "Delega al Governo per il riordino dello stato giuridico dei professori universitari", i cui contenuti sono da tempo noti nelle linee generali. Tra i molti punti innovativi del DDL, alcuni condivisibili e altri no (ad esempio perché abolire il tempo definito), è prevista la messa ad esaurimento del ruolo di ricercatore; ai ricercatori attuali verrebbe attribuito il titolo di "professore aggiunto", previa valutazione dell'attività svolta da parte delle facoltà. L'altro aspetto contestato è relativo al reclutamento delle nuove leve, che verrebbe "precarizzato" con contratti di ricerca al massimo di otto anni (ma oggi il percorso non ci sembra né molto diverso né più corto): i "contrattisti" potranno accedere al ruolo di professore associato con concorso nazionale.

La nostra impressione è che chi protesta (ad esempio il Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari) non lo faccia tanto per difendere i giovani che oggi sono in posizione precaria o il bene comune dell'università, ma anzitutto i propri interessi (il bene loro). Siamo quindi contrari a questa protesta di categoria che assomiglia, purtroppo, a quella dei tranvieri, perché ne faranno le spese solo gli studenti-utenti.

Partiamo dalla constatazione che esistono due tipi di ricercatori. Il primo è quello degli over 50 anni, che in genere è diventato ricercatore nel 1982 ope legis, dopo aver svolto almeno due anni di borsa di studio: questi sono circa 7.000, il 35% del totale e vedono scemare di anno in anno le possibilità di passaggio ad associato. Il secondo tipo è composto da giovani che sono diventati ricercatori con regolare concorso, di cui oltre 11.000 negli ultimi 5 anni (trovate qui i dati aggiornati al 2003). La messa ad esaurimento del ruolo non nuoce ai più giovani, che generalmente sono al primo gradino della carriera ed hanno buone prospettive di passare ad associato, ma alla categoria degli over 50 che, salvo eccezioni, è costituita da persone con limitata produzione scientifica (tant'è vero che in oltre 20 anni non sono riusciti a vincere un concorso per associato…). A questi il DDL riconosce la funzione docente (il titolo di professore) per la quale si sono da lungo tempo battuti, senza che abbiano fatto neppure un concorso, ma solo per giudizi sull'attività svolta. Inoltre il DDL stabilisce per loro una riserva di posti del 15% nei prossimi concorsi ad associato.

Per quanto riguarda il reclutamento dei giovani docenti, il DDL prevede che si possano fare contratti di ricerca per un periodo massimo di 8 anni, compreso il dottorato di ricerca. Sono tempi paragonabili agli attuali 3 anni di dottorato + 4 di assegno post-dott. Dopodiché (o nel frattempo) ci si presenta direttamente al concorso di associato, saltando un gradino rispetto ad oggi. A regime è un sistema che può andare bene, ma il vero problema è costituito dai prossimi cinque-otto anni.

Bloccati i concorsi di ricercatore avremo un periodo di intasamento per le posizioni di associato. A queste concorreranno gli oltre 20.000 ricercatori attuali, alcune migliaia di attuali assegnisti e dottorandi, ecc. E' probabile che per molti anni gli attuali ricercatori giovani occupino tutti i posti, cui si aggiunge la "quota riservata" del 15% per i ricercatori con più di 5 anni di insegnamento. Ciò vuol dire che per diversi anni sarà molto limitata l'immissione di nuova forza docente e mancherà il ricambio di chi se ne va (oltre 10.000 colleghi hanno oggi oltre 62 anni). Sarebbe, quindi, addirittura auspicabile nei futuri concorsi ad associato riservare una quota a chi oggi non è ricercatore...

Il motivo della protesta è, in realtà, quello dei quattrini. La nuova legge prevede che tutti i docenti, compresi i ricercatori trasformati in professori aggiunti, siano obbligati a svolgere almeno 120 ore di didattica all'anno comprese nello stipendio base. Dunque molti ricercatori perderebbero la docenza pagata, e fin qui si può capire la loro protesta, ma se consideriamo che un ricercatore con 11 anni di anzianità guadagna quanto un neo associato, non si capisce perché un ricercatore debba essere pagato per ciò che un professore deve fare gratis: questi sono i perversi effetti di una giungla retributiva, anche se occorre ricordare che i docenti sono tutti mal pagati. Stiamo assistendo quindi ad una protesta, portata avanti da una minoranza sindacalizzata, su quello che riteniamo essere un falso problema, tesa solo alla difesa di diritti acquisiti.

Dunque, il vero punto debole del cosiddetto ‘precariato’, come di tutta la legge, è proprio quello dei quattrini. In generale, le buone riforme prevedono sempre dei cospicui investimenti. In particolare, se vogliamo introdurre dei contratti di ricerca a termine per i giovani, dobbiamo pagarli come si deve. Le attuali cifre - mediamente 1000 – 1200 euro al mese fra borse di dottorato ed assegni di ricerca - sono assolutamente inadeguate sia al costo della vita che al rischio di rimanere esclusi, alla fine, dalla carriera universitaria.

I problemi dell'Università sono molti: la dequalificazione dei corsi di laurea triennale, a volte ridotti al livello di corsi professionali, la mancanza di adeguate risorse finanziarie ed umane (la fuga dei cervelli, l'assenteismo di molti colleghi, ecc.), la incompleta autonomia degli atenei (che non possono neppure assumere i vincitori di concorso, pur in presenza di copertura finanziaria); la carenza di strutture didattiche e di ricerca, le scarse risorse per fornire servizi adeguati agli studenti, il mantenimento del valore legale del titolo di studio, che impedisce una reale differenziazione in base alla qualità dell’offerta didattica tra atenei, i quali sono poco incentivati ad assumere i docenti migliori.

La protesta dei ricercatori non ci piace perché antepone un problema di categoria al bene comune dell'università, distrarrà l'attenzione dai problemi veri, porterà ad una blindatura del DDL che in altri punti necessita invece di consistenti miglioramenti e modifiche. Stiamo assistendo quindi a un ulteriore passo verso lo sfascio dell'università.

La Redazione di Universitas - University



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