Il Corriere della Sera 20.1.2004
L’ultimo progetto: due pregi e qualche difetto
L’UNIVERSITA’ TENTA LA SVOLTA
di ANGELO PANEBIANCO
Da molti anni si parla della riforma dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari. Quando questo provvedimento verrà varato inciderà sulla fisionomia del corpo docente e condizionerà più di qualunque altro intervento, passato o futuro, il funzionamento del sistema di istruzione superiore, ossia di un settore strategico per lo sviluppo del Paese. E’ sconcertante che le prime reazioni venute dal mondo universitario al «disegno di legge delega» su questo tema presentato dal ministro Moratti siano state quasi tutte ostili. E’ sconcertante perché questo disegno, benché non perfetto, è comunque migliore di tutti i progetti fin qui circolati. I pregi sono soprattutto due. Il primo è di mandare in soffitta il ruolo di «ricercatore», un prodotto della follia sindacal-corporativa degli anni Settanta. Se il disegno passerà non si comincerà più la carriera accademica con il «posto di ruolo» (di ricercatore) ma con contratti di ricerca, e integrativi della didattica, rinnovabili una volta sola: chi nel frattempo non vince un concorso da professore cambia mestiere, come si usa in tutte le Università del mondo civile. Chi grida allo scandalo perché in questo modo si «precarizza» la fase iniziale della carriera dimentica che, per la sua natura, la carriera universitaria richiede massima flessibilità nella prima fase: solo dopo un certo tempo si può stabilire, sulla base dei risultati scientifici conseguiti, se la persona che ha iniziato il percorso possieda davvero i numeri per continuarlo. Il secondo pregio è di riformare il sistema dei concorsi. L’attuale è troppo difettoso: premiando quasi sempre i candidati locali (già incardinati nelle facoltà che bandivano il concorso) anche se poco meritevoli, si è spesso trasformato in una sorta di ope legis . Il disegno prevede, al posto del sistema vigente, commissioni nazionali che stabiliscano liste d’idoneità da cui le facoltà possano attingere. E’ difficile negare che il progetto Moratti sia, su questi aspetti, serio e innovativo, e prometta di ridare un po’ di vitalità a un corpo docente oggi alquanto anchilosato e burocratizzato. Non tutto convince, naturalmente. Tra i problemi aperti ne indico qui solo tre. Il primo riguarda il fatto che le 120 ore di insegnamento «frontale» previste sono troppe: se si insegna troppo si insegna male, senza preparare seriamente i corsi. Il secondo riguarda il fatto che oggi, fra laurea triennale, laurea specialistica e dottorato di ricerca, un giovane arriva al primo gradino della carriera (il contratto di ricerca previsto dal disegno) troppo tardi, alla soglia dei trent’anni. Bisognerebbe allora permettere che accedano ai contratti di ricerca anche i dottorandi, ai quali spetterebbe l’onere di preparare il dottorato e adempiere contemporaneamente agli obblighi previsti dal contratto. Come è prassi in tante Università occidentali. Il problema più grave, però, riguarda i finanziamenti. Le Università non hanno abbastanza soldi per i contratti. Senza un forte investimento iniziale da parte del ministero il progetto abortirebbe. Inoltre, se si rende flessibile la prima fase della carriera, come è giusto, bisogna però introdurre una compensazione: ossia pagare molto bene i contrattisti (certo più di quanto oggi prenda un ricercatore di prima nomina). Altrimenti, c’è il rischio che, mal pagati e senza certezza di carriera, i giovani più brillanti vadano altrove lasciando il posto ai mediocri. Riuscirà il ministro a farsi dare da Tremonti le risorse necessarie? Di questo, oltre che di altri aspetti del disegno sicuramente migliorabili, bisognerebbe che i professori discutessero pacatamente. Senza pregiudiziali ideologiche, barricate o girotondi.