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Forum
Disegno di Legge Delega sulla riforma dello stato giuridico dei professori universitari.
Tre punti da cambiare e tre punti da salvare.
14/03/2004
Cosa
speriamo dall'Università?
Gaetano Lamanna, Universitas Univerity Bologna
Anche in Università si discute ed è un bene a patto che non si prescinda dai
dati.
La proposta di legge sulla Riforma dello Stato giuridico dei Docenti ha fatto
emergere posizioni molto diverse. Tra queste alcune suggeriscono, addirittura,
di rifiutare in toto il disegno di legge, il che si traduce con il considerare
accettabile l'attuale situazione.
Questi i dati: l'età media dei ricercatori delle Università italiane è di 46
anni, i ricercatori in ruolo con età inferiore a 40 anni sono circa un terzo
(6942) dell'intero organico (20900) e sono in numero inferiore ai ricercatori
con più di 50 anni (7570). I loro compiti, relativamente a didattica e ricerca,
sono sempre più simili a quelli dei professori, mentre rimane marcatamente
differente il trattamento economico. Questa estensione dei compiti di docenza ai
ricercatori è dettata più dallo stato di necessità che da effettivi meriti ed
è volta a fare fronte alla proliferazione dei compiti cui l'Università deve
assolvere in una società moderna. L'equivoco di una promozione di massa sul
campo senza verifiche ha generato una ulteriore serie di anomalie: è
sempre più raro trovare un ricercatore che, dopo 10 anni di permanenza in
questo ruolo, svolga ancora un impegno prevalente per la ricerca; è
sempre più difficile trattenere in Università risorse umane per creare nuovi
gruppi di ricerca di persone motivate ed "al passo" con i tempi. Tra i
ricercatori, inoltre, l'iniziale equivoco ha introdotto giustificate turbative:
perché un ricercatore di 46 anni, questa è l'età media, deve fare quello che
fa un professore coetaneo senza avere pari diritti e pari trattamento economico?
Che motivo c'è per non cercar di correggere questo quadro?
Anche per i giovani che fanno ricerca la situazione è da giudicare in base ai
dati. Nell'Ateneo di Bologna, ad esempio, ogni anno vengono banditi circa 250
posti per Dottorato di ricerca e se a questi aggiungiamo i concorsi per borse
post-dottorato e per assegni di ricerca, sono più di 400 i giovani che iniziano
a lavorare come precari. Quanti di questi riescono ad entrare nel ruolo di
ricercatori dopo almeno 6-7 anni? Forse venti, forse trenta, magari quaranta
nella migliore delle ipotesi. Se è già così perché scandalizzarsi tanto se,
con la riforma proposta, la figura di chi fa ricerca è pensata con un contratto
a termine?
La posta in ballo è alta ed è sempre più chiaro che non si tratta appena del
precariato dei giovani ricercatori ma di quale Università si voglia.
E' allarmante vedere in prima fila contro l'intero disegno di legge qualche
docente e addirittura qualche personalità con alti ruoli istituzionali
all'interno degli Atenei. Che responsabilità si esprime con questo
atteggiamento che addirittura rifiuta un dialogo per migliorare le proposte
presentate? La Conferenza dei Rettori ha prodotto un documento dettagliato sul
Disegno di Legge in questione ed in questo documento vengono individuati i punti
critici e suggerite diverse soluzioni alternative.
Eppure c'è chi vuol andar contro comunque. Viene da pensare, allora, che il
problema sia di schieramento politico e che, inasprendo i toni, si speri di
contribuire alla causa di questo o quel partito.
All'Università questa confusione voluta da pochi non conviene.
E' tempo che si riprendano le discussioni a partire da quello che l'Università
è per la società civile: un ambito educativo per l'alta formazione. Occorre
facilitare i nessi con le realtà pubbliche e private incentivando l'erogazione
di fondi destinati alla ricerca e all'alta formazione. Occorre precisare la
responsabilità dei docenti in questo nuovo possibile scenario, semplificando i
termini del rapporto giuridico con l'Università. Occorre valorizzare le risorse
umane presenti negli Atenei italiani consentendo anche un adeguato trattamento
economico. Occorre sperimentare nuove forme di amministrazione che vedano
l'Università non più come un patrimonio di Professori, ma della Società
Civile. Ed è la Società Civile che si deve riappropriare dell'Università,
sapendo che formazione e ricerca costituiscono un investimento straordinario per
la propria sussistenza, per sviluppare il quale occorrono risorse finanziarie.
Ad esempio non si può pensare che il compenso dell'attuale assegno di ricerca
(contratto biennale di ricerca) sia sufficiente per sostenere una attività di
ricerca pluriennale, così come non si può sperare di mantenere un così basso
finanziamento alla ricerca nazionale o che siano così sporadici e difficoltosi
i finanziamenti provenienti da privati.
E' auspicabile che il dibattito acceso negli Atenei più che su posizioni
ideologiche e demagogiche si concentri sulla formulazione di proposte che
migliorino il Disegno di Legge presentato. Solo così è possibile sperare che
l'Università Italiana mantenga il passo del contesto internazionale.
L'alternativa è quella dell'autoreferenzialità per il timore di confrontarsi
con le richieste della società civile. Auguri..
9/03/2004
Cara
redazione ecco il mio modesto contributo sui punti da salvare e quelli da
bocciare (due + due). Saluti, Piero Morandini.
2 punti da salvare
art.1a-2
Positiva la presenza di commissari da università europee che siano designati
dai rispettivi atenei.
art.1i
Positivi i contratti a termine SOLO se
1)
possono essere definiti in maniera autonoma dalle università e con
remunerazione almeno superiore a quella degli attuali ricercatori neoconfermati,
variabile a seconda dell'ateneo (non imposta dal ministero) per innescare un
minimo di competizione.
2) vanno a sostituire e NON ad aggiungersi ad assegni di ricerca, contratti e
assegni vari
3) danno la possibilità di accedere a tutte le forme di finanziamento (es.
COFIN).
Solo così si potranno attirare molti elementi validi e effettuare una
selezione. Inoltre si preveda che il rinnovo del contratto non sia la
norma (sia in positivo che in negativo) ma che l'assunzione in ruolo possa
avvenire di fatto, previa idoneità nazionale, anche entro pochi anni (2-3)
dalla firma del primo contratto
2 punti da bocciare/criticare
art. 1n
Fumosa e incongruente la definizione dell'impegno connesso con la parte fissa
dello stipendio, retribuzione che sarebbe correlata "all'espletamento delle
attività scientifiche e all'impegno per le altre attività, fissato in 350 ore
annue, di cui 120 di didattica frontale."
Se uno fa il conto delle ore (oltre le 120 ore di didattica frontale) sommando
tutte le riunioni ufficiali (CCD, dipartimento, sicurezza, gruppi vari&),
gli esami (laurea, esercitazione e profitto) è chiaro che per la parte della
ricerca, che è fondante per la vita stessa dell'Università (in quanto uno si
allena allo spirito critico per mezzo della ricerca e lo trasmette
nell'insegnamento), rimane ben poco.
E' chiaro ed evidente inoltre che per la parte variabile dello stipendio la
legge non sembra prevedere, almeno per adesso, alcuna copertura finanziaria.
art. 1m
Perché abolire il tempo parziale? Il rischio è che in certi ambiti
professionali molti facciano un'attività professionale trascurando i loro
obblighi di docenti (come prima) ma ricevendo uno stipendio uguale a quelli che
dedicano molto più tempo all'università.
Inoltre questo è un chiaro aggravio economico per l'università che invece
potrebbe usare parte di queste risorse per la parte variabile dello stipendio
degli altri docenti.
E' giusto prevedere la possibilità di svolgere attività esterna (nei modi
stabiliti per legge) ma è utopico pensare che professori a tempo parziale, a
fronte di una richiesta di 120 ore di didattica frontale, decidano di rinunciare
alla loro posizione per passare a contratti a tempo determinato per
l'insegnamento (comma 1f) . E' più probabile che continuino a mantenere la loro
posizione (con l'aumento di stipendio) senza un miglioramento della didattica o
ricerca.
Immagino questo tipo di problemi sia presente in tutto il mondo e che esistano
modi per affrontarlo. Abolire semplicemente la distinzione senza
introdurre norme e criteri mi sembra pericoloso, almeno in Italia.
12/02/2004
Dagli amici di Macerata
inviamo alcune nostre prime riflessioni
Tre punti da salvare:
1) concorso su base nazionale purché
con cadenza improrogabilmente biennale e con una quota incrementata superiore al
20% per garantire maggiore libertà di scelta agli Atenei e che sia garantito il
diritto delle Facoltà di non chiamare.
L'idea migliore - ma adesso non praticabile in quanto incostituzionale - sarebbe
quella di Giancarlo Cesana di eliminare i concorsi e prevedere le chiamate da
parte delle Università sulla base di criteri dalle stesse stabiliti.
L'esperienza dei concorsi locali non è stata positiva, perché i concorsi si
accavallano gli uni con gli altri e questo impone spesso
"contorsionismi" accademici che non sempre conducono a conferire
idoneità in base al miglior valore scientifico dei candidati.
2) durata della idoneità scientifica non superiore a cinque anni: la durata attuale triennale è troppo limitativa, anche per le Università, perché può accadere che un idoneo potrebbe in teoria essere chiamato, ma vi sono difficoltà temporanee (pensionamenti imminenti, mancanza temporanea di budget)
3) tempo determinato: è giusta l'idea della valutazione dell'idoeno dopo una sorta di periodo di prova che consenta anche l'accertamento in concreto della attitudine alla didattica. Vi devono però essere criteri oggettivi per la mancata conferma o immissione in ruolo, per evitare l'arbitrio nei consigli di facoltà e per salvaguardare la libertà della ricerca
Tre punti da cambiare
1) metodo legislativo: una riforma come questa non si può fare con una legge delega, lasciando ai funzionari dei ministeri una materia così delicata
2) uso delle collaborazioni coordinate e continuative (cd co.co.co.) e quindi di una fattispecie atipica che non ha collocazione legislativa né tanto meno tutele (specialmente dopo il decreto 276/03) per i contratti di ricerca (cd 5+5); sarebbe allora meglio un contratto a tempo determinato definito all'interno di uno schema di contratto tipo nazionale per evitare disparità o distorsioni troppo accentuate tra ateneo ed ateneo.
3) mancata previsione di una "spendibilità" consistente nel mondo del lavoro (insegnamento, p.a.) delle esperienze universitarie: ora un dottorato conta infinitamente meno della SISS per l'insegnamento e questo è scandaloso, perché significa svilire in modo incomprensibile un'esperienza di ricerca e di didattica universitaria, rispetto ad un modello di insegnamento burocratico e non necessariamente formativo.
Paola Olivelli, Ermanno Calzolaio, Andrea Simoncini
06/02/2004
Dal gruppetto Universitas di Catania
(Franco Riggi, Matteo Negro, Raffaele Bonomo, Sergio Cristaldi, Salvo Ingrassia,
Catia Petta, Ugo Becciani)
Tre punti da salvare:
1. Attraverso la comparazione nazionale, tentativo di rendere meno periferico (e
anche meno clientelistico)l'accesso all'idoneità (vedi art.1, a);
2. Possibilità di convenzioni con soggetti pubblici e privati per finanziare
cattedre e programmi di ricerca (art.1, g-h)
3. Flessibilità nel trattamento economico dei professori, che, se perfezionata,
potrebbe contribuire ad un'autentica e sana spinta competitiva fra atenei ed
incentivare la qualità (art.1, n)
Tre punti da cambiare:
1. Eccessiva provvisorietà e labilità del rapporto di lavoro, sia del docente
di ruolo (il tempo della verifica è troppo lungo e la conferma rischia di
essere condizionata alle esigenze di bilancio), sia dei contratti a termine per
ricerca e didattica integrativa (dopo 10 anni di lavoro, in età ormai adulta,
si rischia di rimanere a piedi e senza la vera
garanzia di una corsia preferenziale nella p.a.) (art.1, d, i). In queste
condizioni è presumibile una maggiore ricattabilità del docente.
2. Inadeguata definizione di alcuni termini (durata, contribuzioni
previdenziali...) della mobilità relativa a figure non strutturate (docenti
della scuola superiore particolarmente competenti, figure professionali di lunga
esperienza...) ma con adeguati titoli nella ricerca e nella didattica, le quali
stipulino contratti di diritto privato (art. 1, f, t)
3. Nebulosità attorno ai criteri di massima relativi alla formazione delle
commissioni giudicatrici dei concorsi nazionali abilitanti, la cui
determinazione è necessaria per evitare il rischio di un'eccessiva
centralizzazione culturale e politica (art. 1, a)
Prof. Matteo Negro
Dipartimento di Analisi dei Processi Politici Sociali e Istituzionali
Universita' di Catania
5/02/04
Caro
Daniele, in risposta alla tua mail sulla riforma Moratti in cui richiedevi 3
punti da salvare e 3 punti da cambiare ti invio le mie – un po’ disordinate
– riflessioni. Disordinate perché non riesco ad organizzarle secondo lo
schema che hai richiesto in quanto a me sembra difficile salvare il decreto. Non
penso infatti che l’Università italiana
possa veramente risollevarsi con questa cura. Capisco la preoccupazione
di non essere contro a tutti i costi, ma lascio a voi l’onere di individuare i
punti positivi.
Detto
questo, ammetto di non conoscere molto bene i sistemi di reclutamento europei a
cui in qualche modo si fa implicito riferimento, ma avendo lavorato per 4 anni a
Yale University credo di conoscere abbastanza bene quello americano, a
cui spesso si ispirano svariate presunte argomentazioni che riguardano la
ricerca scientifica ed il reclutamento.
In base
a quella esperienza, e ormai alla decennale esperienza cagliaritana – di cui
tre anni passati nel Consiglio di Amministrazione dell’Università – ti
propongo tre brevi riflessioni su quelli che mi sembrano, a primo avviso, i
punti cardine del provvedimento in discussione:
Precarizzazione
dei ricercatori.
Lo scopo è meritorio e dovrebbe essere
quello di mantenere sulla corda i “giovani” (a dire il vero, chi arriva ad
essere un ricercatore assunto non ha mai meno di 30 anni e la media è sui 35:
sono giovani solo in Università) in modo da costringerli a produrre di più ed
impedire, in ogni caso, la permanenza in Università a chi proprio non
garantisce uno standard minimo.
Tuttavia bisogna notare
che:
1) Si
propone di istituire un sistema competitivo che ne scimmiotta altri senza però
avere il contorno altrui. In US – per esempio - c’è una forte
precarizzazione prima di entrare nei cosiddetti tenure track, ma i
giovani (30-35 anni) Assistant Professor sono messi in grado di fare il
loro lavoro. Ognuno ha: a) un proprio laboratorio attrezzato come necessario; b)
dei significativi fondi per la ricerca garantiti per circa due anni; c) libero
accesso ai cospicui fondi che l’NIH mette a disposizione dei singoli
ricercatori. Questo fa sì che un ricercatore che inizi sia messo in grado di
farsi valere (se vale). Qui invece, se ti va bene ti danno un bancone, una
scrivania ma zero soldi (cioè indipendenza) perché così – in realtà –
sei sempre attaccato al carro del tuo ordinario, che può essere più o meno
“illuminato” (e questa sua illuminazione incide sul tuo lavoro e carriera più
del tuo valore). Anche l’accesso ai fondi ministeriali (per non parlare di
quelli europei), che tutto sommato sta migliorando, tende a facilitare i grandi
progetti di chi ha già connessioni attive con altri gruppi e non chi invece se
le deve creare.
In
definitiva la proposta in questi termini è inaccettabile perché richiede ai
ricercatori una competizione senza che ci siano le condizioni reali per
competere. Prima si creino le condizioni e poi si instauri la competizione. Per
lo meno le due cose vanno fatte in contemporanea.
2)
Immaginiamo uno bravo, che pubblica e che, o perché bisticcia con l’ordinario
o perché ne ha uno un po’ isolato, non passa associato entro il tempo
previsto: cosa fa? Se è un avvocato, un commercialista o un ingegnerie non
faticherà più di tanto, ma se è un letterato o un biologo o un farmacista
come si ricicla a quarant’anni? Diciamo che sono fatti suoi e che è nel gioco
della selezione? E siamo sicuri che la selezione in questo modo la facciamo su
chi vale e non al ribasso su chi – per mille motivi – è più sicuro di
passare associato e si considera meno “precario”?
3) In
realtà non si capisce poi perché debbano esistere dei concorsi e non solo
delle idoneità aperte a tutti. Se si vuole favorire la competizione si
stabilisca un cutoff adeguato (alto e competitivo), chi lo raggiunge
abbia l’idoneità ad associato e, poi, quella ad ordinario. Il collo di
bottiglia dei concorsi è il vero aspetto nefasto del nostro sistema perché
rende obbligatoriamente sempre sotto ricatto i ricercatori (e poi anche gli
associati). Bisogna abolirli. La mia esperienza americana è che uno accetta la
competizione se sa di essere valutato per le sue capacità, e non per le mille
manfrine connesse, ed è adeguatamente ricompensato per i rischi che corre.
NB. In
sintesi: perché non prevedere i) 3 fasce di docenza (come nel resto del mondo)
con un vero e selettivo concorso di ingresso; ii) passaggi di fascia per idoneità
di merito; iii) potenziamento degli assegni di ricerca (che non sono altro che
la fascia dei ricercatori prevista dalla Moratti) da cui selezionare le tre
fasce di docenza.
Accentramento
dei concorsi.
Considerato
quanto detto sopra, la normativa andrebbe completamente rivista perché si
dovrebbe cercare di rendere il sistema effettivamente selettivo sui meriti
scientifici e didattici (che nessuna mai considera, purtroppo). Secondo me ci
vorrebbero dei criteri selettivi (finanziamenti ricevuti, pubblicazioni
accettate, impegno didattico, etc.) nazionali ed una commissione di valutazione
(con compiti poco discrezionali ma quasi notarili). Una volta che lo standard è
alto ed è garantito, la progressione ricercatore-associato-ordinario dovrebbe
essere automatica e non lasciata alle lobby locali e/o nazionali.
Fatte
queste considerazioni, bisogna ricordarsi che il sistema dei concorsi nazionali
è quello che ha ingessato per anni l’Università. E’ meglio il sistema
attuale. Semmai apportiamo dei piccoli correttivi.
Abolizione
distinzione tempo pieno e tempo parziale.
Ma
siamo matti? Io devo pagare un docente universitario perché faccia ricerca –
per esempio – nel campo del diritto amministrativo e tenga i suoi insegnamenti
agli studenti, e poi gli devo dire che può fare tranquillamente l’avvocato
(con ovvio aumento di tariffa) a tempo pieno infischiandosi, di fatto, del
resto? Se vuole fare l’avvocato si prenda l’aspettativa. Un docente
universitario ha compiti di didattica e di ricerca, se proprio vuole guadagnare
di più può sempre dimettersi. Così si seleziona chi vuole fare il docente e
non solo chi guadagna perché fa il docente. Discorso diverso vale però per la
facoltà di Medicina perché lì le cose mi sembrano veramente
inscindibili.
Enzo Tramontano
Caro Daniele
a Bologna abbiamo organizzato una riunione tra amici che lavorano in Università
per discutere del disegno di legge sulla riforma dello stato giuridico dei
docenti.
Ti anticipo che, nonostante si senta solo la voce di chi protesta, molti Docenti
in Università sono favorevoli pur se preoccupati di alcune specifiche. In
particolare occorre definire bene il trattamento economico dei contratti per
ricercatore.
Tre punti da salvare:
1) si ai contratti da ricercatore ma con trattamento economico (netto) almeno
pari a quello di un ricercatore confermato.
2) si ai concorsi nazionali per SSD
3) si alla possibilità per i docenti di svolgere attività professionali e di
consulenza esterna di cui alla lettera m del DDL
Sostanzialmente anche gli altri punti sono condivisibili.
Tre punti da cambiare:
1) introdurre un riconoscimento formale per chi completa il periodo di 5 + 5
anni di contratto in modo che possa esserci una agevolazione per l'ingresso nel
mondo del lavoro;
2) riconsiderare le ore di didattica frontale obbligatorie riducendole a 100 e
indicando cosa fare nel caso di esuberi di personale (in certe Facoltà ed in
certi settori ci sono esuberi scandalosi). Per questo punto occorre individuare
norme specifiche per gli universitari convenzionati con il servizio sanitario
nazionale (solo per questi e non per tutti i docenti della Facoltà di Medicina
e Chirurgia).
3) poichè il DDL rimanda ad uno o più decreti legislativi e visto che tra
l'approvazione del DDL e l'emissione dei decreti può passare molto tempo,
occorre modificare il comma o come trascritto in neretto: "........ Sono
fatte salve le procedure già bandite in data anteriore a quella di entrata in
vigore della presente legge..."
Cordiali saluti
Pier Paolo Gatta e Gaetano La Manna
Date: Mon, 02 Feb 2004 17:11:18 +0100
Caro Bassi,
a proposito del punto 1. (Stato giuridico) ti inviamo le seguenti osservazioni:
A.Punti da salvare:
- ritorno al concorso nazionale, con lista di idoneità, ma a condizione che si rispetti la cadenza biennale e il diritto delle Facoltà di non chiamare (che ci sembra possa tutelare a sufficienza l'autonomia delle singole Facoltà);
- pensionamento a 70 anni per i professori di prima e seconda fascia (senza i due anni in più);
- riduzione dei contratti di supplenza e affidamento.
B.Punti da cambiare:
- la distinzione fra tempo pieno e tempo definito deve essere mantenuta (troviamo particolarmente scandaloso che, data la povertà delle risorse concesse alla ricerca, si vogliano pagare stipendi a tempo pieno a docenti che hanno già una rilevante attività professionale extrauniversitaria);
- il ruolo dei ricercatori deve essere mantenuto (secondo l'esplicita indicazione della CRUI); in alternativa, bisogna assolutamente prevedere l'assorbimento degli assegnisti 5 + 5, in caso di mancato avanzamento di carriera, nella scuola o in altre amministrazioni; diversamente, il reclutamento dei giovani risulterebbe estremamente difficile;
- la lista degli idonei dovrebbe essere più ampia rispetto al 20% in più previsto, laddove il numero dei bandi sia limitato; ci sembra proponibile un rapporto di 1 a 1, almeno fino a 3/4 posti banditi.
Cordiali saluti, Cinzia Bearzot, Franca Landucci, Giuseppe Zecchini (Università Cattolica di Milano)
29/01/04
Sono scandalizzata dal fatto che ci vengano chieste
3 cose positive e AL MASSIMO 3 negative. Una proposta del genere non può venire
se no da demagogia (e mi dispiace che
provenga proprio da noi questa assurda difesa di un
sistema indifendibile). Questa è la vera demagogia non il criticare
in toto una legge mal impostata, mal pensata, mal strutturata.
La mente che ha partorito questo decreto non desidera il
bene della cultura, non vuole una università seria
con una preparazione giusta e adeguata degli studenti al mondo del lavoro. Mi
chiedete tre cose? Provate ad aumentare le ore di
lavoro esattamente del doppio ai magistrati, provate
ad annullare categorie valide e rappresentative come quelle dei ricercatori
nelle nostre università in qualsiasi nucleo sociale lavorativo, provate a
proporre come alternativa di una categoria un precariato di 10 ANNI!!! Tutti
scenderebbero in piazza, incrocerebbero le braccia e farebbero scioperi a
raffica: per noi non è stato così.
Semplice: non abbiamo nessuna capacità contrattuale, ma
soprattutto sono state colpite le fasce più deboli
del sistema accademico. Quali prospettive per il il futuro, quali per i nostri
giovani laureati che sperano di dare frutti nell'ambito della ricerca? I giovani
rimarranno per DIECI ANNI SCHIAVI dei baroni (che guarda caso non si stanno
lamentando di questo! Non leggo nessun articolo sui giornali da parte dei nostri
grandi professori ordinari... Come mai?). Ed aumentando a 120 ore la didattica
frontale cosa si pensa di risolvere? 1°: i baroni sucuramente non svolgeranno
tante ore; a chi spetterà allora sostituire adeguatamente il personale
docente cattedratico? agli schiavi nel frattempo contrattati per due
lire, mentre i nostri cari docenti segnaleranno per bene e ordinatamente sui
loro libretti le ore svolte (esistono forse presidi che controllino - come a
scuola - le ore realmente svolte? abbiamo mai timbrato un cartellino
magnetico?); 2°: a chi sono destinate tutte queste ore
di didattica frontale visto che i ragazzi sono attualmente obbligati a
concentrare tutti gli insegnamenti in tre anni di studio? quali studenti
potranno seguire 120 ore a professore di lezione? e questo implicherà programmi
ampliati, aumento di lavoro per gli studenti stessi, ecc. ecc.; 3° se il monte
ore del docente rimane uguale, a cosa vengono tolte le ore? al ricevimento, alla
correzione tesi, alla preparazione di elaborati,
>all'orientamento, a tutte quelle attività che sino ad
oggi sono state di supporto dello studente stesso.
E quante altre cose dovremmo scrivere? punto per punto...
La discussione va fatta, seriamente e cercando di
distruggere fino in fondo una riforma che è stata
elaborata senza consultare tulle le forze che lavorano all'interno
dell'università, penalizzando in particolar modo l'anello più debole della
catena: i ricercatori e ancor più gli studenti che attualmente si stanno
praparando seriamente a dottorati di ricerca. Perché vogliamo allora
presentarci con una formuletta aggraziata che salvi tre cose e ne critichi
appena tre... perché li abbiamo votati? SAPPIANO BENE CHE COME LI ABBIAMO
APPOGGIATI ORA SIAMO PERFETTAMENTE IN GRADO DI MOLLARLI DOMANI. Grazie a DIO
questa è stata la libertà che qualcuno ci ha insegnato e che terremo sempre a
testa alta.
Buon lavoro - DI CUORE
Mariagrazia Russo