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Disegno di Legge Delega sulla riforma dello stato giuridico dei professori universitari.

 Tre punti da cambiare e tre punti da salvare.

14/03/2004

Cosa speriamo dall'Università?
Gaetano Lamanna, Universitas Univerity Bologna

Anche in Università si discute ed è un bene a patto che non si prescinda dai dati.
La proposta di legge sulla Riforma dello Stato giuridico dei Docenti ha fatto emergere posizioni molto diverse. Tra queste alcune suggeriscono, addirittura, di rifiutare in toto il disegno di legge, il che si traduce con il considerare accettabile l'attuale situazione.
Questi i dati: l'età media dei ricercatori delle Università italiane è di 46 anni, i ricercatori in ruolo con età inferiore a 40 anni sono circa un terzo (6942) dell'intero organico (20900) e sono in numero inferiore ai ricercatori con più di 50 anni (7570). I loro compiti, relativamente a didattica e ricerca, sono sempre più simili a quelli dei professori, mentre rimane marcatamente differente il trattamento economico. Questa estensione dei compiti di docenza ai ricercatori è dettata più dallo stato di necessità che da effettivi meriti ed è volta a fare fronte alla proliferazione dei compiti cui l'Università deve assolvere in una società moderna. L'equivoco di una promozione di massa sul campo senza verifiche ha generato una ulteriore serie di  anomalie: è sempre più raro trovare un ricercatore che, dopo 10 anni di permanenza in questo ruolo, svolga ancora un impegno prevalente per la ricerca;  è sempre più difficile trattenere in Università risorse umane per creare nuovi gruppi di ricerca di persone motivate ed "al passo" con i tempi. Tra i ricercatori, inoltre, l'iniziale equivoco ha introdotto giustificate turbative: perché un ricercatore di 46 anni, questa è l'età media, deve fare quello che fa un professore coetaneo senza avere pari diritti e pari trattamento economico?  Che motivo c'è per non cercar di correggere questo quadro?
Anche per i giovani che fanno ricerca la situazione è da giudicare in base ai dati. Nell'Ateneo di Bologna, ad esempio, ogni anno vengono banditi circa 250 posti per Dottorato di ricerca e se a questi aggiungiamo i concorsi per borse post-dottorato e per assegni di ricerca, sono più di 400 i giovani che iniziano a lavorare come precari. Quanti di questi riescono ad entrare nel ruolo di ricercatori dopo almeno 6-7 anni? Forse venti, forse trenta, magari quaranta nella migliore delle ipotesi. Se è già così perché scandalizzarsi tanto se, con la riforma proposta, la figura di chi fa ricerca è pensata con un contratto a termine?
La posta in ballo è alta ed è sempre più chiaro che non si tratta appena del precariato dei giovani ricercatori ma di quale Università si voglia.
E' allarmante vedere in prima fila contro l'intero disegno di legge qualche docente e addirittura qualche personalità con alti ruoli istituzionali all'interno degli Atenei. Che responsabilità si esprime con questo atteggiamento che addirittura rifiuta un dialogo per migliorare le proposte presentate? La Conferenza dei Rettori ha prodotto un documento dettagliato sul Disegno di Legge in questione ed in questo documento vengono individuati i punti critici e suggerite diverse soluzioni alternative.
Eppure c'è chi vuol andar contro comunque. Viene da pensare, allora, che il problema sia di schieramento politico e che, inasprendo i toni, si speri di contribuire alla causa di questo o quel partito.
All'Università questa confusione voluta da pochi non conviene.
E' tempo che si riprendano le discussioni a partire da quello che l'Università è per la società civile: un ambito educativo per l'alta formazione. Occorre facilitare i nessi con le realtà pubbliche e private incentivando l'erogazione di fondi destinati alla ricerca e all'alta formazione. Occorre precisare la responsabilità dei docenti in questo nuovo possibile scenario, semplificando i termini del rapporto giuridico con l'Università. Occorre valorizzare le risorse umane presenti negli Atenei italiani consentendo anche un adeguato trattamento economico. Occorre sperimentare nuove forme di amministrazione che vedano l'Università non più come un patrimonio di Professori, ma della Società Civile. Ed è la Società Civile che si deve riappropriare dell'Università, sapendo che formazione e ricerca costituiscono un investimento straordinario per la propria sussistenza, per sviluppare il quale occorrono risorse finanziarie.
Ad esempio non si può pensare che il compenso dell'attuale assegno di ricerca (contratto biennale di ricerca) sia sufficiente per sostenere una attività di ricerca pluriennale, così come non si può sperare di mantenere un così basso finanziamento alla ricerca nazionale o che siano così sporadici e difficoltosi i finanziamenti provenienti da privati.
E' auspicabile che il dibattito acceso negli Atenei più che su posizioni ideologiche e demagogiche si concentri sulla formulazione di proposte che migliorino il Disegno di Legge presentato. Solo così è possibile sperare che l'Università Italiana mantenga il passo del contesto internazionale.
L'alternativa è quella dell'autoreferenzialità per il timore di confrontarsi con le richieste della società civile. Auguri..


9/03/2004

Cara redazione ecco il mio modesto contributo sui punti da salvare e quelli da bocciare (due + due). Saluti, Piero Morandini.

2 punti da salvare
art.1a-2
Positiva la presenza di commissari da università europee che siano designati dai rispettivi atenei.
 art.1i
Positivi i contratti a termine SOLO se 

1) possono essere definiti in maniera autonoma dalle università e con remunerazione almeno superiore a quella degli attuali ricercatori neoconfermati, variabile a seconda dell'ateneo (non imposta dal ministero) per innescare un minimo di competizione.
2) vanno a sostituire e NON ad aggiungersi ad assegni di ricerca, contratti e assegni vari
3) danno la possibilità di accedere a tutte le forme di finanziamento (es. COFIN).
Solo così si potranno attirare molti elementi validi e effettuare una selezione.  Inoltre si preveda che il rinnovo del contratto non sia la norma (sia in positivo che in negativo) ma che l'assunzione in ruolo possa avvenire di fatto, previa idoneità nazionale, anche entro pochi anni (2-3) dalla firma del primo contratto

2 punti da bocciare/criticare
art. 1n
Fumosa e incongruente la definizione dell'impegno connesso con la parte fissa dello stipendio, retribuzione che sarebbe correlata "all'espletamento delle attività scientifiche e all'impegno per le altre attività, fissato in 350 ore annue, di cui 120 di didattica frontale."
Se uno fa il conto delle ore (oltre le 120 ore di didattica frontale) sommando tutte le riunioni ufficiali (CCD, dipartimento, sicurezza, gruppi vari&), gli esami (laurea, esercitazione e profitto) è chiaro che per la parte della ricerca, che è fondante per la vita stessa dell'Università (in quanto uno si allena allo spirito critico per mezzo della ricerca e lo trasmette nell'insegnamento), rimane ben poco.
E' chiaro ed evidente inoltre che per la parte variabile dello stipendio la legge non sembra prevedere, almeno per adesso, alcuna copertura finanziaria.
art. 1m
Perché abolire il tempo parziale? Il rischio è che in certi ambiti professionali molti facciano un'attività professionale trascurando i loro obblighi di docenti (come prima) ma ricevendo uno stipendio uguale a quelli che dedicano molto più tempo all'università.
Inoltre questo è un chiaro aggravio economico per l'università che invece potrebbe usare parte di queste risorse per la parte variabile dello stipendio degli altri docenti.
E' giusto prevedere la possibilità di svolgere attività esterna (nei modi stabiliti per legge) ma è utopico pensare che professori a tempo parziale, a fronte di una richiesta di 120 ore di didattica frontale, decidano di rinunciare alla loro posizione per passare a contratti a tempo determinato per l'insegnamento (comma 1f) . E' più probabile che continuino a mantenere la loro posizione (con l'aumento di stipendio) senza un miglioramento della didattica o ricerca. 
Immagino questo tipo di problemi sia presente in tutto il mondo e che esistano modi per affrontarlo.  Abolire semplicemente la distinzione senza introdurre norme e criteri mi sembra pericoloso, almeno in Italia.


12/02/2004
Dagli amici di Macerata

inviamo alcune nostre prime riflessioni
Tre punti da salvare:

1) concorso su base nazionale purché con cadenza improrogabilmente biennale e con una quota incrementata superiore al 20% per garantire maggiore libertà di scelta agli Atenei e che sia garantito il diritto delle Facoltà di non chiamare.
L'idea migliore - ma adesso non praticabile in quanto incostituzionale - sarebbe quella di Giancarlo Cesana di eliminare i concorsi e prevedere le chiamate da parte delle Università sulla base di criteri dalle stesse stabiliti.
L'esperienza dei concorsi locali non è stata positiva, perché i concorsi si accavallano gli uni con gli altri e questo impone spesso "contorsionismi" accademici che non sempre conducono a conferire idoneità in base al miglior valore scientifico dei candidati.

2) durata della idoneità scientifica non superiore a cinque anni: la durata attuale triennale è troppo limitativa, anche per le Università, perché può accadere che un idoneo potrebbe in teoria essere chiamato, ma vi sono difficoltà temporanee (pensionamenti imminenti, mancanza temporanea di budget)

3) tempo determinato: è giusta l'idea della valutazione dell'idoeno dopo una sorta di periodo di prova che consenta anche l'accertamento in concreto della attitudine alla didattica. Vi devono però essere criteri oggettivi per la mancata conferma o immissione in ruolo, per evitare l'arbitrio nei consigli di facoltà e per salvaguardare la libertà della ricerca

Tre punti da cambiare

1) metodo legislativo: una riforma come questa non si può fare con una legge delega, lasciando ai funzionari dei ministeri una materia così delicata

2) uso delle collaborazioni coordinate e continuative (cd co.co.co.) e quindi di una fattispecie atipica che non ha collocazione legislativa né tanto meno tutele (specialmente dopo il decreto 276/03) per i contratti di ricerca (cd 5+5); sarebbe allora meglio un contratto a tempo determinato definito all'interno di uno schema di contratto tipo nazionale per evitare disparità o distorsioni troppo accentuate tra ateneo ed ateneo.

3) mancata previsione di una "spendibilità" consistente nel mondo del lavoro (insegnamento, p.a.) delle esperienze universitarie: ora un dottorato conta infinitamente meno della SISS per l'insegnamento e questo è scandaloso, perché significa svilire in modo incomprensibile un'esperienza di ricerca e di didattica universitaria, rispetto ad un modello di insegnamento burocratico e non necessariamente formativo.

Paola Olivelli, Ermanno Calzolaio, Andrea Simoncini


06/02/2004
Dal gruppetto Universitas di Catania
(Franco Riggi, Matteo Negro, Raffaele Bonomo, Sergio Cristaldi, Salvo Ingrassia, Catia Petta, Ugo Becciani)

Tre punti da salvare:
1. Attraverso la comparazione nazionale, tentativo di rendere meno periferico (e anche meno clientelistico)l'accesso all'idoneità (vedi art.1, a);
2. Possibilità di convenzioni con soggetti pubblici e privati per finanziare cattedre e programmi di ricerca (art.1, g-h)
3. Flessibilità nel trattamento economico dei professori, che, se perfezionata, potrebbe contribuire ad un'autentica e sana spinta competitiva fra atenei ed incentivare la qualità (art.1, n)

Tre punti da cambiare:
1. Eccessiva provvisorietà e labilità del rapporto di lavoro, sia del docente di ruolo (il tempo della verifica è troppo lungo e la conferma rischia di essere condizionata alle esigenze di bilancio), sia dei contratti a termine per ricerca e didattica integrativa (dopo 10 anni di lavoro, in età ormai adulta, si rischia di rimanere a piedi e senza la vera
garanzia di una corsia preferenziale nella p.a.) (art.1, d, i). In queste condizioni è presumibile una maggiore ricattabilità del docente.
2. Inadeguata definizione di alcuni termini (durata, contribuzioni previdenziali...) della mobilità relativa a figure non strutturate (docenti della scuola superiore particolarmente competenti, figure professionali di lunga esperienza...) ma con adeguati titoli nella ricerca e nella didattica, le quali stipulino contratti di diritto privato (art. 1, f, t)
3. Nebulosità attorno ai criteri di massima relativi alla formazione delle commissioni giudicatrici dei concorsi nazionali abilitanti, la cui determinazione è necessaria per evitare il rischio di un'eccessiva centralizzazione culturale e politica (art. 1, a)

Prof. Matteo Negro
Dipartimento di Analisi dei Processi Politici Sociali e Istituzionali
Universita' di Catania


5/02/04

Caro Daniele, in risposta alla tua mail sulla riforma Moratti in cui richiedevi 3 punti da salvare e 3 punti da cambiare ti invio le mie – un po’ disordinate – riflessioni. Disordinate perché non riesco ad organizzarle secondo lo schema che hai richiesto in quanto a me sembra difficile salvare il decreto. Non penso infatti che l’Università italiana  possa veramente risollevarsi con questa cura. Capisco la preoccupazione di non essere contro a tutti i costi, ma lascio a voi l’onere di individuare i punti positivi.

Detto questo, ammetto di non conoscere molto bene i sistemi di reclutamento europei a cui in qualche modo si fa implicito riferimento, ma avendo lavorato per 4 anni a Yale University credo di conoscere abbastanza bene quello americano, a cui spesso si ispirano svariate presunte argomentazioni che riguardano la ricerca scientifica ed il reclutamento.
In base a quella esperienza, e ormai alla decennale esperienza cagliaritana – di cui tre anni passati nel Consiglio di Amministrazione dell’Università – ti propongo tre brevi riflessioni su quelli che mi sembrano, a primo avviso, i punti cardine del provvedimento in discussione:

Precarizzazione dei ricercatori.
Lo scopo è meritorio e dovrebbe essere quello di mantenere sulla corda i “giovani” (a dire il vero, chi arriva ad essere un ricercatore assunto non ha mai meno di 30 anni e la media è sui 35: sono giovani solo in Università) in modo da costringerli a produrre di più ed impedire, in ogni caso, la permanenza in Università a chi proprio non garantisce uno standard minimo.

Tuttavia bisogna notare che:
1) Si propone di istituire un sistema competitivo che ne scimmiotta altri senza però avere il contorno altrui. In US – per esempio - c’è una forte precarizzazione prima di entrare nei cosiddetti tenure track, ma i giovani (30-35 anni) Assistant Professor sono messi in grado di fare il loro lavoro. Ognuno ha: a) un proprio laboratorio attrezzato come necessario; b) dei significativi fondi per la ricerca garantiti per circa due anni; c) libero accesso ai cospicui fondi che l’NIH mette a disposizione dei singoli ricercatori. Questo fa sì che un ricercatore che inizi sia messo in grado di farsi valere (se vale). Qui invece, se ti va bene ti danno un bancone, una scrivania ma zero soldi (cioè indipendenza) perché così – in realtà – sei sempre attaccato al carro del tuo ordinario, che può essere più o meno “illuminato” (e questa sua illuminazione incide sul tuo lavoro e carriera più del tuo valore). Anche l’accesso ai fondi ministeriali (per non parlare di quelli europei), che tutto sommato sta migliorando, tende a facilitare i grandi progetti di chi ha già connessioni attive con altri gruppi e non chi invece se le deve creare.
In definitiva la proposta in questi termini è inaccettabile perché richiede ai ricercatori una competizione senza che ci siano le condizioni reali per competere. Prima si creino le condizioni e poi si instauri la competizione. Per lo meno le due cose vanno fatte in contemporanea.
2) Immaginiamo uno bravo, che pubblica e che, o perché bisticcia con l’ordinario o perché ne ha uno un po’ isolato, non passa associato entro il tempo previsto: cosa fa? Se è un avvocato, un commercialista o un ingegnerie non faticherà più di tanto, ma se è un letterato o un biologo o un farmacista come si ricicla a quarant’anni? Diciamo che sono fatti suoi e che è nel gioco della selezione? E siamo sicuri che la selezione in questo modo la facciamo su chi vale e non al ribasso su chi – per mille motivi – è più sicuro di passare associato e si considera meno “precario”?
3) In realtà non si capisce poi perché debbano esistere dei concorsi e non solo delle idoneità aperte a tutti. Se si vuole favorire la competizione si stabilisca un cutoff adeguato (alto e competitivo), chi lo raggiunge abbia l’idoneità ad associato e, poi, quella ad ordinario. Il collo di bottiglia dei concorsi è il vero aspetto nefasto del nostro sistema perché rende obbligatoriamente sempre sotto ricatto i ricercatori (e poi anche gli associati). Bisogna abolirli. La mia esperienza americana è che uno accetta la competizione se sa di essere valutato per le sue capacità, e non per le mille manfrine connesse, ed è adeguatamente ricompensato per i rischi che corre.
NB. In sintesi: perché non prevedere i) 3 fasce di docenza (come nel resto del mondo) con un vero e selettivo concorso di ingresso; ii) passaggi di fascia per idoneità di merito; iii) potenziamento degli assegni di ricerca (che non sono altro che la fascia dei ricercatori prevista dalla Moratti) da cui selezionare le tre fasce di docenza.

Accentramento dei concorsi.
Considerato quanto detto sopra, la normativa andrebbe completamente rivista perché si dovrebbe cercare di rendere il sistema effettivamente selettivo sui meriti scientifici e didattici (che nessuna mai considera, purtroppo). Secondo me ci vorrebbero dei criteri selettivi (finanziamenti ricevuti, pubblicazioni accettate, impegno didattico, etc.) nazionali ed una commissione di valutazione (con compiti poco discrezionali ma quasi notarili). Una volta che lo standard è alto ed è garantito, la progressione ricercatore-associato-ordinario dovrebbe essere automatica e non lasciata alle lobby locali e/o nazionali.
Fatte queste considerazioni, bisogna ricordarsi che il sistema dei concorsi nazionali è quello che ha ingessato per anni l’Università. E’ meglio il sistema attuale. Semmai apportiamo dei piccoli correttivi.

Abolizione distinzione tempo pieno e tempo parziale.
Ma siamo matti? Io devo pagare un docente universitario perché faccia ricerca – per esempio – nel campo del diritto amministrativo e tenga i suoi insegnamenti agli studenti, e poi gli devo dire che può fare tranquillamente l’avvocato (con ovvio aumento di tariffa) a tempo pieno infischiandosi, di fatto, del resto? Se vuole fare l’avvocato si prenda l’aspettativa. Un docente universitario ha compiti di didattica e di ricerca, se proprio vuole guadagnare di più può sempre dimettersi. Così si seleziona chi vuole fare il docente e non solo chi guadagna perché fa il docente. Discorso diverso vale però per la facoltà di Medicina perché lì le cose mi sembrano veramente inscindibili. 

Enzo Tramontano


Caro Daniele
a Bologna abbiamo organizzato una riunione tra amici che lavorano in Università per discutere del disegno di legge sulla riforma dello stato giuridico dei docenti.
Ti anticipo che, nonostante si senta solo la voce di chi protesta, molti Docenti in Università sono favorevoli pur se preoccupati di alcune specifiche. In particolare occorre definire bene il trattamento economico dei contratti per ricercatore.
Tre punti da salvare:
1) si ai contratti da ricercatore ma con trattamento economico (netto) almeno pari a quello di un ricercatore confermato.
2) si ai concorsi nazionali per SSD
3) si alla possibilità per i docenti di svolgere attività professionali e di consulenza esterna di cui alla lettera m del DDL
Sostanzialmente anche gli altri punti sono condivisibili.
Tre punti da cambiare:
1) introdurre un riconoscimento formale per chi completa il periodo di 5 + 5 anni di contratto in modo che possa esserci una agevolazione per l'ingresso nel mondo del lavoro;
2) riconsiderare le ore di didattica frontale obbligatorie riducendole a 100 e indicando cosa fare nel caso di esuberi di personale (in certe Facoltà ed in certi settori ci sono esuberi scandalosi). Per questo punto occorre individuare norme specifiche per gli universitari convenzionati con il servizio sanitario nazionale (solo per questi e non per tutti i docenti della Facoltà di Medicina e Chirurgia).
3) poichè il DDL rimanda ad uno o più decreti legislativi e visto che tra l'approvazione del DDL e l'emissione dei decreti può passare molto tempo, occorre modificare il comma o come trascritto in neretto: "........ Sono fatte salve le procedure già bandite in data anteriore a quella di entrata in vigore della presente legge..."
Cordiali saluti
Pier Paolo Gatta e Gaetano La Manna


Date: Mon, 02 Feb 2004 17:11:18 +0100

 Caro Bassi,
    a proposito del punto 1. (Stato giuridico) ti inviamo le seguenti osservazioni:

 A.Punti da salvare:

- ritorno al concorso nazionale, con lista di idoneità, ma a condizione che si rispetti la cadenza biennale e il diritto delle Facoltà di non chiamare (che ci sembra possa tutelare a sufficienza l'autonomia delle singole Facoltà);

- pensionamento a 70 anni per i professori di prima e seconda fascia (senza i due anni in più);

- riduzione dei contratti di supplenza e affidamento.

 B.Punti da cambiare:

- la distinzione fra tempo pieno e tempo definito deve essere mantenuta (troviamo particolarmente scandaloso che, data la povertà delle risorse concesse alla ricerca, si vogliano pagare stipendi a tempo pieno a docenti che hanno già una rilevante attività professionale extrauniversitaria);

- il ruolo dei ricercatori deve essere mantenuto (secondo l'esplicita indicazione della CRUI); in alternativa, bisogna assolutamente prevedere l'assorbimento degli assegnisti 5 + 5, in caso di mancato avanzamento di carriera, nella scuola o in altre amministrazioni; diversamente, il reclutamento dei giovani risulterebbe estremamente difficile;

- la lista degli idonei dovrebbe essere più ampia rispetto al 20% in più previsto, laddove il numero dei bandi sia limitato; ci sembra proponibile un rapporto di 1 a 1, almeno fino a 3/4 posti banditi.

Cordiali saluti, Cinzia Bearzot, Franca Landucci, Giuseppe Zecchini (Università Cattolica di Milano)

29/01/04
Sono scandalizzata dal fatto  che ci vengano chieste 3 cose positive e AL MASSIMO 3 negative. Una proposta del genere non può venire se no da demagogia  (e mi dispiace che provenga proprio da noi questa assurda difesa di un sistema indifendibile). Questa è la vera demagogia non il criticare in toto una legge mal impostata, mal pensata, mal strutturata.
La mente che ha partorito questo decreto non desidera il bene della cultura, non vuole una università seria con una preparazione giusta e adeguata degli studenti al mondo del lavoro. Mi chiedete tre cose? Provate ad aumentare le ore di lavoro esattamente del doppio ai magistrati, provate ad annullare categorie valide e rappresentative come quelle dei ricercatori nelle nostre università in qualsiasi nucleo sociale lavorativo, provate a proporre come alternativa di una categoria un precariato di 10 ANNI!!! Tutti scenderebbero in piazza, incrocerebbero le braccia e farebbero scioperi a raffica: per noi non è stato così.
Semplice: non abbiamo nessuna capacità contrattuale, ma soprattutto sono state colpite le fasce più deboli del sistema accademico. Quali prospettive per il il futuro, quali per i nostri giovani laureati che sperano di dare frutti nell'ambito della ricerca? I giovani rimarranno per DIECI ANNI SCHIAVI dei baroni (che guarda caso non si stanno lamentando di questo! Non leggo nessun articolo sui giornali da parte dei nostri grandi professori ordinari... Come mai?). Ed aumentando a 120 ore la didattica frontale cosa si pensa di risolvere? 1°: i baroni sucuramente non svolgeranno tante ore; a chi spetterà allora sostituire adeguatamente il personale docente cattedratico? agli schiavi nel frattempo contrattati per due lire, mentre i nostri cari docenti segnaleranno per bene e ordinatamente sui loro libretti le ore svolte (esistono forse presidi che controllino - come a scuola - le ore realmente svolte? abbiamo mai timbrato un cartellino magnetico?); 2°: a chi sono destinate tutte queste ore di didattica frontale visto che i ragazzi sono attualmente obbligati a concentrare tutti gli insegnamenti in tre anni di studio? quali studenti potranno seguire 120 ore a professore di lezione? e questo implicherà programmi ampliati, aumento di lavoro per gli studenti stessi, ecc. ecc.; 3° se il monte ore del docente rimane uguale, a cosa vengono tolte le ore? al ricevimento, alla correzione tesi, alla preparazione di elaborati,
>all'orientamento, a tutte quelle attività che sino ad oggi sono state di supporto dello studente stesso.
E quante altre cose dovremmo scrivere? punto per punto... La discussione va fatta, seriamente e cercando di distruggere fino in fondo una riforma che è stata elaborata senza consultare tulle le forze che lavorano all'interno dell'università, penalizzando in particolar modo l'anello più debole della catena: i ricercatori e ancor più gli studenti che attualmente si stanno praparando seriamente a dottorati di ricerca. Perché vogliamo allora presentarci con una formuletta aggraziata che salvi tre cose e ne critichi appena tre... perché li abbiamo votati? SAPPIANO BENE CHE COME LI ABBIAMO APPOGGIATI ORA SIAMO PERFETTAMENTE IN GRADO DI MOLLARLI DOMANI. Grazie a DIO questa è stata la libertà che qualcuno ci ha insegnato e che terremo sempre a testa alta.
Buon lavoro - DI CUORE
Mariagrazia Russo