Riformiamo la riforma

 

Un appello per la modifica del DL 509 sugli ordinamenti didattici (3+2)

 

            “Cambiare tutto per non cambiare nulla”. Questo appare ormai il senso della riforma degli ordinamenti didattici che in questi anni si è abbattuta sull’università italiana (DL 509, comunemente noto come riforma del 3+2).

            La nostra università, con tutte le sue pretese scientifiche ed elitarie, aveva come caratteristica fondamentale quella di distribuire titoli di dottore, numerosi, a basso costo e poco qualificanti. Dopo la riforma la situazione è invariata e, se possibile, moltiplicata. Con l’unica eccezione dei corsi di laurea in medicina e medicina veterinaria, gli altri corsi forniscono in genere due tipi di “addottoramento” fissi: la laurea di primo livello dopo tre anni e la laurea specialistica dopo altri due anni. Per chi volesse proseguire nell’approfondimento delle discipline vengono poi forniti: il master di primo livello, il master di secondo livello, il dottorato di ricerca e le specializzazioni. Siamo di fronte a una babele di titoli, che non si capisce a che cosa servano e in che cosa effettivamente formino, così da poter essere nella loro sostanza riconosciuti non solo dallo stato italiano, ma da tutti, studenti, popolo, aziende e altri stati.

            Bisogna chiarire. E’ certamente un compito del governo, ma soprattutto dei docenti, i quali, da adulti responsabili, debbono prendere posizione di fronte ai giovani che a loro si affidano. Si propone pertanto una petizione di docenti al Ministro della Pubblica Istruzione perché:

a)  la laurea di primo livello venga denominata, secondo la nostra tradizione e secondo quello che è, diploma universitario, con finalità professionalizzanti o preparatorie agli studi superiori;

b)  la denominazione laurea specialistica venga abolita e sostituita dal titolo di master, annuale o biennale a seconda del bisogno, con finalità professionalizzanti (finalmente si comprenderà a che cosa servono i crediti);

c)  la distinzione tra master di primo e secondo livello venga abolita;

d)  il dottorato di ricerca rimanga l’unico titolo di dottore, corrispondente alla vecchia laurea, di durata variabile da due a tre anni, accessibile dopo la laurea di primo livello o il master (anche qui finalmente si comprenderà a cosa servono i crediti);

e)  le specializzazioni vengano riservate ai medici o alle rare necessità di “professionalizzare” altri dottori (di ricerca). Per gli insegnanti basti il master, disciplinare e non genericamente “pedagogico”.

Come si evince, la proposta qui riportata non costa nulla e in nulla cambia l’organizzazione attuale dei corsi. Cambia però molto nella sostanza perché finalmente dà un nome, quindi una consistenza individuabile, all’insegnamento universitario. Gli studenti potranno decidere con più libertà, i professori sapranno con maggior precisione che cosa dire e far fare loro, i finanziatori pubblici e privati potranno riconoscere a quale livello di università si rivolgono. E’ evidente infatti che non tutte le università e non tutti i corsi (una volta che vengano stabiliti criteri di accreditamento e controlli di qualità) potranno concedere titoli di master, dottore o specialista.

Non ci sono soldi per rinnovare le università? Cominciamo ad adeguare  i nomi alla realtà, così che forse arriveranno anche i soldi perché saremo considerati più seri.

 

La redazione di Universitas-University

Milano 27/01/2004

 

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