OSSERVAZIONI
E PROPOSTE SU ALCUNI PROBLEMI DELL'UNIVERSITÀ
-
Sulla riforma
La riforma dell'università, disegnata da Berlinguer
e Guerzoni sulla base di un presunto modello europeo (ma in realtà
frutto di un progetto autonomo che ha raccolto alcuni suggerimenti della
"bozza Martinotti"), è ormai in fase di avanzata applicazione in
quasi tutte le sedi italiane.
Nonostante le perplessità emerse in alcune
sedi ed aree culturali sulla validità e opportunità di un
modello uguale per tutti (i due livelli di laurea), sulla uguale durata
degli studi (cinque anni) in tutti gli ambiti, la riforma è stata
avviata con la definizione dei percorsi formativi delle lauree triennali
e di quelle specialistiche.
In alcuni casi l'autonomia lasciata agli atenei (sebbene
fortemente "presidiata" dal Cun) ha consentito la predisposizione di nuovi
corsi di laurea o l'adeguamento dei vecchi funzionali alle nuove realtà
emergenti in ambito culturale, sociale ed economico-produttivo. In altri
casi, purtroppo la maggioranza, ci si è limitati a disegnare brutte
copie dei vecchi corsi, comprimendo in tre anni quanto veniva fatto in
quattro, o moltiplicando l'offerta formativa sulla base di logiche corporative
o di potere.
Tornare indietro o bloccare la riforma, come qualcuno
a più riprese ha suggerito, è improponibile e sarebbe dannoso,
soprattutto per gli studenti.
Tuttavia, anche alla luce delle problematiche emerse
nella fase di applicazione, sarebbe necessario rivedere alcuni punti, consentendo
da un lato una maggiore flessibilità del sistema e dall'altro di
verificare la serietà dei corsi attuati.
Tra i punti da rivedere che a nostro avviso hanno
una maggiore rilevanza vi sono i seguenti:
a) Precisazione e differenziazione del modello
3+2:
E’ necessario anzitutto un chiarimento circa il
significato dei termini, entrambi riferiti ai corsi di laurea triennali,
propedeutico e professionalizzante: nel DM 509 si afferma infatti che il
primo livello deve assicurare allo studente "padronanza di metodi e contenuti
scientifici generali ed anche l'acquisizione di specifiche conoscenze professionali".
Poiché è impossibile che i due obiettivi possano essere raggiunti
nel triennio, se non con percorsi molto mirati e per professioni ben delimitate
(ad es. l'enologo, l'erborista, l'infermiere, ecc.), sarebbe auspicabile
definire meglio che cosa si intende per professionalizzante. Un’ipotesi
che suggeriamo è che con "professionalizzante" si possa intendere
un corso che fornisca una solida preparazione di base, valida sia per l'approfondimento
specialistico (+2) sia in sé, dato che il mercato del lavoro richiede
spesso laureati che abbiano la padronanza del metodo scientifico e che
si sappiano adattare ai ritmi accelerati di cambiamento della società
attuale. Da tale impostazione scaturiscono alcune conseguenze operative:
-
occorre anzitutto dare la possibilità ai docenti
di formulare, ed agli studenti di scegliere, corsi di laurea triennali
che portino dichiaratamente e per la loro natura alla laurea specialistica,
pur mantenendo la validità del titolo di studio triennale, che tuttavia
assumerebbe più le caratteristiche di tappa culturale intermedia
nella preparazione del laureato che quelle di titolo direttamente "spendibile"
sul mercato del lavoro;
-
è necessario rivedere il raccordo tra lauree
di primo livello e lauree specialistiche, stimolando il Cun a rivedere
la connessione tra le tabelle delle classi delle lauree triennali e delle
specialistiche, frutto di due distinti momenti di elaborazione e trattativa
e che hanno complicato e limitato non poco la definizione dei percorsi
formativi (ad es. alcuni settori disciplinari presenti nelle classi di
primo livello non sono previsti nelle classi del secondo o viceversa);
-
di conseguenza consentire la revisione dei percorsi
formativi triennali, anche alla luce delle decisioni prese per le lauree
specialistiche (in quasi tutti gli atenei la definizione delle lauree triennali
è avvenuta "al buio", prima che si conoscessero i contenuti e le
modalità organizzative delle lauree specialistiche);
-
rendere più flessibile la connessione tra il
primo ed il secondo livello, almeno nei casi in cui nel secondo vengono
integralmente riconosciuti i crediti acquisiti nel primo. Secondo le norme
attuali, lo studente che vuole accedere alla laurea specialistica deve
aver conseguito il titolo di studio della laurea triennale: quindi sarebbe
ammesso alla frequenza dei corsi del secondo livello solo chi ha conseguito
il titolo del primo al massimo in settembre/ottobre (dubitiamo che ci arriveranno
in molti) mentre tutti coloro che si laureeranno a novembre o febbraio/marzo
(considerati sino ad oggi laureati in corso) dovranno attendere alcuni
mesi per iscriversi alla laurea specialistica; il percorso diverrebbe quindi
almeno di 6 anni (3+1+2), portando a un maggiore tasso di abbandono ed
a una dilatazione dei tempi complessivi (esattamente il contrario di quello
che si voleva ottenere con la riforma). Si potrebbe pensare quindi alla
possibilità di iscrizione alla laurea specialistica sotto la condizione
di conseguire la laurea triennale entro un certo numero di mesi, oppure
subordinarla all'acquisizione di un certo numero di crediti;
-
verificare la fattibilità e la serietà
dei corsi attivati non solo sulla base di parametri quantitativi (numero
di studenti e di docenti, di aule, ecc.) ma anche attraverso parametri
qualitativi (valutazione "sociale" da parte del sistema produttivo e delle
collettività locali);
b) Obbligo di frequenza e programmazione degli accessi:
Il DM della riforma avrebbe potuto essere composto
di un solo articolo: "la durata effettiva degli studi deve coincidere con
quella legale". Con ciò non si vuol dire che tutti gli studenti
si debbano laureare in corso, ma che tutti devono avere la possibilità
di arrivare al traguardo in tempo congruo.
Per giungere a questo traguardo è necessario
da parte dei docenti rendere fattibili i percorsi didattici nei tempi previsti,
rivedendo modalità e contenuti dei corsi e non (come da più
parti si suggerisce) promuovendo di più. Ma perché la didattica
possa cambiare ed adeguarsi occorrono alcune condizioni, in primis garantire
la frequenza degli studenti, condizione indispensabile per vivere sul serio
un rapporto educativo e formativo negli anni universitari:
-
per stimolare il più possibile la frequenza,
occorre anzitutto interrogarsi sulla necessità che essa diventi
obbligatoria, almeno per gli studenti che scelgono di frequentare a tempo
pieno l'università;
-
potrebbe essere introdotto una sorta di contratto, come
già si era prospettato nella bozza Martinotti, tra lo studente e
l’ateneo: chi ad esempio lavora e prevedibilmente impiegherà il
doppio degli anni per conseguire il titolo, dichiarerà fin dall’inizio
di voler impiegare 6 anni e, di conseguenza, avrà le tasse dimezzate,
anche in considerazione del minor uso delle strutture universitarie. Chi
invece prevede di completare il corso di studi entro i tempi previsti,
pagherà le tasse per intero ed avrà l'obbligo di frequenza;
in tal modo si verrebbe incontro a necessità didattiche diverse.
-
ovviamente la frequenza obbligatoria non potrà
essere realizzata a costo zero, sia per la maggior necessità di
spazi, sia per la necessità di laboratori, sia infine per la necessità
di un maggior numero di docenti e di tutors; se oggi tutti gli iscritti
all'università volessero effettivamente frequentare, le nostre sedi
non ce la farebbero a sopportare il carico; tuttavia il problema non si
può risolvere, come è stato fatto in passato, con l'apertura
di nuove università "di provincia", che rispondono più a
logiche campanilistiche che a reali esigenze e generano sprechi di risorse,
con risultati quantitativi e qualitativi molto scarsi. Saranno necessari
adeguati fondi anche per garantire l’attività degli stagisti in
vista dell’elaborato finale. Non è infatti pensabile che lo stage
sia effettuato e possa essere utile per lo studente senza che sia garantita
una supervisione costante da parte dell’università e del docente.
c) Sul valore legale del titolo di studio:
Le conseguenze di una reale autonomia degli atenei
e della auspicata revisione della riforma Berlinguer spingono nella direzione
di riconsiderare se mantenere la validità legale del titolo di studio:
d'altronde siamo l'unico paese che contemporaneamente ha valore legale
del titolo di studio e esami di stato per ammissione alla professione (ridotti
generalmente a pro forma).
Si propone l’abolizione del valore legale del titolo
di studio, giacché la flessibilità necessaria nei prossimi
anni per i corsi di laurea va in questa direzione.
Al tempo stesso sarà necessario promuovere
un’adeguata politica finanziaria e di sostegno allo studio, volta a evitare
che si configurino università d’élite e università
per chi non ha adeguate disponibilità finanziarie.
-
Sulle scuole di specializzazione per l'insegnamento
(SSIS):
Ultimo, ma non meno importante, il problema della
formazione e del reclutamento degli insegnanti. L'università è
fortemente coinvolta, con la creazione delle SSIS, nella formazione dei
futuri insegnanti e, alla luce dell'esperienza attuale e delle proposte
sul tappeto si possono formulare alcune osservazioni.
-
appare assurdo che la SSIS venga dopo la laurea specialistica
(con un percorso complessivo di 7 anni e che tale percorso sia uguale per
tutti i livelli di insegnamento;
-
in relazione alla "Bozza Bertagna" (Rapporto finale
del Gruppo Ristretto di Lavoro costituito con D.m. 18 luglio 2001, n. 672)
riteniamo che una Laurea Specialistica apposita per l’insegnamento sia
superflua e nociva, e che per la formazione dei futuri insegnanti sia necessaria
la Laurea specialistica in un’area disciplinare congrua con le classi di
concorso (ancora da definirsi), alla quale dovrà essere aggiunto
al massimo un anno di tirocinio, nel quale sarà possibile acquisire
le nozioni pedagogiche di base (3+2+1);
-
sembra giusto, inoltre, chiedere che chi ha conseguito
il dottorato di ricerca, qualora scelga uno sbocco nella scuola secondaria
superiore, non debba sostenere altri corsi formativi, tranne un necessario
tirocinio, eventualmente affiancato dal conseguimento di un certo numero
di CFU nelle materie pedagogiche o metodologiche.
-
Sulla natura dell'università e dei docenti
Una visione adeguata del lavoro universitario esige
di ripensare la sinergia tra ricerca, insegnamento universitario e formazione
professionale alla luce di una comune e variegata idea di ragione e, quindi,
di verità. Tale dovrebbe essere la natura, e la tensione, del lavoro
dei docenti universitari.
L'attuazione della riforma ha posto l'accento sulla
natura dell'insegnamento e sulla funzione di formazione, diminuendo di
conseguenza le risorse umane e materiali per la ricerca: ciò non
deriva solo dall'aumento dei carichi didattici ed organizzativi dei docenti,
ma anche dalla attribuzione di compiti di insegnamento ai ricercatori.
Senza una seria politica per la ricerca universitaria, l'università
stessa rischia di ridursi a un "superliceo" e la crisi della ricerca andrà
a impoverire ulteriormente il livello scientifico del paese e la qualità
stessa dell'insegnamento.
L'ipotizzata "promozione" dei ricercatori a "professori
di terza fascia", in sé quasi inevitabile visto che quasi tutti
i ricercatori hanno insegnamenti in affidamento e che la loro età
media è piuttosto avanzata, rende quindi più acuto il problema
del reclutamento dei giovani (qualche fondo c'è, ma ancora insufficiente)
ed la definizione di un percorso per il loro inserimento nel sistema universitario,
che sia meno precario dell'attuale e più "trasparente".
Strettamente collegata alla problematica dei rapporti
tra didattica e ricerca è quella della figura del docente universitario,
dei diritti e dei doveri che gli spettano, quindi anche di quello che si
chiama "stato giuridico".
Spesso tale problema è stato affrontato in
termini sindacali, mentre a nostro avviso va visto sotto un luce diversa:
va valorizzata anzitutto la capacità della ragione umana (e quindi
del singolo docente e delle comunità scientifiche) di rispondere
alle domande fondamentali della persona e della società. La riduzione
ad una visione sindacale del problema (obblighi didattici minimi, diritti
e doveri) rischia di ridurre il docente ad un burocrate o a un trasmettitore/ripetitore
di idee e di contenuti, e non ne valorizza le capacità, che dovrebbero
essere la base del lavoro universitario, di coniugare ricerca e formazione
(non solo degli studenti ma anche delle persone e dell'agire sociale),
capacità che molti docenti possiedono e desiderano valorizzare.
Il problema quindi, sia per lo Stato che per i docenti,
non è contrattuale ma culturale, riguarda la natura stessa della
docenza universitaria, quale debba essere il suo ruolo dentro e fuori dell'università.
Oggi l'attività dei docenti viene valutata
di volta in volta su parametri diversi: per i concorsi sull'attività
scientifica, per la didattica sulla base del numero di corsi svolti, di
esami fatti o di tesi seguite, nonché sul giudizio degli studenti,
per gli aspetti organizzativi sulle funzioni svolte, sulla capacità
di attrarre fondi di ricerca, ecc. Tutti criteri che possono anche essere
giusti, singolarmente presi, ma che non consentono una visione complessiva,
unitaria, dell'attività svolta da ciascuno.
In una recente proposta di revisione dello stato
giuridico si introduce ad esempio la possibilità di una valutazione
ogni quattro anni dell'attività svolta, con la possibilità
di essere "buttati fuori" se il giudizio è negativo: in teoria è
giusto così, ma se il giudizio venisse dato, come proposto, da una
commissione di docenti di altre sedi della propria comunità scientifica
si rischierebbe di aumentare ulteriormente il peso, e le capacità
di controllo e di ricatto, delle lobbies che spesso dominano nei diversi
settori, e che già condizionano pesantemente i concorsi. A questo
punto sarebbe forse meglio passare al modello anglosassone, basato sui
contratti e che ha anch'esso le sue magagne, ma che consentirebbe almeno
la possibilità di un più facile spostamento tra le sedi,
oggi quasi totalmente ingessato dal "combinato disposto" tra le modalità
concorsuali e le norme relative all'autonomia finanziaria delle sedi.
Ricollegandosi alle problematiche della valutazione
dei docenti, appare necessario aggiungere una nota sulle modalità
di valutazione degli atenei, adottate sia a livello ministeriale sia a
livello di singola sede.
La valutazione, in sé strumento opportuno,
si basa essenzialmente su parametri "misurabili" che di per sé sono
apparentemente neutri ma che tendono ad orientare le scelte delle sedi,
delle Facoltà ed anche dei singoli docenti. Ad esempio i parametri
che misurano l'efficienza del sistema (% di laureati rispetto alle matricole,
% di fuori corso, rapporti tra numero di studenti e di docenti o tra i
costi ed il numero di esami o di tesi) possono generare una perversa spirale
di abbassamento del livello qualitativo dell'Università (per aumentare
la percentuale di laureati basta bocciare di meno o abbassare il livello
dei contenuti, per diminuire il costo per studente bisogna attrarre più
matricole attraverso strategie di marketing). Si rischia di impostare la
propria attività in funzione del raggiungimento dei parametri o
del miglioramento degli stessi, con l'applicazione di logiche di mercato
che dovrebbero però presupporre l'abolizione del valore legale del
titolo di studio conseguito.
Infine, appare assurdo che la valutazione sia effettuata
solo dall'interno. Riteniamo quindi utile che i nuclei di valutazione siano
costituiti da organismi esterni all’Università, giacché non
possiamo essere noi a valutare noi stessi.
A cura della redazione di Universitas-University
|