Marco Martini. Profondità totale, e fedele.

di Giorgio Vittadini

 

 Lo scorso 4 ottobre 2002 è morto Marco Martini, preside della facoltà di Scienze Statistiche all’università di Milano Bicocca. La sua appartenenza al movimento ha segnato ogni tratto della sua vita. Anche gli ultimi giorni di sofferenza. La testimonianza di un suo allievo

 

Conobbi Marco Martini 22 anni fa, quando mi presentai appena laureato, all’ Istituto di Scienze Statistiche e Demografiche “Marcello Boldrini” della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano. Il rapporto e l’amicizia con lui hanno coinciso con il dipanarsi della mia attività lavorativa. Da questa postazione privilegiata ho potuto assistere al suo affermarsi come studioso e professore universitario. Non meno che a Marco Biagi dobbiamo a lui l’attuale concezione del mercato del lavoro. La necessità di un sistema ricco di informazioni in cui domanda e offerta si incontrano attraverso il supporto di reti informative e banche dati interattive, l’utilità del lavoro part-time e interinale, la necessità di un passaggio dal posto di lavoro al percorso, nel lavoro sono concetti da lui sostenuti prima che si affermassero oggi come fondamenti ineludibili della nostra società. Analogamente, a lui si deve la definizione di non profit come impresa sociale che non distribuisce utili, a cui tutta la contabilità nazionale e la pubblicistica fa oggi riferimento. Ancora, moderne definizioni di indici dei prezzi caratterizzate non solo da eleganti proprietà statistico-matematiche, ma da aderenza alla realtà, traggono origine da lui. Nella sua molteplice attività presso l’Irer, la Regione Lombardia, la Comunità Europea, l’Unioncamere, l’Istat, l’Inail, tali intuizioni sono divenute anche strumenti operativi a servizio della società economica politica italiana.

 

È se opera

Certo, quando una persona muore, conta solo ciò che rimane di fronte al Mistero che l’ha generato e accolto in cielo. Ma il “è se opera” si applica non solo a Gesù, ma anche all’uomo: quanto è astratto separare il riconoscere dal fare, la preghiera dall’azione! Contro ogni riduzione intimistica e pietistica, quanto ricordato mostra il nesso profondo tra esperienza del movimento, amore all’uomo concreto, creazione scientifica e lavorativa che è caratteristica di ogni adulto generato dal nostro carisma. È per questo che senza soluzione di continuità anche realizzazioni fondamentali nella nostra storia di opere e del “più società meno Stato”, quali i Centri di Solidarietà, Obiettivo Lavoro e il lavoro interinale, le Scuole di Sussidiarietà, gli interventi del Movimento Popolare e della Compagnia delle Opere sul lavoro hanno avuto il contributo determinante di Marco.

 

Capacità educativa

Non è perciò casuale che l’impegno fondamentale di Marco si sia svolto in università. In un suo dialogo con don Giussani nacque uno slogan che accompagnò il Clu negli anni 80: “Università, una terra che chiede di essere lavorata”. In esso si paragonava il lento e apparentemente spesso inutile lavoro in università a quello dei monaci medioevali, incuranti delle violenze dei barbari, capaci di ricostruire continuamente dopo ogni distruzione per il loro amore a Gesù Cristo e all’uomo. Così Marco ha insegnato, apprezzato professore per più di 25 anni; è stato tra i fondatori dell’Università di Milano Bicocca, preside per 5 anni della Facoltà di Scienze Statistiche dopo averla ideata. Il professor Fontanesi, rettore della Bicocca, ha ricordato quel che è vero: il suo stile, deciso, ma mai autoritario, ha generato consenso, ammirazione, amicizia, affetto in moltissimi. Io stesso ho potuto godere della sua capacità educativa, della sua passione al vero, della sua pazienza infinita. Assolutamente disordinato, distratto, disorganico, innumerevoli volte sono stato corretto fermamente, ma amabilmente da Marco, salvato da colleghi e capi che volevano giustamente eliminarmi per la mia incompatibilità caratteriale con il rigore formale e contenutistico della Statistica. Marco mi ha corretto spesso fogli sporchi di caffè, pieni di correzioni incomprensibili, composti da pensieri senza capo né coda. Quel poco di rigore e competenza che ho oggi lo devo in gran parte a lui e al professor Haagen. Su queste solide basi, su questo tronco fatto di qualcosa che è già tutto „movimento‰ sta il nostro dialogo su Gesù, sulla fede, sul movimento in senso stretto. Marco è stato uno dei responsabili più importanti del movimento negli anni 60, uno dei protagonisti assoluti di quei momenti irripetibili ed eroici accanto a don Giussani, monsignor Scola, don Negri, Genia Scabini e tanti altri; sempre ha vissuto fedelmente Fraternità, Scuola di comunità a Rho con tanti amici come i Senn, i Rocchi, gli Zola, Piera Toletti, don Calchi Novati.

 

Dialogo vivace

Il dialogo tra di noi è sempre stato vivacissimo, acceso, spesso anche burrascoso come si conviene a uomini adulti per cui il movimento, almeno come desiderio, vuol essere risposta all’esigenza umana. Alle discussioni sul lavoro si alternavano così, senza soluzione di continuità, consigli, suggerimenti, correzioni, intuizioni, sui nostri io e sui nostri assetti nella vita. Proprio negli ultimi tempi tale dialogo aveva raggiunto il suo vertice. Il giorno in cui si sentì male la prima volta, il 31 gennaio 2002, Marco aveva appena partecipato alla Scuola di comunità con gli altri componenti della comunità della Bicocca, studenti, professori, non docenti. “Voglio partecipare al movimento nella sua origine, nella sua proposta più cruciale”. Senza mai considerare cultura e impegno come “conseguenze”, proprio per viverli di fronte alla Presenza si era convenuto di condividere la Scuola di comunità in università coi ragazzi. Me lo ricordò proprio, Marco, una settimana prima di morire. Seppe quasi subito del suo male, e dovette stare quasi sempre a casa. Chiese però a me e a Mario Mezzanzanica di andare ogni settimana a casa sua a continuare quella Scuola di comunità con sua moglie Roberta. È stata una esperienza di profondità totale in cui è emersa la grandezza di fede, la storia nel movimento di Marco. Non l’ho sentito mai lamentarsi: era così entusiasta delle parole di don Giussani che sembrava non fosse malato. Ho scoperto così la grandezza della moglie, Roberta. La conoscevo già, ma in questi mesi ne ho percepito la profondità, l’intelligenza, la pazienza, la capacità di sacrificio, l’indomabilità, la concretezza, la coscienza del peccato, la fede pura e cristallina. Non è perciò un caso che, accompagnato dai suoi figli Rachele, Mattia, Tommaso, splendidi e dignitosi anche nel dolore più profondo come nella vita tutta, da Roberta, da sua mamma, Marco negli ultimi giorni abbia offerto la sua sofferenza, la sua stessa vita ai suoi figli, a don Giussani, al movimento “che per me sono la stessa cosa”. Grazie, Marco.

 

(da Tracce, N. 10 - novembre 2002)