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Codice: ZIA04050801

Data pubblicazione: 2004-05-08

Mary Ann Glendon sugli studenti universitari di oggi

"La generazione Y deve sostenere fardelli straordinari"

ROMA, sabato 8 maggio 2004 (ZENIT.org).- Mary Ann Glendon, professoressa di giurisprudenza ad Harvard, ha preparato questo intervento in occasione dell'VIII Forum internazionale della gioventù del Pontificio Consiglio per i Laici, che si è tenuto a Rocca di Papa (Roma) dal 31 marzo al 4 aprile scorso.

La Glendon è stata recentemente nominata presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Il testo ha subito lievi correzioni.


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Studenti universitari oggi: ritratto di una generazione che cerca
Di Mary Ann Glendon

Dato che molti di voi sono studenti, sono sicura che sapete cosa significa dover scrivere un tema su un argomento sul quale non si è esperti. Potete quinti immaginare la mia reazione quando il Consiglio per i Laici mi ha chiesto di dare una conferenza dal titolo "Studenti universitari oggi: ritratto di una nuova generazione". Ne sono stata onorata, ma alquanto intimidita.

I. Cosa afferma la scienza sociale

Ho iniziato il mio compito nel modo in cui probabilmente anche voi avreste fatto. Sono andata in biblioteca per vedere cosa dicono gli studiosi delle scienze sociali e ho scoperto che vi è un'enorme quantità di letteratura sui giovani nati dopo il 1979, diventati adulti con il nuovo secolo e per questo motivo talvolta chiamati "Millennials". Effettivamente, nessuna generazione è stata oggetto di maggiore studio della cosiddetta "Generazione Y".

I dati della scienza sociale dimostrano che voi siete per molti aspetti fortunati. Un numero sempre maggiore di giovani, e proveniente da contesti sempre più diversi, frequenta oggi le università (anche se un grande divario ancora persiste tra i Paesi più abbienti e quelli in via di sviluppo, e tra ricchi e poveri all'interno dei Paesi più avanzati). Le ragazze in particolare godono oggi di opportunità per sviluppare pienamente la loro potenzialità umana mai registrate prima.

Una circostanza che ha caratterizzato maggiormente la vostra fascia d'età è data dal fatto di essere cresciuti insieme al computer. Il primo computer per la casa, per l'ufficio e per le scuole è stato introdotto dall'IBM nel 1981. Questo vi ha dato la possibilità di diventarne più esperti di quanto non lo saranno mai i vostri genitori. Un'altra benedizione di cui molti di voi godono è che - grazie alle accresciute aspettative di vita - nessun altra generazione ha avuto maggiore opportunità di stare con i propri nonni così a lungo.

Per altri aspetti, tuttavia, la Generazione Y è costretta a sostenere fardelli straordinari. Probabilmente nulla ha avuto maggiore impatto sulle speranze e i timori della vostra generazione quanto la rivoluzione sociale avvenuta tra la metà degli anni '60 (quando gran parte dei vostri genitori avevano l'età che avete voi oggi) e gli anni '80, quando la maggioranza di voi è nata. Dagli anni '60, i tassi di natalità e di matrimonio hanno iniziato a precipitare, nei Paesi ricchi del Nord America, Europa, Giappone e Australia. Al contempo, i tassi di divorzio sono cresciuti bruscamente, così come sono aumentate le nascite al di fuori del matrimonio e l'incidenza delle convivenze di fatto.

La proporzione e la rapidità di questi fenomeni non hanno precedenti, con aumenti e diminuzioni di più del 50% in meno di 20 anni. Quando finalmente questi tassi si sono stabilizzati ai loro nuovi, alti livelli, verso la fine degli anni '80, ci siamo ritrovati in un contesto sociale completamente trasformato. Consuetudini che avevano governato il comportamento sessuale per millenni sono state non solo ampiamente messe da parte, ma apertamente rigettate.

Con il senno di poi, possiamo osservare che i cambiamenti di comportamento e di idee, avvenuti in quegli anni, non risultano in altro che un grande esperimento sociale di massa. Pochi si rendevano conto allora che si trattava di un esperimento di cui i bambini ne avrebbero in gran parte pagato il prezzo. Oggi constatiamo ciò che avrebbe dovuto essere ovvio già allora: che se cambia il comportamento degli adulti, cambia anche l'ambiente nel quale crescono i bambini.

Aver dato la priorità, da parte degli adulti, alla ricerca della propria realizzazione personale, ha portato ad un cambiamento della società a spese dell'infanzia: un numero più che mai alto di bambini è cresciuto in famiglie prive della figura paterna; e lasciato alla cura non genitoriale già ad età molto giovane. Poca attenzione è stata data a ciò che questi cambiamenti avrebbero significato per i bambini, o per il futuro delle società maggiormente coinvolte.

Alcuni di voi avranno sentito trattare questo tema da parte di Padre Tony Anatrella, lo psicoanalista intervenuto a questo convegno l'anno scorso. Secondo lui, i cambiamenti che hanno coinvolto l'infanzia hanno prodotto conseguenze negative sulla capacità delle persone di riporre fiducia negli altri, e persino sulla loro capacità di avere speranza nel futuro. Egli ha criticato piuttosto duramente la generazione degli anni '60, sostenendo che, seppure molti dei genitori dell'epoca desideravano la felicità per i propri figli, essi non furono capaci di trasmettere loro "le regole fondamentali della vita sociale, le consuetudini che sono il tesoro di un popolo, e la vita cristiana che è stata la matrice delle diverse culture".

La storia nel mondo in via di sviluppo è diversa, ma i cambiamenti nella vita familiare sono stati egualmente rapidi e profondi. L'industrializzazione, l'urbanizzazione e la globalizzazione hanno accelerato la distruzione delle consuetudini ancestrali e degli schemi di vita familiare. In molti Paesi, il processo di industrializzazione, che in Occidente si è diffuso nell'arco di un secolo, è stato raggiunto in poco più di un decennio. In alcune parti del mondo, i bambini sono stati privati sia della loro infanzia che dei loro genitori, a causa della devastazione dell'Aids, o di violenti conflitti etnici e politici.

Questo è il genere di informazione che ho riscontrato cercando ciò che gli scienziati sociali ci dicono sulla Generazione Y. Ma come docente universitario, madre e nonna, mi è sembrato che qualcosa mancava. Volevo saperne di più su ciò che gli stessi giovani pensano della loro situazione, mentre si preparano ad assumere posizioni di responsabilità in un'era di cambiamenti turbolenti generati dalla globalizzazione, dai conflitti e dal diffuso decadimento della vita familiare. Volevo saperne di più su come gli studenti universitari cattolici, in particolare, vedono se stessi.


II. Alcune testimonianze di giovani cattolici

Quindi per cogliere il senso delle vostre speranze e dei vostri timori per il futuro ho chiesto ad alcuni colleghi ed amici, in contatto con giovani cattolici nelle università e nelle organizzazioni giovanili, di far circolare un breve questionario. Vi riporto due delle domande che vi erano contenute: Che evoluzione sociale auspichi maggiormente per il futuro, e cosa temi maggiormente? Che sviluppi auspichi maggiormente per la tua vita personale, e cosa temi maggiormente?

Ciò che è stato più sorprendente nelle risposte che ho ricevuto dagli studenti cattolici di tutto il mondo è stata la similitudine nel modo in cui questi giovani hanno espresso le loro personali speranze e i loro timori.

Dalle Filippine al Kenya, dall'Europa al Nord e Sud America, gli studenti hanno principalmente parlato di tre cose: la speranza di trovare la persona giusta da sposare e con cui formare una famiglia; la speranza di trovare un lavoro soddisfacente e remunerativo; e la speranza di poter contribuire a cambiare positivamente la società, cosa che molti hanno espresso come costruire la civiltà dell'amore. La loro principale ansia riguarda la loro eventuale incapacità di realizzare queste speranze.

Un giovani spagnolo ha scritto: "Spero un giorno di sposarmi e di vedere la nascita di ciascuno dei miei figli, e spero di trovare il tipo di lavoro che mi consenta di migliorare la mia condizione sociale. Ciò che temo riguarda le stesse cose, dato che queste coinvolgono le più importanti decisioni della mia vita e ho paura di fare le scelte sbagliate". Sulla stessa linea, uno studente tedesco ha scritto: "Spero di avere una bella vita familiare e di avere un tipo di lavoro che mi consenta di restituire un po' di quanto Dio mi ha dato, ma ho paura di non trovare la persona giusta con cui condividere il resto della mia vita".

Anna Halpine, una straordinaria attivista cattolica, che ha fondato "World Youth Alliance" cinque anni or sono, quando aveva ancora una ventina d'anni, ha sintetizzato le risposte dei suoi collaboratori alle mie domande in questo modo: "La nostra esperienza ci dice che tutti i giovani sono alla ricerca del significato e del senso della loro vita. Una volta trovato, una volta riconosciuta la profonda dignità che possiedono, essi si trovano nella capacità di poterlo trasmettere agli altri. Ma prima che questa pietra miliare venga posata, essi sono incapaci di dare alcun apporto al mondo e alcun senso alla propria esistenza".

L'anno scorso, il direttore del ramo europeo del World Youth Alliance, Gudrun Lang, ha pronunciato un discorso al Parlamento europeo nel quale ha descritto i suoi contemporanei in questi termini: "La mia generazione è la prima ad aver sperimentato cosa significhi vivere in un continente più o meno privo di valori. Siamo noi a vivere in una società di famiglie spaccate; a renderci conto di cosa ciò comporti per gli individui, per i coniugi, per i bambini e per tutte le persone che li circondano. Siamo noi a vivere in una società opportunista ad ogni costo; che uccide i propri figli quando ancora non sono nati; che uccide i parenti anziani perché non siamo disposti a dare loro la nostra cura, il nostro tempo e l'amicizia di cui hanno bisogno".

Ha proseguito dicendo: "Molti giovani con cui lavoro hanno fatto l'esperienza della perdita del rispetto dell'inviolabile dignità di ogni componente dell'umana famiglia. Le nostre famiglie si sono spaccate, i nostri parenti soffrono di solitudine e molti non scorgono il senso della propria vita". Ma al contempo ha notato il senso di determinazione nel voler cambiare le cose in meglio. La sua generazione, ha affermato, ha "visto le ideologie della seconda metà del secolo scorso tradotte in leggi, e non ne siamo contenti".


III. La ricerca del senso della vita nell'università postmoderna

Ciò che secondo me emerge da questi elementi e queste valutazioni è un ritratto di una generazione che cerca; una generazione di giovani che desidera qualcosa di meglio per sé e per i suoi futuri figli, rispetto a ciò che loro avevano ricevuto; una generazione che sta esplorando un territorio sconosciuto, ricevendo scarsa guida da parte dei genitori. È normale che, per molti membri della Generazione Y, la ricerca del significato assuma una necessità particolare quando essi entrano all'università, luogo tradizionalmente dedicato all'acquisizione del sapere e della verità.

Quale posto migliore dell'università, si è portati a pensare, per perseguire la propria ricerca del senso della vita. Quale posto migliore per imparare a elaborare giudizi misurati e informati. Quale posto migliore per acquisire la capacità di distinguere tra le cose importanti e quelle triviali. Quale posto migliore per imparare ad identificare il pericolo anche quando sembra attraente, e di discernere la verità anche quando difenderla implichi di dover perdere la stima degli amici o del mondo.

Ma se queste sono le tue speranze, significa che rimarrai deluso in molte delle università di oggi, in quanto sono le stesse università che sembrano aver perso il senso del proprio scopo e del proprio significato. Come dice una giovane donna degli Stati Uniti rispondendo al mio questionario: "Se potessi riassumere in una parola ciò che è stato inculcato nelle menti della mia generazione, direi la 'tolleranza'. La tolleranza ci ha portato ad essere gente affabile, ma ha anche prodotto, a mio avviso, una generazione che ha scarsa cognizione di una moralità oggettiva e della verità. Non ci viene data una guida sufficiente per giudicare il bene e il male".

Una giovane donna che insegna nel Kenya ha scritto che gli studenti universitari lì "hanno bisogno, e cercano disperatamente, modelli comportamentali e qualcosa in cui credere. Vi è un contrasto costante tra il modo in cui i loro genitori li hanno cresciuti e ciò che la società gli offre". Purtroppo, l'università postmoderna sembra aver perso la sua rinomata tolleranza per la diversità delle opinioni; almeno per quanto riguarda i punti di vista morali basati sulla religione, e in particolar modo basati sulla religione cristiana.

Dunque ci troviamo in una situazione curiosa nella quale fin troppe delle persene più istruite nella storia possiedono una formazione religiosa che rimane ad un livello alquanto primitivo. Avete notato quanti cattolici altamente istruiti sembrano vivere con una cognizione della propria fede a livello di asilo? Quanti di noi, ad esempio, hanno dedicato la stessa quantità di tempo all'approfondimento della propria fede, rispetto a quella dedicata all'apprendimento del computer?

Devo ammettere che quando leggo, nelle lettere del Santo Padre ai laici, che dovremmo "prendere il largo" senza timore, penso sempre che ci dovrebbe essere una nota che dica: "Non avere paura" non significa "non essere preparato". Quando Nostro Signore ha detto agli apostoli di prendere il largo, certamente non si aspettava da loro che prendessero delle barche fallate. Quando gli ha detto di calare le reti, non si aspettava che quelle reti fossero piene di buchi!

Questo mi porta al punto più importante che vorrei sottolineare oggi. Vorrei farvi riflettere sul fatto che una formazione povera rappresenta un pericolo particolare in una società come la nostra in cui l'istruzione in altre aree è così avanzata. Nella società contemporanea, se la formazione religiosa non sarà capace di porsi allo steso livello della generalità dell'educazione secolare, correremo il rischio di non essere più in grado di difendere il nostro credo neanche contro noi stessi. Ci sentiremo impotenti di fronte alla secolarizzazione e al relativismo che sono così penetranti nella nostra cultura e nelle nostre università. Ci ritroveremo ammutoliti quando la nostra fede sarà ingiustamente attaccata.

Quando questo si realizzerà, molti giovani cattolici si allontaneranno dalla fede. Un numero infinito di giovani uomini e donne di oggi ha avuto, all'università, un'esperienza simile a quella che ha portato il grande sociologo Alexis de Tocqueville a perdere la fede 200 anni or sono, all'apice dell'Illuminismo. Nella sua infanzia, Tocqueville è stato cresciuto da un prete anziano e devoto il quale si era formato in un’ epoca di maggiore semplicità. Poi, all'età di 16 anni, egli si imbatté nei lavori di Cartesio, Rousseau e Voltaire. Così descrisse quell'incontro, anni più tardi, in una lettera ad un amico:

"Non so se ti ho mai raccontato di un avvenimento nella mia giovinezza che mi ha marcato profondamente per il resto della mia vita; di come sono stato preda di un'insaziabile curiosità di cui la unica soddisfazione disponibile era una grande biblioteca di libri. ...Fino a quel momento la mia vita era trascorsa avvolta in una fede che non aveva permesso neanche al dubbio di penetrare. ... Poi il dubbio... ha fatto breccia, guidato da una incredibile violenza. ... Ad un tratto ho sentito la sensazione descritta dalle persone che hanno vissuto un terremoto: quando la terra si muove sotto i loro piedi, così come le mura che li circondano e il soffitto sopra alle loro teste, i mobili sotto le loro mani, e la natura tutta di fronte ai loro occhi. Sono stato preso dalla melanconia più buia e poi da un estremo disgusto per la vita, anche se nulla sapevo della vita. Ed ero quasi prostrato dall'agitazione e dalla paura alla vista del cammino che mi rimaneva da percorrere in questo mondo."

Ciò che lo fece riemergere da quello stato, raccontava al suo amico, furono i piaceri del mondo ai quali si abbandonò per un periodo. Ma le sue lettere testimoniano la sua tristezza perenne per la sua incapacità di credere. Quanti giovani cattolici sono caduti nella stessa trappola mentre affrontavano la difficile transizione dall'infanzia ad un Cristianesimo maturo. Tocqueville almeno è stato confuso da alcune delle più grandi menti della storia Occidentale. Ma molti dei nostri contemporanei non sono pronti ad affrontare neanche le versioni più semplificate del relativismo e dello scetticismo!

Alcuni giovani uomini e donne, come Tocqueville, potranno dedicare l'interva vita ad una sorta di struggimento melanconico. Altri potranno iniziare a chiudere la loro vita spirituale completamente nella sfera privata, in un compartimento stagno separato dal resto della loro vita. Altri ancora potranno imitare il camaleonte, quel piccolo rettile che cambia colore per mimetizzarsi con l'ambiente circostante. Quando qualcosa del Cristianesimo non si adatta allo spirito dei tempi, il camaleonte semplicemente lo cancella.

Quanti di questi cercatori dispersi, mi domando, potrebbero andare fieri del loro essere cattolici, se avessero avuto la possibilità di conoscere la grande tradizione intellettuale della Chiesa e il suo ricco caveau di insegnamento sociale?

Oggi, nell'epoca di Giovanni Paolo II, realmente non vi sono scuse per ignorare il patrimonio intellettuale che ci dà le risorse necessarie per affrontare le sfide della modernità. Nessun cattolico che si accosta a tale patrimonio potrà rimanere muto di fronte alle accuse di incompatibilità tra fede e ragione o tra religione e scienza.

Nella "Novo Millennio Ineunte", il Santo Padre dà un messaggio di grande rilevanza rispetto al tema di questa conferenza sul "testimoniare Cristo nell'università".

"Per l'efficacia della testimonianza cristiana", scrive, "è importante fare un grande sforzo per spiegare adeguatamente i motivi della posizione della Chiesa, sottolineando soprattutto che non si tratta di imporre ai non credenti una prospettiva di fede, ma di interpretare e difendere i valori radicati nella natura stessa dell'essere umano" (51).

Tre elementi sottesi a queste sagge parole devono essere evidenziati:

Primo, chi vive in società pluralistiche deve essere in grado di dare le proprie ragioni in termini intelligibili per tutti gli uomini e donne di buona volontà, così come San Paolo era "ebreo per gli ebrei, e greco per i greci [pagani]". Fortunatamente possiamo contare su grandi modelli contenuti negli insegnamenti sociali cattolici e negli scritti di Giovanni Paolo II.

Secondo, noi che lavoriamo nell'apostolato intellettuale dobbiamo mantenere la nostra tradizione intellettuale al passo con la migliore scienza umana e naturale del nostro tempo, così come fece San Tommaso d'Aquino ai giorni suoi.

E terzo, poiché viviamo in un tempo in cui la nostra Chiesa è sotto inesorabile attacco, dobbiamo essere ben preparati a difenderla. Questo non significa che dobbiamo reagire ad ogni insulto per quanto piccolo. Ma che dobbiamo imparare ad avere e a dimostrare sufficiente fierezza per ciò che siamo.

Non vi è nulla di male nell'essere orgogliosi della tradizione intellettuale della nostra Chiesa; una tradizione anteriore e superiore rispetto al secolarismo impoverito che imperversa in molte università di punta. Non vi è nulla di male nell'essere orgogliosi dell'impegno istituzionale di alto rilievo mondiale della nostra Chiesa nell'opposizione al controllo violento della popolazione, all'aborto, all'eutanasia, e alle misure draconiane contro gli immigrati e i poveri.

In un momento storico e in una cultura in cui il Cristianesimo si trova sotto un attacco proveniente da diverse direzioni, i cattolici rendono un grave disservizio quando non contestano il mito secondo cui la storia del Cristianesimo in generale e del Cattolicesimo in particolare sarebbe una storia di un sistema patriarcale, di mondanità, di persecuzione o di emarginazione di persone e di idee.

In qualità di docente universitario e di genitore, sono particolarmente consapevole della difficoltà di "testimoniare Cristo nell'università". Per questo ho letto con grande piacere la proposta del Santo Padre dello scorso mese di febbraio, rivolta ai vescovi di Parigi, di creare "scuole di fede" a livello universitario. Dopo tutto, perché l'insegnamento della religione dovrebbe interrompersi proprio nel momento in cui la fede sarebbe maggiormente pronta ad affrontare le sfide più grandi, e proprio nel momento in cui molti giovani uomini e donne si trovano per la prima volta lontani da casa?

A mio avviso la Chiesa dovrebbe seguire i suoi figli e le sue figlie anche all'università. Dovrebbe trovare il modo di accompagnarli per quel cammino irto di pericoli verso un Cristianesimo maturo. Vi sarebbero molti modi per farlo. In diversi luoghi le grandi organizzazioni laiche sono già presenti nelle università. Stanno svolgendo un lavoro magnifico, dimostrando che la formazione e l'amicizia possono camminare insieme. Ma molto ancora può e deve essere fatto in questo senso. Vorrei anche citare due recenti e meravigliosi libri, adatti ad essere "compagni di viaggio" per i membri della Generazione Y: "Tell Me Why: A Father Answers His Daughter's Questions About God," di Michael e Jana Novak, e "Letters to a Young Catholic" del biografo papale George Weigel.


IV. Conclusione: La risposta al mistero di ogni vita umana

Per concludere dunque, proporrei che la "Y" della Generazione Y, rappresentasse la parola "yearning": una generazione che desidera, che si interroga, che cerca e che si rifiuta di accontentarsi di risposte superficiali. Nessuno ha compreso questo meglio del Papa Giovanni Paolo II, ed è questo - mi pare - uno dei motivi per cui i giovani lo amano così tanto e per cui le Giornate Mondiali della Gioventù sono state un'esperienza così trasformante per molti.

Come egli ha scritto nella "Tertio Millennio Adveniente": Cristo si aspetta grandi cose dai giovani. "... I giovani, in ogni situazione, in ogni regione della terra non cessano di porre domande a Cristo: lo incontrano e lo cercano per interrogarlo ulteriormente. Se sapranno seguire il cammino che Egli indica, avranno la gioia di recare il proprio contributo alla sua presenza nel prossimo secolo e in quelli successivi, sino al compimento dei tempi. «Gesù è lo stesso ieri, oggi e sempre»" (58). Gesù Cristo è la risposta al mistero di ogni vita umana.

Che apporto darete voi studenti universitari cattolici al mondo! Nessuno può prevedere esattamente come ciascuno di voi risponderà alla chiamata battesimale alla santità e all'evangelizzazione. Ma una cosa è certa: non manca il lavoro da portare avanti nella vigna. Vi sono famiglie da formare e da accudire; frontiere intellettuali da esplorare; giovani menti da educare; ammalati da assistere; poveri da risollevare; e la fede da trasmettere alle future generazioni. Il mio augurio per voi è che il Signore possa moltiplicarvi, e che ciascuno di voi possa incidere su migliaia di vite umane.


[Traduzione del testo originale in inglese a cura di ZENIT]


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