Eichstätt
L'amicizia, una virtu'
Per una cultura nuova
di Cristina Gatti
Incontro col professor Nikolaus Lobkowicz, intellettuale di
spicco
della Mitteleuropa. I giovani, l'educazione, l'Est. L'incontro con
Comunione
e Liberazione. I progetti futuri. Un esempio di vera passione
culturale
Nikolaus Lobkowicz è una delle personalità di spicco del
mondo intellettuale mitteleuropeo, e soprattutto una delle più intensamente
appassionate a rendere presente la Chiesa nel mondo della cultura e della
politica.
Dopo aver insegnato dal 1960 al 1967 all'Università di Notre Dame
(Indiana - Stati Uniti), nel 1967 ha iniziato ad insegnare Teoria Politica e
Filosofia all'Università Ludwig-Maximilian di Monaco, di cui è stato Rettore dal
1971 per più di dieci anni. Nel 1984 è stato nominato Presidente dell'Università
Cattolica di Eichstätt, rimanendo in carica fino al 1996. Dopo il crollo del
muro di Berlino si è occupato attivamente della ricostruzione dei Paesi
dell'Europa Centro-orientale, fondando proprio a questo scopo il Zentral
Institut für Mittel- und Osteuropastudien (Centro Studi per l'Europa
Centro-Orientale), di cui è Direttore.
Abbiamo intervistato il Professor
Lobkowicz per i lettori di Tracce.
- Professor Lobkowicz, lei è stato Rettore dapprima dell'Università di
Monaco e poi dell'Università Cattolica di Eichstätt. Quali sono stati gli
avvenimenti per lei più importanti in quegli anni?
Dipende in parte da
cosa si intende per "importante". Ci sono avvenimenti mediante i quali si
raggiunge qualcosa, come la creazione della Facoltà di Economia dell'Università
di Eichstätt a Ingolstadt. Ci sono avvenimenti che rimangono impressi nella
memoria per l'intensità di ciò che si è vissuto, come l'irruzione della polizia
nell'edificio centrale dell'Università di Monaco quando gli studenti radicali di
sinistra occuparono l'università e incominciai a ricevere telefonate da parte
degli studenti che volevano poter frequentare l'università. Ci sono poi
avvenimenti grazie ai quali si impara qualcosa - e sono per lo più avvenimenti
che si percepiscono come tali solo retrospettivamente, perché ci vuole del tempo
prima di capire che si è imparato qualcosa e che cosa sia esattamente ciò che si
è imparato. Rientra tra questi ultimi "avvenimenti" la mia disputa con i
contestatori di sinistra di Monaco: solo molto tardi, troppo tardi, ho capito
che in fondo cercavano dei padri, severi ma benevoli, delle autorità che
avessero da dire loro qualcosa di essenziale. È da annoverare tra tali
avvenimenti anche la mia richiesta nel 1984 a don Giussani «di mandarmi alcuni
suoi studenti»; solo in questi ultimi anni ho veramente capito che fu quanto di
più importante abbia fatto per l'identità dell'Università Cattolica di
Eichstätt, tra l'altro anche perché da queste fila sono usciti alcuni dei miei
migliori collaboratori, collaboratori di cui ci si può fidare da ogni punto di
vista.
- A partire dalla sua esperienza in questi anni, come vede la situazione dei
giovani nella società attuale?
La loro situazione è oltremodo
difficile, perché genitori, insegnanti, in parte persino la Chiesa difficilmente
offrono loro un orientamento, in quanto essi stessi spesso non sanno più cosa
sia giusto e cosa sbagliato. Si ha a volte l'impressione che oggigiorno siano
più i figli a educare i genitori che non i genitori i figli. I giovani si
trovano di fronte a una società pluralistica fino alla contraddittorietà e
nessuno dice loro quale sia la strada da percorrere. Così passano, con
l'entusiasmo che li contraddistingue, di malinteso in malinteso, e molti non
riescono più ad uscirne. Non si insegna più ai giovani come comportarsi con se
stessi.
- Qual è secondo lei il compito educativo dell'università? Che cosa vuol
dire educare?
Questo varia da un Paese all'altro. In Germania le
università sono viste come luoghi di pura formazione e preparazione
professionale, come istituzioni che possono trasmettere il sapere e competenze
professionali; gli Inglesi tutt'al più sono propensi all'idea che le università
debbano educare, ma a dire il vero non si sa spesso bene a che cosa - spesso a
capricci di provenienza oxfordiana, come si è visto nel film Brideshead
Revisited, traduzione filmica del libro di Evelyn Waugh. Per le università non è
semplice "educare", perché l'educazione è un rapporto del tutto personale - e
questo non è facile da realizzare nelle università, tanto più se di grandi
dimensioni. Che cosa vuol dire educare? Vuol dire tirar fuori da un uomo le sue
capacità e nel contempo ricondurle ad unità, cosicché possa essere se stesso
nella totalità delle sue dimensioni. Per raggiungere questo scopo gli si deve
però insegnare che cosa e chi è veramente un uomo, che cosa significa essere
giusti verso se stessi e non tacere nulla a se stessi.
Quali sono state le
figure e gli incontri più determinanti per la formazione della sua
personalità?
I miei genitori, che mi hanno educato al Cattolicesimo; un paio
di insegnanti liceali a Praga e poi in Svizzera, che mi hanno insegnato
l'interesse per i problemi culturali; il mio professore universitario, il
domenicano I.M. Bochenski, che mi ha insegnato a pensare, Romano Guardini, i cui
libri mi hanno preservato dalle ristrettezze razionalistiche di Bochenski;
teologi come Hans Urs von Balthasar o Henri de Lubac, che mi hanno insegnato la
bellezza e l'intelligenza della nostra fede e molti amici incontrati nel corso
dei miei sessantacinque anni di vita.
- Che cosa ha voluto dire per lei l'incontro con don Giussani e con il
movimento di Comunione e Liberazione?
Particolarmente impressionanti
furono circa dieci anni fa gli Esercizi sulle Dolomiti. Là ho potuto osservare
come don Giussani raccontava a giovani di ogni Paese cose che, per la mia
educazione, a me in fondo erano evidenti, e tuttavia le raccontava in modo tale
che risuonavano del tutto nuove, come se non le si fossero mai sentite. Cristo
come amico che ti aiuta quanto più stai male spiritualmente; la Chiesa come
comunione creatrice di quelli che stanno con Lui; l'amicizia che è in sé una
virtù e non deve essere deviata da altro scopo; la fede come la risposta a ciò
che si è cercato per tutta la vita; il ricordo di ciò che è il destino per noi
uomini e l'orientarsi ad esso - sono questi i temi coi quali sono cresciuto, ma
che per parte mia non ho saputo articolare come ha fatto don Giussani. E ancora:
ciò che di Comunione e Liberazione mi ha sempre e sempre più affascinato è il
suo interesse ad operare "culturalmente" nel senso più ampio del termine, con
un'apertura a tutto ciò che il mondo odierno ha da offrire e tuttavia con una
chiara facoltà di discernimento. I fedeli cattolici inclinano ad essere musoni;
don Giussani li educa ad essere magnanimi, ad essere affascinati dalla realtà e
a non disprezzare gli altri perché sono diversi e pensano in modo diverso.
Comunione e Liberazione è per me uno dei rari esempi dell'affermazione così
spesso fraintesa che la verità, e cioè ultimamente Gesù Cristo, rende liberi.
- Quali urgenze l'hanno mossa nel fondare il Zentral Institut für Mittel-
und Osteuropastudien (Centro Studi per l'Europa Centrale e Orientale)?
Sono di origine ceca e fin dal periodo degli studi mi sono occupato
dei problemi dell'Europa centro-orientale. Pertanto non appena è scomparso
l'incubo del regime comunista mi è sembrato ovvio creare un Istituto in aiuto ai
Paesi ex-comunisti - che offra aiuti a livello universitario, ossia borse di
studio, strumenti di ricerca, corsi, convegni e così via. Del fatto che questo
Istituto potesse svolgere un ruolo importante per la Chiesa mi sono reso conto
solo gradualmente.
- Che impressione ha avuto ritornando dopo molti anni a Praga, nella sua
città natale? Quali possibilità di ricostruzione intravvede?
Praga per
me (e forse non solo per me) è una delle città più belle del mondo; e i
comunisti, grazie a Dio, non hanno avuto soldi a sufficienza per distruggere
tale bellezza. A Praga ho ritrovato la mia giovinezza, coi suoi sogni, coi suoi
desideri e con le sue gioie, ma anche coi suoi problemi. Ma dietro a questa
magnifica facciata si nasconde una società profondamente danneggiata: uomini che
sono cresciuti nella menzogna, si sono piegati ad essa e alla fine si sono messi
al suo servizio. Così, bisogna ricostruire quasi tutto ciò che non è un
edificio: lo stato di diritto, le scuole, le università, la capacità educativa
dei genitori, la morale comune, non da ultimo anche la formazione dei sacerdoti,
ora a confronto con un mondo del tutto nuovo, il mondo dell'Occidente, a suo
modo anch'esso malato, anche se in maniera diversa dal mondo dietro alla ex-
"cortina di ferro". Qualunque cosa si faccia è comunque inevitabilmente solo un
piccolo contributo; ma il compito più importante è quello di formare i futuri
genitori e insegnanti, mettendoli in grado di diventare di nuovo degli
educatori.