Riformare la riforma

 

Molto interessante l’incontro di sabato 1 Marzo al CEUR Milano organizzato dall’associazione Universitas-University col prof. De Maio, Rettore dell'Università LUISS "Guido Carli" sul tema: ”Università: riformare la riforma?. I temi toccati sono di grande attualità: la riforma dei corsi di laurea e lo stato giuridico dei docenti universitari. Cominciamo a commentare il primo.

La riforma dei corsi di laurea sembra essere in dirittura finale.

Con lucido realismo si è scelto di riformare la riforma con un nuovo regolamento ministeriale ed evitando di modificare il testo della legge 509, che avrebbe previsto, invece, lunghissimi tempi attuativi. Di conseguenza le modifiche possono entrare in vigore nel giro di 5-6 settimane, ovvero subito dopo il parere obbligatorio degli organi di rappresentanza del mondo accademico. Inoltre le modifiche non cambiano di molto lo stato attuale, evitando quindi il panico che si creerebbe negli atenei all’idea di dover buttare tutto l’assetto didattico a cui si è giunti dopo due anni di lavoro, e di dover ricominciare tutto da capo.

Ma se la forma cambia poco, apparentemente, la nostra speranza è che la sostanza possa cambiare un po’ di più. Perché a noi che lavoriamo in Università lo stato attuale non piace, come abbiamo tante volte affermato in questi ultimi due anni (vd. 22/02/2002 Sullo stato di attuazione della riforma, 24.01.2002: Alla ricerca dell'Università perduta, 02.07.2001: Fermi tutti: questa è una rapina, 27.03.2001: Per un pugno di crediti).  E il nuovo regolamento, fatto con realismo sulla base di un documento preparatorio stilato dalla commissione ministeriale presieduta dallo stesso De Maio, contiene proposte che ci sembrano andare nella giusta direzione.

Innanzi tutto pare risolversi il problema di schizofrenia che affligge l’attuale laurea di primo livello: questa non sarà più ‘di base’ e ‘professionalizzante’, ma ‘di base’ o ‘professionalizzante’.

Ben venga allora il percorso a Y che, dopo un primo anno comune, divide la strada di chi sceglie la specializzazione professionale da quella di chi si forma con più solide basi per arrivare in fondo ai cinque anni. Sono previsti anche i traghettamenti da un ramo all’altro della Y per chi cambia idea in corso di studio. Traghettamenti che ci lasciano sempre un po’ perplessi: ma questi giovani quando crescono? Quando inizieranno ad assumersi le responsabilità che comporta una qualsiasi decisione?

Inoltre si va verso una riduzione delle rigidità delle attuali tabelle dei crediti che tanto ci hanno fatto penare per disegnare gli attuali corsi di studio. Sono previsti meno vincoli sui crediti e una laurea di secondo livello (master) da 120 crediti, svincolati dai 180 del triennio precedente, in modo tale che l’accesso al biennio richieda il conseguimento della laurea di primo livello.  Si aprono quindi interessanti e nuove tipologie di percorso didattico: si può, ad esempio, pensare ad un primo livello di Ingegneria seguito da un master di Business Administration, ecc.

Rimane ancora qualche dubbio: è ormai evidente che la laurea di primo livello professionalizzante prende il posto del rimpianto diploma di Istituto Tecnico o Professionale, e del più recentemente estinto Diploma Universitario. E’ quindi sancito il principio che l’Università, oltre ad essere la vecchia Università, sarà anche un super Istituto Superiore.

Il ‘diritto al successo’ al posto del vecchio ‘diritto all’accesso’ significa anche questo. Che se prima solo 1/3 degli iscritti arrivava alla laurea, ora dovranno arrivare quasi tutti almeno al primo livello. E quindi raddoppia (almeno) il carico didattico dei docenti e, se non vogliamo laureare dei “metalmeccanici teorici”, bisognerà finalmente costruire dei laboratori didattici degni di questo nome. E la domanda sorge spontanea: i docenti universitari saranno in grado di (e vorranno) riconvertirsi a docenti di scuola media superiore? E nello stesso tempo tenere in piedi corsi di laurea ad alto livello?

         E poi, non siamo tutti uguali! Giurisprudenza non è uguale a Fisica, Lettere non è uguale a Ingegneria. E allora perchè il sistema universitario deve essere uguale per tutti? La fretta di Berlinguer (o forse di Modica) nel riformare l’Università e l’attuale impossibilità pratica a rimettere tutto in gioco, ci consegnano un sistema pensato più per le facoltà scientifiche, dove forse ha un senso pensare ad una uscita professionalizzante a 3 anni. Ma le facoltà umanistiche ne hanno bisogno? E quelle scientifiche di base? Non è forse vero che sono queste le facoltà che pagano il prezzo più alto della frammentazione dei corsi e del compattamento a tre anni?

         La riforma della riforma apre comunque nuovi spazi di libertà. E’ un’occasione da non perdere per tornare (o cominciare...) a discutere in Università sul ruolo dell’ Università. E per correggere le storture di una riforma digerita troppo in fretta.

Universitas-University Perugia, marzo 2003