Evitare gli sprechi
ALBERTO QUADRIO CURZIO
Il Sole24ore 30/09/2003
Che l'Italia debba investire di più in ricerca scientifica e tecnologica (R&S) è a (quasi) tutti noto. Stando ai dati più recenti spendiamo annualmente 1'1,07% del Pil pari a 12 miliardi di euro. Per eguagliare la media Ue pari a quasi il 2% del Pil dovremmo pressoché raddoppiare e per arrivare al 2,5% sul Pil su cui si aggira la Germania (alla quale la Francia è marginalmente inferiore) dovremmo salire a circa 30 miliardi di euro annui. E ancora, l'Italia ha 2,8 ricercatori ogni mille unità di forza lavoro (media Ue 5,4), una spesa in R&S pro capite di 216 euro (444), un numero di brevetti depositati allo European Patent Office di 67 per milione di abitanti (media Ue 139).
Di fronte a questa situazione, che nasce da antiche trascuratezze sia dei Governi verso la ricerca, sia delle Università verso se stesse e verso le imprese, sia delle imprese verso la scienza, il Governo Berlusconi ha normato d'urgenza. Così con il decreto 269 in vigore dal 2 ottobre si fonda l'Istituto italiano di tecnologia (Iit) che, presentato come il nostro Mit nazionale, ha «lo scopo di promuovere lo sviluppo tecnologico del Paese e l'alta formazione tecnologica, favorendo così lo sviluppo del sistema produttivo nazionale». Entro 90 giorni sarà nominato il suo commissario unico che in due anni al massimo realizzerà l'avvio dell'Istituto per il quale si erogano pronta cassa 100 milioni di euro.
Il funzionamento dell'Istituto sarà poi garantito da 50 milioni nel 2004 e da 100 all'anno dal 2005 al 2014 per un totale di 1.050 milioni di euro. Il Governo interviene anche con l'articolo 21 della Finanziaria 2004 istituendo "II Collegio d'Italia, fondazione con lo scopo di promuovere la scienza, l'arte e la cultura". [...]
Si tratta di iniziative che qualcuno ha apprezzato perché romperebbero la sudditanza dalle "baronie" accademiche, dal Cnr, dalla Conferenza dei rettori, soggetti ai quali si imputano più obiettivi di spartizione che di eccellenza. Giudizi molto drastici che unitamente ai citati atti legislativi manifestano — speriamo involontariamente — grande sfiducia nei confronti delle università e degli enti di ricerca. È bene perciò riflettere pacatamente se questi temi.
Cominciamo dal Collegio d'Italia. Non è chiaro di cosa si tratti, ma bisogna che i suoi potenziali fondatori considerino come lo stesso potrebbe configurarsi in alternativa alla Accademia nazionale dei Lincei. In tal caso è bene ricordino che era già successo nel 1926 quando fu fondata l'Accademia d'Italia da parte del Governo fascista che prima la affiancò ai Lincei, la cui indipendenza era sgradita, sopprimendo poi questi ultimi nel 1939. I Lincei, rinati nel 1944 soprattutto per impulso di Benedetto Croce, ripresero a funzionare nel 1946 con presidente Guido Casteinuovo e vice presidente Luigi Einaudi. Rinacque così una tradizione che oggi data quattro secoli, essendo i Lincei stati fondati nel 1603 da Federico Cesi, al quale s'affiancò ben presto Galileo Galilei. In tempi più recenti determinante fu il ruolo di Quintino Sella, presidente dal 1874 al 1884. Limitiamoci a ricordare che i Lincei hanno anche una forte apertura intemazionale come dimostrano: i molti studi su questa accademia tra cui recentissimo quello di David Freedberg, edito dalla University of Chicago Press; i 180 soci stranieri che si aggiungono ai 360 soci italiani; i molti soci Nobel (deceduti o viventi) di cui 108 stranieri e otto italiani; gli accordi di cooperazione scientifica internazionale con le più importanti accademie di altri Paesi; la copertura delle scienze naturali e morali. Per questo si potrebbe chiedere ai Lincei, che non svolgono ricerche dirette rientrando queste nelle attività universitarie dei soci, anche una funzione di consulenza neutrale sulla scienza al Governo e alla Presidenza delle Repubblica. In conclusione: poiché anche tra i mèmbri del Governo e in Parlamento ci sono estimatori dei Lincei, perché inventare nuovi strani enti?
Passiamo all'Istituto italiano di tecnologia. A parte le assonanze, chiaramente stonate, con il noto Mit, dove il Ragioniere generale dello Stato (anche la R&S rientra nei suoi compiti?) si è recato giorni fa a presentare l'Iit, sarebbe meglio sostenere selettivamente, in base al merito, alcuni politecnici (che di tecnologia s'intendono) e alcune università italiane. Qui vi sono eccellenti competenze scientifiche mortificate non tanto dalle "baronie" ma piuttosto da cinque vincoli: uno spaventoso numero di studenti, tutti da ammettere e tenere senza la possibilità di introdurre il numero chiuso e senza quella di dismettere gli studenti privi di adeguati rendimenti; una notevole scarsità di risorse finanziarie, via via ridotte, che stanno inducendo anche ad abbassare gli standard di qualità, onde garantirsi l'autofinanziamento dagli studenti per non essere costretti a chiudere le università stesse; la nascita di nuove università di provincia, di paese, di villaggio, di quartiere che polverizzano le risorse disponibili e che non potranno mai raggiungere degli standard elevati; le rigidità burocratiche che rendono sempre difficili i rapporti con il mercato nella stipulazione di rapporti contrattuali sia con docenti non di ruolo (italiani e non) e con l'incentivazione di quelli di ruolo, sia con le imprese che stimolano la ricerca e applicano la tecnologia alla produzione e ai prodotti; le troppe novità normative che a partire dalle "riforme" del ministro Berlinguer, e cioè dal 1996, hanno sottoposto l'università a uno stress normativo formidabile e a procedure al ribasso nel reclutamento dei docenti. Non entriamo nel merito del Cnr che potrebbe portare a nuovi risultati interessanti con il commissario De Maio di cui comprendiamo la sorpresa sul parto senza gestazione dell'Iit. Così come sorprendono le difficoltà del rinnovo di Carlo Rubbia alla presidenza dell'Enea.
Certo che nelle università vi sono anche anomalie tra cui quelle di docenti mediocri e/o assenteisti (magari bravi) e anche di studiosi meritevoli emarginati o emigrati. Su ciò qualsiasi Governo, di qualsiasi colore, dovrebbe concentrarsi pretendendo anche la forte collaborazione degli organi di autogoverno, a partire dalla Conferenza dei rettori che deve tra l'altro efficientemente intensificare, per la tecnologia, i rapporti con le associazioni industriali. Perché alla fine, pur in queste situazioni molto diffìcili, ci sono in Italia anche segnali positivi da cogliere e potenziare. Ne citiamo due: le pubblicazioni scientifiche per milione di abitanti sono 504 contro una media Ue di 754. Il divario è tuttora forte ma il tasso di crescita delle stesse in Italia, in cinque recenti anni, è stato del 5,28% medio annuo, uno dei più alti nella Ue che cifra invece in media il 4,07%; l'occupazione nelle industrie ad alta e medio alta tecnologia è in Italia il 7,63% della occupazione totale, superiore alla media della Ue che è il 7,60% e inferiore solo alla Germania (11,19%) e alla Svezia (7,90%). Anche per questo crediamo che ci sia una ricerca informale nelle imprese italiane alla quale, se ci fosse una cultura della brevettazione, conseguirebbe un aumento notevole di questo coefficiente. A questo e ad altro può servire anche la bella iniziativa rappresentata dalla mappa ielle competenze scientifico-tecnologiche realizzata ia Confìndustria, Miur, Cilea sulle imprese che hanno mito agevolazioni nazionali ed europee.
Perciò si può ritenere molto più razionale e realista la parte del decreto del 2 ottobre, la "Tecno-Tre-Tionti", che prevede apprezzabili incentivi fiscali alle imprese per investimenti in R&S e ai ricercatori che rimpatriano nonché altre misure tra cui quella per gli rivestimenti in tecnologie digitali, che tuttavia è già caduta in Senato. Basterebbe selettivamente dirottare alle esistenti eccellenze universitarie, degli enti, delle imprese quel miliardo di euro che potrebbe invece venire sprecato nell'Iit. Per il Governo e il Parlamento forse sarebbe utile una pausa di riflessione.