Sono pochi al mondo i posti in cui la frontiera della scienza si sposta quasi
quotidianamente: Cambridge in Inghilterra, l'omonima cittadina del
Massachusetts, Palo Alto in California. Luoghi apparentemente tranquilli, ma
dove si avverte la tensione di una fortissima concorrenza; dove l'anzianità e
le gerarchie non contano, il successo scientifico è l'unico valore che
determina lo status sociale delle persone e il Nobel non è un concetto lontano,
ma un obiettivo al quale ambire.
Altrove nel mondo esistono eccellenze isolate, anche in Italia: nanotecnologie e
genomica a Milano, fisica teorica a Pisa, biologia molecolare a Padova e Pavia e
altre ancora, ma sono successi instabili, dovuti ai risultati di pochi
ricercatori: è sufficiente che uno di essi emigri perché l'esperienza si
esaurisca. Il successo di luoghi come Palo Alto ha diverse componenti: università
eccellente, ottimi laboratori simili nello spirito alle botteghe rinascimentali,
finanziamenti abbondanti, gestiti dai ricercatori, non da burocrati: insomma,
l'esatto contrario di istituzioni come il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr)
o la Direzione generale per la ricerca della Commissione europea.
Il governo Berlusconi ha inserito nella Finanziaria un articolo che vuole creare
anche in Italia un polo di ricerca eccellente: una fondazione privata,
l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), cui lo Stato attribuisce una dote
cospicua (1 miliardo di euro), ma non straordinaria: il patrimonio di Harvard
vale circa 20 miliardi. Paradossalmente, solo un governo poco colto poteva
proporre una rottura così forte nel finanziamento della ricerca: la scarsa
cultura del centrodestra lo rende infatti meno succube alle lobby della scienza
- baroni accademici, Cnr, conferenza dei rettori - il cui obiettivo (almeno in
qualche caso) non è l'eccellenza, ma ripartirsi al centesimo i finanziamenti,
rendendoli così inefficaci.
Perché sia un successo, l'Iit deve tuttavia superare molte difficoltà.
Innanzitutto il rapporto con le università. Senza studenti un istituto di soli
ricercatori diverrebbe presto sterile: ciò significa collocarlo in una città
dove c’è un'università eccellente. Genova, di cui si è parlato, ha il
vantaggio di un ambiente industriale fertile, frutto della tradizione di imprese
come Ansaldo, ma una università non altrettanto vivace: forse meglio Pisa, dove
già esistono eccellenze, non solo alla Scuola Normale.
Poi le aree di ricerca dalle quali partire, poche, individuate tra quelle dove
più alta è la probabilità di raggiungere in breve la frontiera della ricerca
- o perché già esistono in Italia laboratori eccellenti, o perché si spera di
convincere qualche ricercatore, non solo italiano, a spostarsi in Italia. Le
biotecnologie e la filiera della fisica, da quella teorica alla tecnologia dei
materiali, sembrano aree ovvie.
Il rapporto con le imprese è particolarmente delicato: uno dei fattori del
successo è la possibilità di trasferire nuova tecnologia all'industria: questo
richiede imprese che sappiano utilizzare tecnologie di frontiera.
Nella fisica dei materiali è naturale pensare alla St Microelectronics, una
delle poche imprese europee (è una società italo-francese) che regge la
concorrenza dei colossi americani, Intel e Motorola. Ma vi è il rischio che il
rapporto con le imprese distorca il progetto: senza ricerca di base si fa design
o innovazione di processo, non scienza di frontiera, nella quale c’è cesura
tra ricerca astratta e ricerca applicata.
Se l'Iit uscirà indenne dal Parlamento, la palla passerà al mondo della
ricerca: a quel punto la responsabilità dell'occasione sprecata sarebbe in gran
parte nostra.
giavazzi_f@yahoo.com