Ernesto Galli della Loggia

'L'Università - giornale dell'Ateneo di Perugia', giugno-settembre 2002

 

DECENTRAMENTO SI', MA...

E' proprio vero che il futuro dell'Università di Perugia è nel decentramento? E' davvero l'apertura di un corso di laurea a Orvieto, a Terni o a Foligno la decisione strategica che può assicurare al nostro Ateneo visibilità e capacità competitive sul piano nazionale?

Personalmente non ne sono affatto convinto, ma mi sembra comunque giunto il momento, se non altro, di fare una pausa nel processo avviato e promuovere una discussione, la più ampia possibile, sui risultati fin qui raggiunti, tenendo conto dei dubbi, dei più che ragionevoli dubbi, che al decentramento del nostro Ateneo possono essere mossi. Che mi sembrano almeno tre.

Il primo: chi decide? Decidiamo davvero noi, l'Università, i suoi organi di governo, di aprire questo o quel corso qui o là? O, viceversa, altri ci spingono e ci condizionano? Il più delle volte l'impressione è proprio questa, diciamolo con franchezza. L'impressione, in particolare, è che siano specialmente i poteri locali - quelli politici, ma non solo - a condurre il gioco, anzi a imporlo, facendosi avanti con offerte finanziarie e di servizi in cambio di una sede universitaria o para-universitaria.

La politica regionale, insomma, sembra capace di guardare all'Università solo in termini di un immediato do ut des. Non riesce affatto a pensare l'Università come luogo dove investire risorse indipendentemente da ritorni immediati. E noi troppo spesso diamo l'impressione di adeguarci supinamente. Di accontentarci di una manciata di soldi, pochi, maledetti e subito, rassegnandoci a soddisfare con il nostro nome le necessità più che altro politico-elettorali di questa o quella amministrazione.

Qui interviene il secondo dubbio. E cioè se gli standard che caratterizzano gli insediamenti sparsi del nostro Ateneo sul territorio siano realmente standard universitari, degni di questo nome. Per esempio se sia adeguata la qualità dell'insegnamento impartito, se chi fa lezione non rappresenti un personale 'raccogliticcio' ovvero giovani alle prime armi scaraventati alla meno peggio dietro una cattedra in mancanza di docenti più esperti. Non solo: o l'Università non è costituita solo dalle lezioni, l'Università è anche la ricerca, dunque dovrebbe anche essere biblioteche, laboratori, attività collaterali. Ebbene, di tutte queste cose le sedi decentrate dell'Ateneo perugino mancano vistosamente, e nessuno sembra darsene pensiero.

E' accettabile una tale situazione? Sindaci ed assessori, loro possono pure credere che basti avere qualche aula ed una targa perché lì ci sia l'Università, ma noi sappiamo bene che non è così. E possiamo far finta di nulla?

Tuttavia, si dice, abbiamo bisogno di studenti, abbiamo bisogno come il pane di nuove iscrizioni. E' vero. Ma siamo sicuri - vengo così al terzo dubbio - che il modo più adatto sia il decentramento? C'è un modo abbastanza sicuro per saperlo, mi sembra: vedere quanti iscritti a questo o a quel corso ad Assisi o a Terni provenga da una località fuori della regione. Se invece, come io credo, questi iscritti sono pochi, allora vuol dire che le capacità di quel corso di fungere realmente da polo universitario dotato di capacità attrattiva maggiore rispetto alla sede di Perugia è pressoché nulla.

Si può ragionevolmente pensare, infatti, che con 9 probabilità su 10 uno studente umbro, residente nei pressi di Assisi o Terni, si iscriverebbe comunque alla nostra Università anche se non avesse una sede distaccata sotto casa. Si tratta dunque di un dato decisivo che è indispensabile conoscere.

Ma, ripeto, la cosa importante è che del decentramento si cominci una buona volta a discutere, non già come occasione per la sopravvivenza generale o per le mire egemoniche di una facoltà o di un dipartimento, ma come un problema di tutto l'Ateneo. Un problema alla fine di vita o di morte: è per questo che per parte nostra, anche dopo gli articoli che in questo numero vi dedichiamo, non stancheremo in futuro di occuparcene.