INTERVENTI  ALL’INCONTRO  DEL  2 FEBBRAIO 2002

  
FAUSTO ELISEI

A Perugia, da tre anni, con un gruppo di amici docenti universitari ci troviamo a discutere e giudicare il nostro lavoro e la vita dell’Università; il tema dominante è stata necessariamente la riforma universitaria.

Abbiamo lavorato molto e ciò ci ha consentito di diventare esperti e capaci di affrontare la riforma nei singoli dettagli; con questo bagaglio siamo stati in grado di incidere nelle singole Facoltà.

Vorrei riprendere la domanda iniziale "Esiste ancora l’Università?" ovvero esiste la possibilità di un luogo dove ci siano un docente e uno studente che entrano in rapporto?

Io non darei per scontato il fatto che la riforma esiste e deve andare avanti e che non si possa ritornare indietro o rivedere radicalmente.

Il problema è se questa legge, se questa riforma favorisce la presenza dell’Università o la sfavorisce, se favorisce i rapporti tra docenti e studenti o li sfavorisce.

Secondo me questa riforma li sfavorisce. La legge di per sé sembra asettica, ma ha generato un aumento a dismisura del numero dei corsi. A Perugia, ad esempio, l’offerta didattica è raddoppiata, ma i docenti sono sempre gli stessi, quindi è aumentato il carico didattico, guarda caso non distribuito uniformemente tra tutti i docenti, ma prevalentemente sui giovani, che sono costretti ad insegnare in 2-3 corsi. I giovani così non fanno ricerca e, d’altra parte, non hanno neppure il tempo di seguire gli studenti.

La riforma ci è stata propinata con obiettivi ben precisi: ridurre il numero dei fuori-corso, facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro. Ma guardiamo cosa è successo ad Ingegneria, dove c’è stata la sperimentazione che ha fatto partire la riforma con un anno di anticipo. A Perugia solo il 50% degli studenti ha sostenuto (e superato) gli esami del primo anno gli studenti hanno superato mediamente il 53% degli esami al temine del primo anno , il che significa che la riforma è fallita.

La modalità con cui si attua la riforma crea problemi. La riforma non aiuta. Il giudizio va dato su questo. Il numero di esami che chiediamo ai nostri studenti nella laurea triennale è lo stesso numero che chiedevamo prima con la laurea quinquennale. Però abbiamo ridotto o eliminato i corsi di base. Come fa uno studente ad uscire dall’Università capace di una criticità migliore se abbiamo tolto le materie di base?

C’è tutta una serie di questioni per cui questa riforma non è positiva, non ci sono sperimentazioni positive. Bisogna lavorare, come diceva Cesana, per tornare indietro.

Un’altra cosa. E’ uscito a dicembre un documento dell’Osservatorio che dà i criteri per il finanziamento dei corsi di nuova istituzione e propone che solo il 30% della persone laureate possano passare alle lauree specialistiche. Il che significa che stiamo facendo una operazione per cui la laurea vera è la laurea triennale. Questo fatto, per persone che fanno ricerca e che cercano di migliorare il livello culturale dell’Italia, non ce lo possiamo permettere. D’altra parte non capisco perché le persone debbano poi entrare così presto nel mondo del lavoro, quando poi devono andare in pensione ancora giovani, visto che la vita media aumenta sempre più!

L’obiettivo vero della riforma, comunque, è il fatto che esistono troppe Università rispetto ai finanziamenti, allora si vogliono fare Università di serie A e Università di serie B, si vuole fare in modo che alcune Università facciano solo didattica, e quindi solo lauree triennali, e altre Università con più fondi per la ricerca che istituiscano lauree specialistiche e dottorati.

Questa è una impostazione culturale che non condivido.

Rispetto agli interventi precedenti, più che andare a vedere ciò che non va nelle singole applicazioni della riforma, vorrei discutere sugli obiettivi reali di questa riforma.

Un senatore della attuale legislatura, recentemente, ci ha detto a chiare note che non si può più fare ricerca in tutte le sedi universitarie italiane, che sono 74, perché lo Stato dovrebbe almeno raddoppiare i finanziamenti attuali.

L’attenzione va posta prima dell’attuazione, sugli obiettivi e sull’articolazione delle legge di riforma: se condividiamo questa impostazione dobbiamo poi capire come potere incidere politicamente.

 

ASSUNTINA MORRESI

C’è una cosa che mi lascia perplessa ogni volta che si è parlato e si parla di riforma universitaria, ed è l’atteggiamento comune, passivo, come di fronte ad una calamità naturale: c’è chie deve subire i terremoti, chi i vulcani, e noi abbiamo la riforma universitaria.

Non c’è stato fra noi e nelle università il coraggio di una battaglia culturale, che non è la battaglia teorica che dimentica i problemi pratici.

Ma con quale criterio stiamo giudicando la riforma?

Secondo me il punto sta nel rispondere alla domanda: chi vogliamo che esca dall’Università?

Secondo noi deve essere una persona capace di:

  • osservare la realtà;
  • coglierne i nessi;
  • individuarne eventuali quesiti e problemi;
  • ipotizzarne le soluzioni.

Tutto ciò è una buona sintesi di quello che normalmente viene indicato come ricerca.

Se questo è il criterio allora bisogna riconoscere che:

  1. Esistono dei corsi altamente professionalizzanti che danno opportunità di lavoro;
  2. Esistono percorsi per educare la gente a fare ricerca, perchè quella persona che io ho descritto è un ricercatore.

Questo dimostra che non possiamo fare il 3+2 in serie, ma dobbiamo farlo in parallelo. Un corso che inizia come professionalizzante non può finire come laurea.

Riprendendo l’esempio detto prima, l’Università deve scegliere se formare un enologo o un agronomo: sono due percorsi differenti. Il primo è un corso che finisce con tre anni, e non può continuare.

Per formare un tecnico di laboratorio, non è necessario sostenere quattro esami di matematica; ma chi si deve laureare in chimica non può recuperare negli ultimi due anni la matematica che non ha studiato nei primi tre.

Quindi i percorsi devono essere distinti, e su questo dobbiamo fare una battaglia culturale "senza prigionieri".

Chi voglio che esca dall’Università? Se in Brianza si trova lavoro e c’è bisogno di gente che esca subito, faccio un corso professionalizzante, ma questo è un diploma, non è una laurea, non esce una persona che fa ricerca. Bisogna chiamare le cose con il loro nome.

D’altra parte nel rapporto Martinotti, da cui è scaturita la riforma Berlinguer, si diceva che bisognava valorizzare quello che c’era, cioè istituire un diploma, la laurea, una, e prevedere un percorso di specializzazione.

E’ falso anche il paragone con il numero dei laureati in Europa.

Panebianco ci diceva che nel computo dei laureati dei paesi europei rientra anche chi ha frequentato le cosiddette ‘scuole professionali superiori’, gente non equiparabile ai nostri laureati.

Il documento di Bologna prevedeva un percorso di laurea in almeno tre anni e non ha mai nominato due livelli di laurea: ci siamo adeguati a una norma, europea, che di fatto non c’è.

La seconda cosa che dobbiamo fare da subito è chiedere che almeno le tabelle vengano riviste; quelle attuali sono frutto di una perversione mentale. Chiunque ci abbia messo mano se ne è reso conto: ricordate l’articolo di Claudio Magris sul Corriere della Sera, in cui c’era riportata la fotocopia di un foglietto con tutti i numerini, tutti multipli di tre?

Quello che necessita, innanzitutto, è una battaglia culturale su tutto ciò.

DANIELE FIORETTO

Insegno Fisica ad Ingegneria di Perugia, dove la riforma è già applicata da un anno. Quello che più mi spaventa della riforma nella sua attuale applicazione è l’impossibilità, che già vedo chiaramente, di arrivare a formare un Ingegnere nel "vecchio" senso della parola, cioè un Ingegnere che di fronte ad un problema nuovo abbia una padronanza di metodo e di conoscenze tecniche che gli permettano di formulare un’ipotesi sensata di soluzione.

Un iscritto al primo anno di Ingegneria dell’Informazione segue 11 corsi nei primi nove mesi, ovvero Analisi I, Informatica I, Geometria, Inglese, Analisi II, Chimica, Fisica I, Fisica II, Laboratorio di Informatica, Informatica II, Teoria dei Circuiti.

Fermandomi a parlare con gli studenti più motivati, ho avuto da tutti gli stessi commenti: non si ha il tempo di approfondire, dopo un mese hai già scordato il contenuto di un esame. Ed essendo ogni corso "strizzato" in poco più di due mesi, i contenuti si sono per forza ridotti e sono poco più di una serie di nozioni: bisogna sapere gli enunciati dei teoremi, non più le dimostrazioni; ovvero insegnamo regolette, non più un metodo.

Uno studente che veniva da un buon Istituto Tecnico, mi ha detto: "Tutto qui? Io queste cose le sapevo già..."

Ed è una truffa dare a pensare che poi si recupererà al biennio. Ammesso che uno studente così mal-formato possa poi essere recuperato, quando mai il corpo docente della Facoltà di Ingegneria attiverà dei corsi di Analisi o di Geometria o di Fisica al biennio?!

Insomma, è vero che non si può pensare ad una istruzione superiore che formi solo ricercatori (ricercatori nel senso ampio ricordato sopra da Assuntina), ma l’assurdo è che con l’attuale riforma ci è di fatto impedito di formarne anche uno solo.