1. NOTE SULLO STATO GIURIDICO DEI DOCENTI UNIVERSITARI

La condizione professionale dei docenti universitari è rigidamente regolata dalle leggi dello stato (fino al numero minimo di ore di lezione). Tale rigida regolazione ha una lunga tradizione, che, combinata con l’elevato livello culturale, fa dei docenti universitari una corporazione elitaria, politicamente trasversale, decisamente conservatrice dei propri privilegi, soprattutto dell’inamovibilità e del controllo degli accessi alla carriera. Ogni intervento di riforma incontra notevoli resistenze, paradossalmente a cominciare dai promotori, che sono in genere docenti universitari (basti guardare alle proposte e ai disegni di legge degli ultimi anni: nonostante la retorica delle affermazioni contrarie, gli aspetti riformatori si riducono a particolari non sostanziali). Le idee di seguito esposte rispondono alla richiesta del ministro di "dire tutto" e in particolare quei fattori che si ritengono decisivi per un cambiamento. Poi evidentemente si farà quello che si può.

  1. Se nemmeno si può discutere l’abolizione del valore legale del titolo di studio, tuttavia di deve considerare il peso lasciato all’autonomia universitaria nel reclutamento del personale docente. I concorsi, così come sono oggi, costituiscono il terreno fertilissimo della politica di scambio che caratterizza uno degli aspetti più estenuanti della nostra accademia. E’ difficilissimo che una facoltà metta a concorso un posto senza che i responsabili della disciplina ne prevedano (e giustamente) la copertura: di qui la preferenza per le idoneità multiple, i contorsionismi nella valutazione dei titoli e la definizione delle precedenze. E’ il cosiddetto potere baronale, ridotto, ma sempre presente e coltivato (da un certo punto di vista per fortuna!. Non sarebbe più onesta e meno dispendiosa la chiamata di un singolo concorrente, sulla base di criteri localmente stabiliti? Si otterrebbero sostanzialmente gli stessi risultati, con maggior chiarezza nella capacità e nella volontà di qualificare la didattica e la ricerca. Nella stessa direzione dovrebbe essere incrementata la possibilità delle università di stabilire numero, caratteristiche e modalità di supporto economico dei docenti. Le leggi attuali prevedono ruoli, carriera e retribuzioni uguali per tutti, come se la docenza non risentisse di amplissime differenza individuali e potesse essere trattata come una funzione esecutiva. In parole povere bisognerebbe incitare le università a trovare soldi, decidere posti e contrattare. Così si favorirebbero le università e i docenti migliori. La competizione potrebbe essere controllata dallo stato, il quale potrebbe intervenire in termini sussidiari a sostenere le situazioni più deboli o tagliare quelle inutili.

  2. Le funzioni dei professori ordinari, associati e ricercatori sono distinte dal punto di vista gerarchico, non necessariamente dell’attività prevalente, non della condizione di impiego permanente. Ulteriore problema è un’età media relativamente alta e ravvicinata nei tre gruppi. Ci si domanda se non si possa pensare a contratti a tempo, come avviene per i ruoli superiori, intellettuali, manageriali e direttivi delle imprese pubbliche e private. Ciò faciliterebbe la competizione scientifica, il ricambio interno e lo scambio di personale con il mondo esterno all’università, con arricchimento reciproco dell’uno e dell’altra. In particolare, seguendo la denominazione delle tre fasce di docenza: i ricercatori dovrebbero occuparsi soprattutto di ricerca (potendo certamente anche fare lezione), con contratti rinnovabili solo fino a una certa età (per esempio 35 anni o al massimo 40 anni); i professori associati, dovrebbero per l’appunto essere "associati" con funzioni di didattica e di ricerca di volta in volta definite e con contratti a tempo sebbene rinnovabili fino alla pensione; i professori ordinari dovrebbero essere soprattutto dedicati a insegnare e a organizzare e coordinare l’insegnamento, dovrebbero essere pochi ed eventualmente gli unici con un contratto di impiego permanente.
  3. Per quanto riguarda l’elettorato attivo e passivo, l’aspetto più importante è lo sfoltimento degli organi di governo delle università, frequentemente ridotti a regimi assembleari confusi, che, non decidendo, favoriscono logiche di gruppo non sempre efficaci rispetto agli interessi generali degli atenei, delle facoltà e dei dipartimenti.

2. NOTE SULLE LAUREE DI AREA SANITARIA

  1. Per quanto riguarda medicina è da segnalare la revisione della Tabella XVIII. in atto in tutte le facoltà. Particolare attenzione è giustamente prestata alla riduzione del numero degli esami. La grande tradizione delle discipline biomediche contribuisce a mantenere una certa omogeneità dei curricula.
  2. Una nota particolare merita il numero chiuso, che è certamente benefico in quanto seleziona studenti preparati e in genere anche motivati. Non a caso medicina presenta la maggior percentuale di studenti che arrivano alla laurea. Tuttavia i "numeri chiusi", attribuiti alle facoltà sono troppo alti, non tanto in relazione al bisogno di medici che sarebbe teoricamente nullo (l’Italia, con circa 6 medici per 1000 abitanti è il paese al mondo che ha più medici dopo Cuba e prima della ex Unione Sovietica. La gran Bretagna ha 1.5 medici per 1000 abitanti), ma in relazione alle strutture didattiche che sono insufficienti. Infatti, il numero di studenti ammessi alle facoltà non deve essere stabilito in base ai "bisogni" del paese o della regione. Questo è un principio programmatorio socialista, che non tiene conto del mercato e della libertà di impresa (una facoltà potrebbe attirare studenti dall’estero). Il numero chiuso va stabilito solo in base alle dotazioni e capacità formative della scuola, che su di esso innanzitutto gioca la propria serietà. Le facoltà di medicina attualmente accettano un numero di studenti generalmente superiore a un terzo e a volte al doppio delle loro disponibilità di insegnamento. Inoltre vi è una persistente tendenza ad aumentare il numero di studenti, essendo tale numero il parametro ritenuto fondamentale per l’acquisizione di fondi e personale.

    L’ultima osservazione riguarda il fatto che medicina è una facoltà "pratica", che necessità degli ospedali, i quali debbono sopportare i costi aggiuntivi della didattica (in Italia, dove si insegna poco, il 10-15% in più. Dove si fa più sul serio come negli USA, il 30%). Con il Ministero della Salute si debbono definire le caratteristiche dell’ospedale di insegnamento e le modalità del contributo alla didattica del personale ospedaliero. E’ fondamentale che il Ministero della Pubblica Istruzione prenda una simile iniziativa, a fronte del pericolo reale di un assorbimento della formazione medica da parte della sanità, con un inevitabile scadimento culturale (da questo punto di vista un discorso anche più esteso meriterebbero le scuole di specializzazione).

  3. Le nuove lauree di area sanitaria, almeno in Lombardia, presentano innanzitutto due problema gravi: il numero di studenti ammessi alla Laurea per Infermiere, data la situazione di carenza, è determinato in termini molto ampi, dalle autorità sanitarie regionali a prescindere dalle disponibilità didattiche delle facoltà; conseguentemente le università reclutano le sedi ospedaliere, e sono molte, di scuole per infermieri, con personale docente al 90% ospedaliero, selezionato in termini molto blandi e non verificato dal punto di vista dei contenuti insegnati. Il pratica la Laurea per Infermiere di universitario ha solo il nome di laurea. La situazione è un po’ migliore per le altre scuole paramediche, con numeri chiusi più rigidi, ma non sostanzialmente differente. La pretesa come è noto è stata quella di creare queste lauree "a costo zero", ma ora che le lauree ci sono cominciano anch’esse a pretendere e qualche cosa bisognerà dare.

    La prima cosa da dare sono docenti in scienze infermieristiche, perché come si può verificare nelle situazioni europee più evolute, le scuole di infermieristica non sono delle medicine minori, ma hanno un curriculum originale svolto per la gran parte da infermiere docenti. Sarebbe un guaio, culturale e professionale, se l’insegnamento alla infermiere fosse un’occasione di assalto alle cattedre per i docenti di medicina

  4. Le lauree di area sanitaria permettono di fare, seppure in termini brevi, considerazioni più generali. Vi sono scuole universitarie di natura professionalizzante che necessitano di reclutare docenti esterni, magari molto bravi, ma con esperienze di ricerca molto limitate. Tali scuole non hanno nulla a che fare con il dottorato che si raggiunge con la laurea tradizionale. Allora perché chiamarle lauree? Per pura demagogia!

Se va avanti l’attuale impostazione del 3+2, potremmo diventare l’unico paese con tre livelli di dottorato: la laurea breve, la laurea specialistica, il dottorato di ricerca, oltre al master. Invece: la laurea breve, che non deve durare necessariamente tre anni, ma anche due o quattro, non è un dottorato, ma un diploma, un baccellierato o simili; la laurea specialistica è inutile e può essere benissimo sostituita dal dottorato di ricerca, che costituirebbe la laurea universitaria tradizionale; il master con il titolo relativo potrebbe costituire una specializzazione, generalmente annuale, dei diplomi. Nei diplomi dovrebbero prevalere gli aspetti formativi -obbligo di frequenza- tenuto conto anche del più basso livello formativo della scuola superiore. L’obbligo di frequenza sarebbe anche il modo di mettere i docenti ad insegnare, valutandoli alla fine dei corsi (in tutto il mondo civile è così!). Lo stesso dovrebbe valere per i master (ma è già così). Nei dottorati di ricerca dovrebbero prevalere le inclinazioni alla ricerca e alla speculazione degli studenti, come era l’università "vera" di una volta.

Infine, ultima considerazione non di minore importanza, le scuole professionalizzanti mettono in evidenza una cronica carenza di fondi. E’ stato documentato che le tasse attualmente pagate dagli studenti coprono un 10-15% della loro formazione e che l’università può ricavare al massimo il 30% dei propri fondi dal numero degli studenti iscritti. Le tasse debbono essere aggiornate, ovviamente con la protezione degli studenti capaci e meritevoli. E ingiusto che il figlio del magnate paghi come il figlio dell’operaio perché siano forniti servizi scadenti a entrambi. Ma il figlio del magnate poi può andare all’estero o a scuole più sofisticate….appunto!

G. Cesana