RESPONSABILITÀ PER L’UNIVERSITÀ:

 QUALCHE IPOTESI

 

Un lavoro critico nei confronti dell’attuale situazione dell’università italiana potrebbe essere rubricato come esercizio di responsabilità civile nei suoi confronti. Mi pare questo un gesto assai significativo già per se stesso dal momento che l’atteggiamento del corpo docente nei confronti della "propria" università è maggioritariamente passivo e acquiescente (anche se per lo più insoddisfatto) oppure impegnato a scopi di potere personale e/o corporativo. Manca una diffusa e condivisa attenzione critica per la propria professione docente come tale entro il suo contesto istituzionale e dunque una responsabilità civile per l’università, da parte anzitutto del suo corpo docente (che mostra in tal modo un basso livello etico e culturale).

Perché questo possa avvenire sono necessarie considerazioni di diverso livello: 1) quanto alla funzionalità degli aspetti strutturali (didattica, ricerca, preparazione professionale, organizzazione, finanziamenti, ecc.) in relazione alle condizioni istituzionali date. Vale qui un criterio di coerenza: stanti determinate condizioni (giuridicamente definite) e determinati scopi (politicamente enunciati), la struttura universitaria (nel suo complesso e nelle sue articolazioni) funziona? Molte giuste cose sono già state dette a questo livello a proposito della recente riforma.

Mi sembra che, tra le molte, vi siano due questioni emergenti e strategiche.

Quella più generale è il nuovo Statuto del personale docente che presenta aspetti delicati e pericolosi; quella più particolare, ma assai importante, è la prospettata laurea specialistica abilitante per i futuri insegnanti, in cui è fortemente minacciata la funzione di didattica superiore e di ricerca connessa al biennio specialistico.

2) quanto al significato culturale dell’istituzione considerata nel suo concreto contesto storico. Qui si tratta di cogliere e valutare le idee programmatiche e, soprattutto, quelle effettive che muovono la sua organizzazione e la sua gestione. Vale qui un criterio di verità culturale.

È ovvio che i due livelli vanno tenuti compresenti e in un rapporto circolare tra loro, per comprendere quale università effettivamente esista oggi.

Vorrei fare qualche osservazione nel secondo livello.

È impossibile che l’istituzione universitaria esista senza un’idea del sapere che ne ispiri l’organizzazione e la gestione. L’idea dominante (di principio o solo di fatto, qui poco interessa) sembra essere che un’idea unitaria del sapere non si dia, né possa darsi, se per "idea unitaria" si intenda una qualche concezione del sapere unificante le sue diverse modalità e articolazioni. Ciò evidentemente non dipende dalla volontà del legislatore, ma dal contesto culturale che precede ogni scelta particolare. Per la nostra epoca è probabilmente tramontata la possibilità di un’idea pubblica dell’unità del sapere.

Questa idea implicherebbe - come è stato riconosciuto per secoli nell’umanesimo europeo (costituendone suo fondamento) - che qualunque tipo, modo e livello di sapere appartiene all’universale orizzonte della ragione umana e ne è in diversa misura espressione. È presupposta perciò l’universalità di diritto della ragione e quindi l’unità in radice della verità.

Tale orizzonte epistemologico unitario - a seguito di complesse e irreversibili vicende - è tramontato, lasciando i saperi nella condizione dispersa del frammento. Si noti che un sapere pubblico unitario è oggi riconosciuto solo a livello antropologico-etico dei cd "diritti dell’uomo", non senza una qualche efficacia (se solo retorica o meno, ora non discuto; d’altra parte una persuasione collettiva, anche se infondata o incoerente, non è senza effetti).

Tutto ciò significa che l’università e la sua recente riforma non veicolino alcuna idea direttiva? Non direi. Un’idea direttiva recondita è reperibile in quella della mente umana come "caleidoscopio" di infiniti segni ricombinabili; donde l’dea del sapere come serie infinita di significati, complessivamente senza senso. Di qui l’importante conseguenza che l’unificazione del sapere è possibile solo sotto il profilo della sua multiforme funzionalità sociale e quindi si dà nella forma del suo utilizzo pragmatico-professionale. La prevalenza dell’aspetto professionalizzante della formazione universitaria esprime - a mio avviso - l’unica figura di unità del sapere che è oggi pubblicamente riconoscibile nella cultura occidentale. Non bisogna dunque meravigliarsi che questa sia la scelta fondamentale della riforma.

In tal modo siamo al punto del compiuto rovesciamento della tradizione umanistica europea: questa supponeva un’unità originaria del sapere (non delle sue forme - benché abbastanza facilmente coordinabili -, ma del suo senso), che andava poi moltiplicandosi ed anche disperdendosi a livello applicativo e pragmatico; oggi si parte dalla dispersione originaria del sapere multiverso, che invece va pragmaticamente unificandosi nella sua funzione sociale di professione socialmente utile. Si impone perciò inevitabilmente un primato pratico del sapere, che a livello universitario preme fortemente a chiudere il cerchio tra formazione e professionalizzazione, espungendo e/o rinviando (altrove?) il momento della ricerca scientifica, cioè della elaborazione del sapere per il sapere.

Tutto ciò va innanzitutto constatato (se è constatabile), prima di essere approvato o deprecato; nel senso che bisogna rendersi conto criticamente che appartiene a un movimento tettonico del pensiero occidentale, che non dipende certo non solo dalla riforma universitaria, ma neppure dall’università stessa.

Questo non vuol dire che questo "destino" del pensiero vada accettato fatalisticamente; così come - per fare un esempio su grande scala - il tramonto inevitabile dell’impero romano non è stato semplicemente subito dalla cultura dei Padri della Chiesa e in particolare da Agostino. È importante rendersi conto perciò delle dimensioni dei problemi con cui si ha a che fare, per evitare di discutere (e magari di azzuffarsi) sulla disposizione di qualche listello di legno, mentre la zattera è trascinata dalla corrente. Forse è meglio badare alla direzione della corrente e vedere se, oltre che ad essere diretti, è possibile anche dirigere in qualche modo l’imbarcazione (evitando il peggio, sfruttando qualche ansa, cercando solidarietà di navigazione, ecc.),.

Che cosa è ragionevole (tentare di) fare? Poco è possibile, solo dall’interno dell’università. E questo per un motivo che proviene direttamente dalla diagnosi fatta. Infatti nell’università troviamo da una parte un sapere disperso, anzi frammentato in linguaggi tra cui spesso manca il codice di traduzione; e, dall’altra, accorpamenti disciplinari in funzione della preparazione professionali, e perciò programmaticamente non interessati a pensarsi come saperi, ma solo a trasmettersi come codici operativi.

A riprova, tutti possiamo pensare all’enorme difficoltà mentale ed organizzativa che si incontra in università a produrre sapere fuori delle codificazoni esistenti, benché molte problematiche contemporanee urgerebbero a questo lavoro (ricordo la bella e un po’ umoristica esperienza di qualche anno fa, in cui con un gruppetto di colleghi dello stesso Dipartimento si è riusciti a lavorare su certi argomenti - producendo due volumi di buona ricerca -, solo essendo ingaggiati da una Fondazione non accademica e svolgendo il lavoro riunendoci periodicamente presso la sede della Fondazione a 200 Km di distanza da Milano: era evidente che, se fossimo rimasti nel Dipartimento, non sarebbe scattato niente).

L’esempio vuole solo dire che senza un punto di leva (mentalmente e culturalmente) esterno all’università - secondo la mia esperienza - si riesce solo a gestire l’esistente (e anche quello maluccio), cioè solo ad essere trascinati dalla corrente. Per la disposizione fondamentale accennata l’università non ha (più?) in sé le energie di una creatività critica, cioè di una produttività che culturalmente non sia già omologato e compresso nei modelli vigenti.

Con ciò non sto affatto proponendo un insensato abbandono dell’università; non solo perché esistono problemi di stipendio, ma anche perché vi sono senz’altro spazi di lavoro significativo da far coltivare. Sto dicendo, invece, che una non velleitaria responsabilità civile nei confronti della stessa università necessita - dal punto di vista culturale - un orizzonte unitario di giudizi e di iniziative che non trova risorse (teoriche e psicologiche) sufficienti in università. Questo in funzione della creazione di una di opinione pubblica sul lavoro universitario e in funzione dell’aiuto del lavoro formativo che è possibile svolgere all’interno dell’università stessa (già così com’è).

Di fronte ad una situazione di frantumazione dei saperi e di riduzione professionalizzante credo che ciò che più urge sia l’apertura di uno scenario culturale (scientificamente supportato, ovviamente) che metta in movimento qualche idea forte di interpretazione culturale del nostro tempo. Ciò che più manca, a livello discente come a livello docente, è una valutazione critica del quadro culturale entro cui viene a collocarsi il lavoro universitario. In altri termini una mediazione critica tra le intenzioni "soggettive" di lavoro e le dinamiche istituzionali e storiche "oggettive". In tal modo quell’interpretazione culturale del nostro tempo che sono la frammentazione dei saperi e la riduzione professionalizzante hanno buon gioco ad imporsi come le modalità ovvie e direttive del fare l’università.

Last but not least il metodo per fare "controcultura" in università oggi non credo affatto che sia quello di fare discorsi programmatici sull’università e neppure sulla cultura contemporanea e tanto meno di tentare astratti dibattiti metodologici sull’interdisciplinarietà. Invece, credo che potrebbe avere storia ed efficacia lavorare pubblicamente su alcuni grandi temi di attualità culturale, producendo giudizi che mostrino all’opera una possibile unità di senso del sapere. Si pensi, per fare due esempi (peraltro connessi), alla questione assolutamente decisiva del rapporto tra tecnologia e sapere La strutturazione tecnologica dell’esistenza è oggi totalmente pervasiva. Qualunque sapere è oggi profondamente condizionato da questo nuovo orizzonte culturale della tecnologia. Ma la coscienza critica di che cosa ciò significhi sulle condizioni del fare umana esperienza, sulle condizioni del produrre sapere (e istituzioni a queste deputate, come l’università), del trasmettere formazione, ecc. è scarsa e povera (anche - se mi si permette - da parte di coloro che le tecnologie le producono e le maneggiano per mestiere).

Un secondo tema esemplificativo è quello del rapporto tra cd globalizzazione e giustizia. Tema molto vulgato, ma evidentemente sempre più ideologico e sempre meno critico. Eppure credo che porsi seriamente il problema del contesto di giustizia/ingiustizia internazionale entro cui il nostro lavoro si svolge oggi non sia indifferente (forse neanche indolore).

L’elenco dei temi possibili mi sembra ampia (in chiave più antropologica o più politica): rapporto tra imparare/insegnare e fare esperienza; desiderio di verità e potere; esperienza religiosa, multiculturalità e politica; ecc.

Non si tratterebbe di fare convegni scientifici, ma di fare dialoghi e confronti per un certo tempo tra docenti di diverse discipline per la creazione di un contesto culturale entro cui ricollocare sensatamente il normale lavoro universitario.

IN SINTESI:

i due aspetti, amministrativo e culturale, della questione universitaria vanno entrambi elaborati, senza separazione;

a livello culturale bisogna rendersi conto che l’attuale riforma è portatrice di una cultura sostanzialmente pragmatistica "anti-umanistica"; un’iniziativa di contro-cultura esige il far vivere un altro orizzonte culturale;

senza questo lavoro l’impegno a livello amministrativo dell’università resta dipendente da criteri che contraddicono gli intenti di formazione umana che ci sta a cuore.

Francesco Botturi

(Università Cattolica - Milano)

francesco.botturi@mi.unicatt.it