Tracce n. 8, settembre 2006

Educazione - Università

La ragione torni
in cattedra
Il mondo accademico è in crisi. Negli interventi di Botturi e di Israel la possibilità di una ripartenza. Scommettendo su un uso corretto della ragione

di Cristiano Guarneri

Fabbrica di “colletti bianchi”. Tutt’al più, luogo d’un passaggio d’informazioni che non genera sapere. Più che una visione sconsolante, Francesco Botturi, docente di Filosofia morale alla Cattolica di Milano e Giorgio Israel, titolare della cattedra di Matematica a La Sapienza di Roma, hanno offerto del mondo accademico l’immagine di un universo un po’ in affanno, ma ancora in grado di risollevarsi. Tutto sta nel ripartire da un uso corretto della ragione, riduttivamente intesa soprattutto là dove - università - se ne dovrebbe cogliere la piena portata. Calza a pennello, allora, il titolo scelto per l’incontro cui sono intervenuti i due docenti: “C’era una volta la ragione… e l’università?”. Daniele Bassi, presidente di Universitas University (cfr. Tracce, dicembre 2005), ha introdotto le due relazioni richiamando al concetto di università come «comunità di docenti e studenti», asserzione tanto ovvia quanto «raramente applicata nella realtà»; e all’importanza dell’educazione, sminuita oggi a puro richiamo alle buone intenzioni.
Possibilità di riscatto
La riflessione di Francesco Botturi si snoda su alcuni punti, attribuendo alla «ragione, così come concepita in Occidente, la caratteristica principale del senso della totalità», di una apertura alla totalità del reale. Da qui deriva «il principio della meraviglia, della curiosità, della inesausta ricerca del progresso della conoscenza». E solo questa posizione umana favorisce la verità. Soggiogata al relativismo e al nichilismo, la cultura contemporanea separa però ragione da verità. La prima, cioè, è concepita come «puro esercizio dialettico» in cui la seconda non è più la posta in gioco. L’università finisce allora per muoversi in un orizzonte da cui è assente l’idea e l’ideale della verità. Il sapere è ridotto a «serie infinita di significati, ma mancanti di senso», che trovano la loro ragion d’essere nella preparazione «di professionalità socialmente utili».
Un quadro a tinte fosche, ma con una possibilità di riscatto. Che si gioca, per Botturi, su tre livelli d’intervento. Primo: «La comunicazione didattica - dice il docente di Filosofia morale - sia educazione al percorso della ragione, che ascolta, interroga e giudica». Secondo: vanno rimesse al centro del sapere accademico «le grandi questioni antropologiche ed etiche del nostro tempo». Terzo: si rinnovi il rapporto docente-studente, al centro del quale l’intenzione formativa sia concepita come bene comune: «Si fa formazione solo attraverso un legame buono, cioè generativo».
Scienza e cultura
Si sofferma sul contrasto tra scienza e cultura l’intervento di Giorgio Israel. Per il Professore di Matematica, «l’una non è in opposizione all’altra come oggi si vede». In altre parole, è sbagliato concepire la scienza come qualcosa di estraneo a ciò che muove ogni essere umano, cioè «la realizzazione di sé e la risposta alle grandi domande della conoscenza. Alla scienza va restituita la ricerca del senso dell’esistenza». Oggi, invece, «è considerata alla stregua del tecnicismo, impregnata da una visione utilitaristica» da cui è doveroso allontanarsi. «Lo studente trascorre quattro-cinque anni della sua vita per imparare qualcosa, non solo per trovare lavoro in futuro». La crisi di iscrizioni alle facoltà scientifiche va ricercata proprio qui. La ragione vera di questo fenomeno, per Israel, sta, da una parte, nel disinteresse per la ricerca, dall’altra, «nella deculturalizzazione» di queste facoltà, unica eccezione quella di Ingegneria, non a caso «culturalmente più viva».