Il Corriere della Sera
23.3.2004
Sì, l’università è
in crisi. Ma di crescita
di PIERO TOSI *
Le parole eleganti e pure pesanti con le
quali Claudio Magris ha annunciato il suo addio all'Università sono una rara
occasione per riflettere con animo pacato sullo stato dei nostri Atenei. Tutti
noi lo dobbiamo ringraziare per averci spedito tramite il Corriere della Sera
del 16 marzo questa «lettera»: condivisibili o meno che siano le sue
riflessioni, è indubitabile che esse sono le stesse che animano i dibattiti
negli Atenei italiani. Ciò che ci dice tocca lo strato più profondo della
nostra sensibilità e del nostro modo di vivere la vita dell'Università. Dalla
sua pagina traspira soprattutto un grande amore per l'Università, per il sapere
che essa produce, per il fuoco della ricerca che alimenta molti spiriti. Sono
perle, queste, che è bene continuare a preservare, che hanno costituito la
natura stessa e l'identità degli Atenei italiani, che non hanno motivo di
cercare di copiare modelli altrui. Condivido, inoltre, anche molti dei crucci e
delle perplessità che Claudio Magris esprime, elevando a coscienza pubblica uno
stato di disagio assai diffuso e sentito negli Atenei. L'amarezza che prova
Claudio Magris quando, nella sua vita di docente, si trova dinanzi a
insopportabili pratiche burocratiche dell'attuale esperienza universitaria
(quote, crediti, riunioni) va inserita però nel giusto contesto. Le Università
italiane sono da decenni una sorta di «cantiere aperto», dove da un lato si
opera per preservare le antiche e solide mura e dall'altro ci si preoccupa di
far fronte agli indispensabili cambiamenti, mentre si tenta di seguire gli
aggiustamenti che ci impongono le frequenti disposizioni di legge. Se non si
colloca in questo scenario ciò che sta accadendo, a prevalere saranno i ricordi
di ciò che siamo stati, che non servono all'oggi e tolgono speranza nel domani.
Le difficoltà che Claudio Magris registra sono senza dubbio il prodotto di una
crisi. Ma vi sono anche crisi che derivano da processi di crescita e, comunque,
di cambiamento.
Voglio fare come lui e parlare di fatti concreti. Partiamo dall'amministrazione.
Nel passato, la gestione era integralmente rimessa alle determinazioni di
autorità governative che, in luogo e vece dei protagonisti, amministravano,
gestivano e disponevano con logiche centralistiche. Era quel modo di
amministrare migliore di quello attuale? L'autonomia, cioè la relativa libertà
che le Università hanno conquistato in questi dieci anni, richiede un esercizio
saggio e prudente così come richiede la responsabilità del proprio agire,
forme snelle di decisione e la selezione delle condotte più virtuose. Le
Università non erano abituate e organizzate per lavorare così. Per dirla con
una metafora, c'è da educare la «giovane Università dell'autonomia» a
diventare «adulta», assumendo su di sé compiti e oneri.
Educare è difficile e per educare - Claudio Magris lo sa - serve tempo e
pazienza. Ciò costringe tutti noi, in questa fase di transizione, a passare
purtroppo anche sotto il peso di esperienze farraginose, sopportando i disagi di
modelli burocratici, un tempo centralistici, che si presentano oggi con il volto
della modernità e del localismo. È un imparare mentre si lavora - come direbbe
l'esercito degli anglofili: un «learning on the job» - necessario se si vuole
che una cultura dell'autogoverno possa davvero diffondersi e attecchire in un
ambiente come quello universitario. L'autonomia di oggi è compatibile - a
differenza dello statalismo - con la società del pluralismo e del
multiculturalismo.
Due ultime considerazioni, una sul modello di studi e l'altra sui crediti. Il
nuovo modello degli studi universitari non è una invenzione estemporanea: è il
frutto di una concertazione di 29 Paesi che si impegnarono solennemente a
Bologna ad adottare un modello comune di studi superiori. L'Italia ha cercato di
realizzarlo, analogamente a quanto è accaduto, con identici o simili problemi,
in altri Paesi.
In questa logica, la misura dei crediti non è un alambicco mostruoso che
comprime la libertà. Introduce piuttosto un regime di programmazione didattica:
i crediti esprimono, infatti, un tracciato culturale che i docenti hanno il
dovere di formulare collegialmente nell'adempimento del dovere di trasmettere
allo studente non un sapere qualsiasi ma ciò che serve per fare del sapere
trasmesso un «sapere utile» al conseguimento di finalità formative proprie di
un corso universitario.
Spesso - è vero - qualcuno ha usato i crediti con logiche burocratizzanti,
utilizzandoli per meschini fini di bottega, magari centellinandone le dosi in
complicate alchimie numeriche. Ma conviene solo «screditare» i crediti o,
consapevoli delle potenzialità e della funzione di questo strumento,
considerarli passaporto per assicurare la mobilità degli studenti fra le
Università, cioè un segno di «cittadinanza» europea? Non credo che la
cattiva utilizzazione dei crediti possa essere argomento sufficiente a negare le
funzioni che possono esprimere, né che essi possano essere strumentalizzati
come un facile passe-partout per affermare una Università sul modello proposto
dalle tante aziende che offrono corsi cosiddetti «universitari».
Anche qui, insomma, ciò che trovo confermato è che solo una passione aperta e
disponibile a cogliere il buono del nuovo può costituire la fonte del
miglioramento dell'Università.
Solo qualche riga finale sui finanziamenti. Noi Rettori siamo impegnati con
tutte le nostre energie a garantire la sopravvivenza degli Atenei anche dal
punto di vista finanziario. I fondi li ricerchiamo perché non ci sono e,
comunque, quelli a disposizione non bastano per garantire il diritto alla
ricerca e allo studio. Per garantirlo a tutti. Vivendo negli Atenei giorno dopo
giorno ci vuole poco a capirlo. In questo impegno si esplicita anche il nostro
desiderio di riconquistare la piena fiducia della società nell'Università,
esponendo in modo trasparente le nostre attività di ricerca e di insegnamento
alla valutazione da parte dello Stato.
Del resto, noi universitari facciamo dello studio la nostra vita: e «studiare»
vuol dire anche «amare» anche l'Università, per la quale viviamo e nella
quale mi auguro continui a esercitare a lungo l'alta funzione della docenza
anche il collega Claudio Magris.
* (Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane)