«Fondi agli atenei, sì ai criteri di merito»

Piero Tosi, presidente dei rettori, apre alla Moratti. «Ma servono valutazioni sulla qualità e un piano delle risorse»

Gabriela Jacomella, Corriere della Sera 7/3/2004
 
«Il nuovo sistema di finanziamento agli atenei? Quello che posso dire è che noi siamo da sempre favorevoli all’introduzione di modelli di valutazione di tutte le attività universitarie: formazione, ricerca, attività amministrative». Piero Tosi, rettore dell’università di Siena e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori, commenta così l’intervista di ieri del ministro Moratti al Corriere . Nessuna perplessità, dunque.
«Al contrario. E’ da tempo che invochiamo l’introduzione di un modello di valutazione degli atenei, tanto è vero che la Conferenza dei rettori sta lavorando all’elaborazione di un modello da proporre e discutere con il ministro. Credo però che sia necessario un chiarimento. Ogni valutazione si basa su due serie di parametri. La prima è quantitativa: gli studenti iscritti, gli esami fatti, i laureati che trovano lavoro. Nella ricerca, la quantità di progetti nazionali approvati. Sono i parametri indicati dal ministro (30% dei fondi distribuiti in base agli iscritti, 30% in base ai risultati della ricerca, 30% in base alla qualità dei risultati degli studenti, 10% di «incentivi» liberi a scelta del ministero, ndr ) . Ma sono dati puramente quantitativi. Accanto ci sono quelli qualitativi, che non vanno dimenticati. Nella formazione, è vero, possono confondersi: è chiaro che quanti più laureati saranno assorbiti dal mondo del lavoro, tanto maggiore sarà la qualità dell’ateneo. Ma per la ricerca serve una valutazione delle ricadute basata anche sui risultati».
Quello che propone è un’aggiunta alla bozza del ministero.
«Intendiamoci, sono lieto che parta un’operazione di questo tipo, ma penso che il modello debba comprendere entrambi gli aspetti. E poi c’è un rischio: se si adottano parametri che prendono in esame solo le performances degli studenti, si potrebbe implicitamente fornire agli atenei uno stimolo ad abbassare la qualità. Ovviamente questo non lo vuole nessuno, tanto meno il ministro. Ecco perché è necessario introdurre criteri qualitativi e non puramente numerici».
Ma c’è un modello valido per ogni facoltà?
«E’ chiaro che è più difficile valutare la ricerca in campo umanistico che non in campo scientifico, ma ci sono esperienze consolidate, all’estero e in Italia. Poi va detto che alla valutazione che serve per la locazione di risorse ne andrebbe affiancata un’altra, per il miglioramento della qualità degli atenei: un meccanismo interno, con una fase di autovalutazione e una di valutazione da parte di esperti esterni».
Un sistema a due livelli, presumibilmente costoso.
«Ma necessario, se vogliamo introdurre un modello di valutazione serio. E prima ancora bisogna tener conto della necessità di un riequilibrio del sistema: in Italia convivono università storiche e di recente istituzione, piccole e grandi. E’ un intervento che stiamo attuando da diversi anni. Una volta realizzato si dovrà andare con decisione verso la ridistribuzione dei fondi basata sulla valutazione. Che poi significa allinearsi con l’Europa. Anche se mancano ancora le strutture: non abbiamo un’anagrafe nazionale degli studenti, né della ricerca o dei laureati (la banca dati di AlmaLaurea comprende per ora 37 atenei). E poi c’è lo snodo dei finanziamenti. Il sistema di valutazione non potrà limitarsi alla ridistribuzione della spesa storica, ma deve poter contare su risorse aggiuntive. Credo che i tempi siano maturi per elaborare un piano di investimenti sull’università, magari quinquennale».
Il ministro ha riferito dati positivi sull’aumento dei fondi.
«E’ vero, nell’ultimo anno l’investimento dello Stato sull’università è stato in crescita. Un segnale importante, ma non è servito a coprire se non una minima parte, a esempio, delle maggiori spese per il personale derivanti dagli adeguamenti di stipendio. Ripeto, un piano d’investimento è essenziale».
Come valuta i cambiamenti nelle carriere universitarie?
«Condivido la necessità di investire sui giovani, e sono d’accordo anche sull’introduzione di risorse riservate a tale scopo. Già due anni fa abbiamo chiesto che si elaborasse un programma con fondi da destinare al reclutamento dei giovani. Magari anticipando risorse che si sarebbero liberate solo tra un certo numero di anni, quando il turnover negli atenei sarà forte: a partire dal 2008-09 il numero di docenti che lasceranno il servizio sarà molto alto».
E il rischio di «precarizzazione»?
«Il reclutamento iniziale a tempo determinato può andare bene. Ma dev’essere un tempo definito, non troppo lungo, soprattutto accompagnato da risorse adeguate per far sì che l’offerta sia competitiva. Ma il punto critico sarà fornire ai giovani una chance reale di accedere ai ruoli. C’è poi una puntualizzazione da fare sul ruolo dei docenti».
La famosa ridefinizione dello status giuridico.
«Esatto. Noi siamo determinati a ottenere che si definiscano diritti e doveri dei docenti, ma tra questi ci dev’essere anche quello della ricerca. Nell’attuale disegno è dimenticata, mentre è fondamentale per la natura stessa del professore universitario. Che è tale solo se fa ricerca, altrimenti è un dispensatore di nozioni. Abbiamo aperto un tavolo col ministero e il Cun, il Consiglio universitario nazionale, e mi pare ci sia un’ampia prospettiva, vista anche la disponibilità dimostrata dal ministro. L’obiettivo è migliorare l’università, ma vanno introdotti correttivi sostanziali. Altrimenti si rischia di fare peggio».
Secondo il ministro le proteste sarebbero il frutto di una «resistenza culturale».
«Questo è un tema che tocca la radice stessa dell’essere universitari, è evidente che ci sia fermento. E che di conseguenza ci fosse la necessità di interpellare tutti i membri della comunità accademica. Forse questa situazione si poteva evitare aprendo prima il dialogo. Comunque non credo che nell’università ci siano difese corporative; anzi, ritengo ci sia la consapevolezza che si deve migliorare, a tutti i livelli. Ma bisogna stare molto attenti a non sbagliare».