Riforma didattica e stato giuridico

Scrivo queste righe molto di fretta e mi scuso per la forma succinta delle osservazioni che propongo alla Vs. attenzione. D'altra parte, avendo difficoltà a presentarmi a Milano di persona ai seminari, mi permetto di inviarVi un piccolo contributo sulle stimolanti considerazioni che trovo nel sito.

Le questioni attualmente dibattute intorno ai problemi dell'università sono in sostanza due:

  1. la riforma didattica;
  2. lo stato giuridico.

In merito alla prima mi chiedo se non possa essere oggi il caso di formulare una valutazione complessiva di come stiano andando le cose, distinguendo gli effetti della riforma nelle facoltà "scientifico-tecnologiche" da quelle "umanistiche" - per quanto queste dizioni possano risultare poco significative o sorpassate. Non so quasi nulla al riguardo delle prime e mi limito, quindi, ad esprimere le mie valutazioni soggettive in merito alle seconde. La realtà che sta oggi davanti agli occhi, direi, di tutti è quella di una confusione quasi insuperabile. Il problema non sono tanto (o soltanto) le norme in sè, ma le modalità con le quali sono state applicate concretamente in assenza di un raccordo tra gli enunciati ministeriali e le situazioni concrete delle singole Università e Facoltà. Ciò ha provocato applicazioni di una stessa norma in termini talvolta addirittura contraddittori ed opposti da sede a sede (penso soprattutto ai piani di studio "individuali").

Vorrei segnalare, in particolare, condividendo quasi tutto quello che ho letto nel forum, il problema dell'effettiva utilizzabilità professionale dei nuovi titoli e della loro equipollenza rispetto a quelli di "vecchio ordinamento". Secondo me, sono stati inventati sbocchi professionali assolutamente inesistenti (quanti investigatori privati troveranno lavoro con la loro nuova laurea triennale?) e/o senza alcuna preventiva verifica dei requisiti richiesti per specifici ruoli professionali da aziende, enti e amministrazioni. Nessuno sembra badare, poi, al fatto che sono pochissime le amministrazioni che hanno aggiornato la gamma dei titoli riconoscibili ai fini delle selezioni di personale, sulla base delle nuove classi di laurea ministeriali. Il problema non è secondario, se si pensa al mondo della scuola e del servizio sociale. Ci sono già laureati in scienze dell'educazione (nuovo ordinamento) estromessi, o ammessi con riserva, alle selezioni per educatori, animatori sociali, ecc. bandite dalle ASL.

Direi che il problema di questa riforma sia un problema di organicità e di coerenza interna, per dirla in termini "rispettosi".

In merito al problema dello stato giuridico, formulo qualche domanda. Particolarmente rispetto alla questione delle assunzioni "a tempo determinato", credo il problema principale sia quello economico: gli "universitari" in genere sono decine di migliaia, troppi, con stipendi "a regime" troppo onerosi per le attuali possibilità dello Stato. Secondo me, si dovrebbe intervenire, ma sul serio!, sulla struttura della retribuzione, e questo, già in sé, consentirebbe al sistema di funzionare molto meglio.

Se si dovessero apportare modifiche alle norme riguardanti la verifica periodica del lavoro svolto, direi che occorrerebbe stabilirne i criteri (non se ne parla quasi per nulla) e questa dovrebbe essere la prima questione da affrontare per svolgere un dibattito serio, su dati di fatto concreti, e per procedere alle necessarie riforme. I tempi della periodicità dovrebbero essere più lunghi dei quattro anni di cui sento parlare da più parti, che mi sembrano troppo pochi specialmente nei casi di ricerche particolarmente ampie o approfondite con tempi lunghi di gestazione, costi non indifferenti e attese notevoli anche per la redazione e la pubblicazione dei risultati. A questo riguardo cosa ne sarebbe della cosiddetta "letteratura grigia" e di quella telematica, normalmente trascurata in varie sedi concorsuali, ma secondo me di crescente valore?

Premesso che la previsione di escludere gli ordinari dalle valutazioni periodiche non è minimamente motivato nel documento di U&U, e mi piacerebbe conoscerne le giustificazioni, penso che si dovrebbe prevedere, specie nel caso dei più "anziani" e per una forma di rispetto umano prima ancora che professionale, anche il caso di studiosi di merito che potrebbero attraversare nella loro carriera intellettuale momenti di minore "creatività" (malattia, disagi dei generi più disparati, vicende esistenziali), prevedendo forme di differimento della periodicità prevista per la valutazione dei singoli.

Infine, anche per rispettare il diritto di persone magari non adatte al lavoro della ricerca o della didattica, ma nonostante ciò ugualmente utili e con competenze specifiche per altre funzioni, penso che non dovrebbe mancare, in una eventuale riforma, la previsione di canali d'uscita dall'Università per i non confermati, per esempio nelle amministrazioni pubbliche, dalle quali provengono non pochi docenti universitari e nelle quali molte competenze potrebbero essere ancora utilissime.

Vi ringrazio dell'attenzione e spero di incontrarVi presto di persona.

Furio Pesci

Università di Roma "La Sapienza"