Testo inviato alla Rivista "Università-notizie" (USPUR)
Sono un professore associato che da oltre ventanni svolge attività scientifica e didattica a tempo pieno in facoltà di Medicina. Desidero esporre alcune mie considerazioni su un punto-chiave dellorganizzazione universitaria, quello del sistema dei concorsi per professore, su cui ho avuto occasione di riflettere recentemente. Mi riallaccio a quanto scriveva Francesco Alberoni in una lettera aperta sulla prima pagina del Corriere della Sera il 15 ottobre 2001: "Signor Ministro, mi creda, oggi chi fa carriera universitaria in Italia è come un cane tenuto al guinzaglio per tutta la vita. Una condizione umiliante. Ma non sono gli uomini ad essere malvagi, sono sbagliate le regole, le istituzioni. L'autonomia non esiste, la concorrenza non esiste, le elezioni del Cun e delle commissioni dei concorsi nazionali sono manovrate. ( ) Per questo c'è la fuga dei cervelli, le personalità più creative lasciano l'università, e i professori di valore sono amareggiati e senza fiducia". Anche autorevoli riviste scientifiche internazionali (Nature, vol. 396, pag. 102, 1998) hanno avuto modo di segnalare che in Italia il sistema dei concorsi "is very bad and it has been difficult to change from the inside". Per la mia esperienza, mi associo a queste affermazioni, che evidenziano problemi reali, ma verso cui a mio avviso esiste una sorta di rassegnazione quasi fatalistica.
Oggi i concorsi (altrimenti detti con tipica nomenclatura italiana "valutazioni comparative") sono spesso manovrati dai settori scientifico-disciplinari, divenuti sempre più dei veri e propri gruppi di potere accademico, attivi soprattutto al momento delle elezioni dei commissari. Il meccanismo elettorale dovrebbe, in teoria, assicurare una gestione democratica. In pratica, esso consente ai sotto-gruppi più potenti ed organizzati di eleggere dei commissari già pre-scelti allo scopo di far vincere specifici candidati, a loro volta pre-scelti. Che vi siano accordi preliminari è dimostrato anche dal fatto che spesso dalle "elezioni" risultano 2 o 4 nominativi (secondo la tipologia del concorso) in blocco, senza "code" che evidenzierebbero reali competizioni, e dal fatto che spesso ricorrono gli stessi nominativi. In tal caso, i concorsi diventano pure formalità burocratiche per avvallare mediante giudizi vaghi e generici (spesso molto sbrigativi seppur apparentemente unanimi, comunque privi di qualsiasi parametro quantitativo) e in sostanza privi di possibilità dappello, una scelta già fatta. Tali oligarchie pesano a tal punto che possono vanificare le prerogative di autonomia delle sedi universitarie, riuscendo a far vincere loro candidati dovunque, anche se i curricula di tali candidati non corrispondono ai profili di competenza indicati dalle stesse università nei bandi di concorso (questo grazie ad una circolare ministeriale, che svincolava i commissari dallobbligo di attenersi a quanto indicato nel bando emanato dalla sede locale). Dove siano finiti gli ideali di libera ricerca e circolazione delle idee, di autonomia, di competizione scientifica, di innovazione culturale, diviene una domanda quasi retorica.
Il meccanismo elettorale ha un ulteriore risvolto negativo, che forse, al momento del varo del sistema, non si era sufficientemente calcolato: più il tempo passa e più il sotto-gruppo, che riesce a vincere le elezioni e quindi infine a piazzare molti suoi allievi nel corpo accademico, diventa numeroso ed allarga la propria forza elettorale. È un sistema autocatalitico, a crescita esponenziale, senza meccanismi di compensazione. Chi vuole sopravvivere accademicamente, deve stare al gioco, chi non ci sta (magari perché persegue un filone di ricerca non "in linea" con la maggioranza, o semplicemente perché non è abile nelle "relazioni sociali") sarà semplicemente ignorato, lui ed i suoi allievi, nei futuri concorsi. In altre parole, non ha alcuna speranza di "contare" in qualche modo.
A tale situazione, che rischia di creare una sfiducia nel sistema soprattutto tra i quadri giovani e intermedi, si potrebbe forse porre rimedio con una soluzione semplicissima: che le commissioni siano formate non mediante elezione, ma mediante sorteggio, tra tutti i docenti dello stesso settore (inutile dire che tale sorteggio dovrebbe essere asettico e svolto dal Ministero). Ovviamente, il membro designato potrebbe restare tale, al fine di offrire le necessarie garanzie alla sede che bandisce il concorso. In tal modo si garantirebbe alla commissione giudicatrice una molto maggiore libertà di valutazione, annullando sin dallorigine qualsiasi possibilità di accordo preliminare su commissari e su candidati. A tale proposta si potrebbe facilmente obiettare che i commissari, anche se sorteggiati, sarebbero comunque esposti a forti pressioni una volta nominati. Ciò però, se ci si pensa bene, è vero solo in parte: infatti, la pressione più forte non deriva tanto dalla classica "raccomandazione" al momento del concorso (sia perché le varie raccomandazioni si potrebbero anche bilanciare, sia perché vi è comunque la buona fede e la competenza dei commissari, se sufficientemente liberi di decidere) quanto dal fatto che, col sistema attuale, il commissario che violasse eventuali accordi preliminari in futuro non sarebbe più "eletto", con tutto ciò che comporterebbe tale esclusione, soprattutto per la carriera dei propri allievi. Se invece si lascia fare al caso, le "carte" si possono sempre rimescolare e il sistema diviene più flessibile e suscettibile di novità (nozione elementare di evoluzione dei sistemi biologici).
Un vantaggio del sistema del sorteggio sarebbe anche che esso farebbe risparmiare il tempo e denaro spesi per le ripetute e assillanti tornate elettorali. Lunica difficoltà potrebbe essere, forse, il fatto che a questo punto molti professori potrebbero non trovare più interessante o conveniente partecipare alle commissioni giudicatrici, cosa che creerebbe problemi nellespletamento dei concorsi. Ciò potrebbe essere ovviato eleggendo anche un paio di supplenti e provvedendo a che il servizio di commissione sia congruamente retribuito dalle Università che bandiscono i concorsi.
Mi rendo ben conto che la proposta è talmente radicale da poter essere considerata ingenua e che avrebbe una realizzabilità solo se ci fossero molti colleghi, più autorevoli del sottoscritto, a sostenerla anche in sede tecnica e politica. Per parte mia mi sono sentito in dovere di sottoporla allattenzione di altri perché sono sempre stato convinto che se una cosa mi sembra giusta, anche se utopica, devo dirla. Mi sono deciso a scrivere pensando di dare un mio piccolo contributo alla libertà di ricerca in università, come lavevo sognata quando da giovane vi entrai pieno di speranze e di voglia di lavorare.
27.02.02
Paolo Bellavite
paolo.bellavite@univr.it