Commenti e proposte a margine della legge delega sulla

riforma dello stato giuridico dei docenti universitari

(Commissione De Maio)

 

1)    Università e ricerca scientifica

L’abolizione della distinzione tra tempo pieno e tempo parziale, pur perseguendo giustamente lo scopo di obbligare tutti alle 350 ore di cui nel documento accompagnatore della legge delega, rischia di essere invece un colpo definitivo all’idea di università come luogo di ricerca e di insegnamento, ciò che  è materialmente, prima che eticamente, incompatibile con “lo svolgimento  di attività professionali e di consulenza  esterna, di incarichi retribuiti e direttivi”, trasformandola di diritto oltre che di fatto in un ricettacolo di interessi divergenti.

Inoltre, l’idea che coloro che stanno in università per fare ricerca possano stipulare con l’università medesima contratti integrativi per lo svolgimento di quello che già adesso fanno gratis sembra irrealistica per due ragioni:

a)     le risorse dell’università sono agli sgoccioli;

b)    le persone che corrispondono alla precedente descrizione sono in genere prive di potere accademico.

Proposta: bisognerebbe avere il coraggio di differenziare e probabilmente scorporare le discipline con un forte contenuto professionale (giurisprudenza, medicina clinica, ingegneria, economia) dalle altre che hanno come vocazione principale la ricerca.

 

2)    Invecchiamento della classe docente

L’idea che il ringiovanimento della classe docente passi per una ulteriore precarizzazione delle posizioni dei giovani appare discutibile.

Si diventa già adesso ricercatori non prima di trenta anni ma non sono infrequenti casi di prese di servizio verso i trentacinque/quaranta anni, specie nelle discipline scientifiche e letterarie.

Non è inoltre vero che da nessuna parte esistono i ricercatori a vita: in Francia ad esempio si entra chargé de recherche al CNRS o maître des conferences all’università all’età di 26/30 anni. In America, in una società in perenne movimento le uniche posizioni stabili (tenured)  sono quelle dei professori universitari. Il modello proposto corrisponde invece a quello tedesco che è ben noto per espellere i “giovani” dall’università all’età di quarant’anni, dopo che vi hanno passato due cicli di sei anni in maniera simile a quanto previsto dal  progetto di legge.

Questi “giovani” sono assorbiti in Germania da un sistema industriale e terziario che non disprezza la gente che ha studiato; in Italia il sistema di piccole e medie imprese non ha alcun bisogno di quarantenni espulsi dall’università. Sembra che anche in questo caso la riforma tradisca una concezione fatta sulla misura di chi sta in università con a latere un’attività di carattere professionale, trascurando le esigenze della ricerca scientifica, che ha bisogno di stabilità e dedizione.

 

3)    Concorsi

Partendo dall’osservazione del localismo e della dequalificazione causati dall’attuale sistema  concorsuale,  gli estensori della legge delega, con l’intento “di assicurare maggiore flessibilità e rigore di valutazione al sistema” propongono il ritorno all’antico concorsone nazionale, che questo si è un’eccezione italiana inesistente altrove,  e che ha già dato pessima prova di se stesso proprio a livello di flessibilità e rigore nella selezione. La proposta attuale però ci sembra anche peggiorativa dell’antico metodo in almeno due punti: il concorso nazionale fatto in tempo di centralismo amministrativo delle università tentava una distribuzione di posti tra le varie discipline, cosa improbabile con i criteri attuali di divisione dei fondi, basati quasi esclusivamente sul numero di studenti in base al quale le università ricevono il fondo di finanziamento ordinario.

Per quanto riguarda poi il ringiovanimento della classe docente, questo sembra irraggiungibile per almeno due ragioni: secondo lo schema proposto, fatto di concorsi ad anni alterni con penalità per i non vincitori, un giovane del 5 + 5 (ammesso che trovi qualcuno in grado di finanziarlo per dieci anni di precariato), avrebbe al più un tentativo, sperando che in quell’anno ci siano idoneità nella sua disciplina messe a concorso.

Il sistema sembra fatto apposta per definitivamente distruggere quel poco di buono della ricerca di base che ancora sopravvive in Italia. Per creare queste competenze ci sono voluti decenni, per azzerarle molto meno.

 

Proposta: il metodo francese fa coesistere il controllo centrale, cui gli estensori della legge sembrano non volere rinunciare, con la liberta delle sedi.

Idoneità nazionale a partecipare ai concorsi locali e controllo sull’esito dei concorsi locali.

 

 

Ugo Morchella (Università dell’Insubria)

Carlo Soave (Università Statale di Milano)