Ulivo, nessuna autocritica sulle
corporazioni
LA SCUOLA DEI SINDACATI
di ANGELO PANEBIANCO
Corriere della Sera 09/03/2004
Molti professori universitari (fortunatamente, non tutti) sono oggi in grande
agitazione,
occupano rettorati, proclamano scioperi. Sono forse impegnati a ottenere dal
governo un
eccellente provvedimento che, come quello voluto da Tony Blair in Gran Bretagna,
aumentando le tasse studentesche, possa servire al rilancio dell'Università?
Oppure
protestano perché il governo non ha ancora rimediato ai guasti prodotti dalla
applicazione
della riforma detta del «tre più due», voluta dal precedente governo di
centrosinistra?
Assolutamente no. Disinteressati alle vere ragioni del degrado del sistema
universitario,
si agitano per tutt'altro. Protestano contro quella che, in perfetto
sindacalese, chiamano
«precarizzazione». Ce l'hanno con la ventilata riforma dello stato giuridico
dei docenti
volta a introdurre anche in Italia ciò che esiste in tutte le buone università
straniere:
contratti di ricerca, anziché «posti di ruolo», nella fase iniziale della
carriera
accademica. Spalleggiati dalla sinistra strillano in difesa del «posto fisso».
Questo
brutto episodio di agitazione corporativa può essere l'occasione per dare la
sveglia a chi
fa orecchie di mercante sullo stato del nostro sistema di istruzione. Mentre si
discute
del «riformismo» e dei suoi limiti all'interno della sinistra, mi pare utile
porre qualche
domanda ad alcuni colleghi professori che sono anche, guarda caso, leader dello
schieramento detto riformista: il professor Romano Prodi, il professor Giuliano
Amato (cui
spetta la responsabilità di redigere il programma della sinistra riformista),
il professor
Arturo Parisi, e altri ancora. Come mai non si è sentita ancora una parola di
autocritica,
da parte della sinistra riformista, sulle politiche dell'istruzione (Università,
ma anche
scuola) dell'epoca del centrosinistra? E come mai la suddetta sinistra
riformista non ha
ancora preso le distanze dalle rivolte corporative in atto? Vi siete chiesti
perché le
corporazioni sono in rivolta contro la Moratti ma non lo furono contro i
ministri di
centrosinistra? Non fu forse perché quei ministri si guardarono dal fare
riforme in
contrasto con gli interessi corporativi vigenti?
Penso che i suddetti professori-leader sappiano che, per come è stata attuata,
la riforma
del «tre più due» sia stata, soprattutto nelle Facoltà umanistiche, una
iattura. E penso
che sappiano che la riforma dello stato giuridico proposta dal ministro Moratti
sia, nel
complesso, una buona riforma. Perché non lo dicono? E, soprattutto, perché non
ci dicono
cosa faranno di diverso da quello che fecero quando erano al governo se
vinceranno le
elezioni nel 2006?
Lo stesso discorso vale per la scuola. I sindacati fanno la guerra al ministro
Moratti. Si
capisce perché. È dai tempi della Dc che la scuola è gestita, di fatto, da
una alleanza
perversa fra i sindacati della scuola e i funzionari della Pubblica Istruzione.
Ma solo
dei folli possono pensare che una scuola sul cui funzionamento i sindacati hanno
l'ultima
parola possa essere una buona scuola. L'ipoteca sindacale sulla scuola non venne
affatto
spezzata all'epoca del centrosinistra. E persino un buon ministro come Letizia
Moratti,
quando fa passi falsi, li fa per tenere buoni i sindacati.
Ai riformisti della sinistra è lecito chiedere di non perseverare, di non
lasciare più l'
ultima parola ai sindacati il giorno in cui torneranno al governo. Non so se la
si possa
qualificare «riformista» ma è certo che una «buona» politica
dell'istruzione, se davvero
tale, è il frutto di una elaborazione autonoma, non dell'asservimento al volere
di
corporazioni e sindacati.