A proposito della riforma sui concorsi universitari
Basta nepotismi, conti il merito
Avvenire 20/02/04
Daniele Bassi
Lo scorso 26
gennaio il Consiglio dei ministri ha varato un disegno di legge delega sulla
riforma dello stato giuridico dei docenti universitari. Dell'argomento - cioè
delle modalità di selezione dei docenti, dei loro compiti didattici, di ricerca
e organizzativi, del livello degli stipendi e della carriera - si parla ormai da
qualche anno. La legge base attualmente in vigore risale al 1980, mentre le
modalità concorsuali sono state riformate nel 1998, con l'abolizione dei
concorsi nazionali e l'istituzione di "valutazioni comparative" svolte
dai singoli atenei. In estrema sintesi il disegno di legge propone: il ritorno
ai concorsi nazionali, l'abolizione del ruolo dei ricercatori, l'istituzione di
contratti a tempo determinato per i giovani, l'abolizione della distinzione tra
tempo pieno e tempo definito, un limite minimo di 350 ore dedicate alla docenza.
Prima di entrare nel dettaglio delle proposte, serve forse richiamare alcuni
princìpi che qualunque legge sullo stato giuridico dei docenti è chiamata a
tutelare: la libertà di ricerca; la libertà di insegnamento; la reale
autonomia delle università. Tre princìpi da cui discendono le norme operative:
reclutamento, contratti, attività. Strano che nelle norme all'esame del
Parlamento non vi sia traccia dei suddetti princìpi. Per questo allora ci preme
l'affermazione della libertà di ricerca e del riconoscimento di questa come
attività fondamentale dei docenti universitari: il ddl Moratti definisce il
numero minimo di ore da dedicare alle attività didattiche e, togliendo la
distinzione tra tempo pieno e tempo definito, consente ai docenti di svolgere
attività libero-professionali senza grandi vincoli: non obbligare i docenti a
svolgere attività di ricerca in università rischia di snaturare l'insegnamento
universitario, che nasce e si alimenta dalla ricerca. Le università dovrebbero
competere tra loro sull'eccellenza della ricerca e della didattica. Si concorda
peraltro sulla necessità di tornare ai concorsi nazion ali, ma per farlo
occorrono due condizioni: i concorsi si svolgano in tempi certi e veloci, i
candidati vengano valutati sul merito.
E veniamo al punto più controverso del ddl Moratti, quello della
precarizzazione dell'accesso. La proposta è di abolire il ruolo degli attuali
ricercatori e di limitare a due i livelli di docenza: associati e ordinari. La
fase di formazione dei futuri docenti sarebbe realizzata con contratti di
ricerca quinquennali rinnovabili una sola volta. Il punto debole di tale
percorso non risiede tanto nella precarizzazione dell'accesso (che non è una
novità, ed è anzi da considerare fisiologica per l'università), quanto nella
mancata previsione di adeguati compensi a fronte del rischio
"precariato" (perché, ad esempio, non lasciare reale autonomia agli
atenei nel decidere i compensi dei giovani aspiranti alla carriera?). Inoltre,
ponendo a esaurimento il ruolo dei ricercatori, i prossimi concorsi per
professore saranno saturati dagli attuali ricercatori e ci sarà poco spazio per
i giovani, in un momento delicato per l'università: tra il 2007 e il 2013,
infatti, una consistente parte di docenti andrà in pensione.
Il problema allora non è schierarsi pregiudizialmente pro o contro il ddl
Moratti, ma contribuire fattivamente a definire il volto dell'università di
domani. Interessa che l'università sia un luogo in cui, attraverso le attività
di ricerca, di insegnamento e di formazione, si valorizzi la capacità della
ragione umana (e quindi della scienza e dell'insegnamento) di rispondere alle
domande fondamentali della persona e della società.