Vorrei porre degli interrogativi e suggerire risposte concise allo scopo di iniziare un dibattito sul tema dell’Università.
(Luciano Zanderighi)
Quale
Università ?
Se si sfoglia un qualsiasi dizionario la definizione data è del tipo:
" Istituto scientifico d’ordine superiore, d’origine medioevale e corporativa, comprendente varie facoltà … alle quali si accede per il conseguimento di un titolo legalmente riconosciuto." Purtroppo questa è la definizione che danno addetti e non addetti ai lavori, compresi coloro che a vario titolo elaborano provvedimenti legislativi.
Io credo che l’università, oggi, debba essere un’altra cosa: essa deve essere il motore per il rinnovamento della Società Civile. L’Università deve essere il luogo ove si confrontano dialetticamente le idee, si elaborano delle teorie, e si trasmettono le conoscenze allo scopo di promuovere il cambiamento della Società Civile.
La Società che aveva espresso le prime Università era sostanzialmente statica ed il modello di trasmissione del sapere era adeguato per quel tipo di Società. Oggi la Società ha una sua dinamica evolutiva molto rapida (si vive il presente già proiettati nel futuro); essa deve affrontare dei problemi ai quali le Istituzioni Culturali attuali non sono in grado di dare una risposta.
L’Università deve essere il luogo dedicato allo studio delle domande poste dalla Società ed all’elaborazione di possibili risposte, meglio ancora dovrebbe poter precorrere gli eventi ed elaborare modelli adeguati a rispondere agli interrogativi posti dalla Società. L’Università deve quindi essere organizzata in modo da avere una propria dinamica interna che le consenta di adeguarsi agevolmente a nuove situazioni, in modo da poter seguire, meglio anticipare, l’evoluzione della Società
Quale
Laureato?
Laureato è chi, avendo seguito un particolare ordinamento di studi, ha conseguito una laurea. In una società statica, e relativamente semplice come quella in cui era nata l’Università, la formazione culturale che il discepolo riceveva era sicuramente sufficiente per affrontare, per tutta la durata della sua vita, i problemi che la Società poneva. Oggi in molti casi un laureato è già "vecchio" dopo 5 anni. Inoltre la complessità della società è tale che nel breve periodo di permanenza all’università un laureato può avere solo una formazione culturale limitata, specialistica. Alla complessità dell’organizzazione della Società, l’Università ha risposto sminuzzando i corsi di laurea in indirizzi altamente specialistici, parcellizzando in tal modo la complessità della Società.
Io penso che la figura classica del laureato sia superata dai tempi; che alla complessità della Società l’Università debba rispondere con un’articolazione della formazione culturale che rifletta le esigenze della Società, che alla dinamica della Società l’Università debba rispondere con l’educazione permanente.
Ho dato risposte sintetiche, che possono essere ulteriormente approfondite, ovvero non condivise. Certo è che non si può proporre uno schema organizzativo dell’Università se prima non si è chiarito il ruolo dell’Università nella Società, e sulla base delle risposte date si può allora formulare un modello d’Università.
Sulla base delle risposte che ho precedentemente dato consegue un modello di Università che sia una struttura dinamica, aperta, in sintesi un microcosmo rappresentativo della Società in cui l’Università opera. In questo modello di Università si possono identificare quattro aree culturali rappresentative della Società: area sociale: le scienze dei rapporti tra gli individui (lingue, diritto, politica, economia, etc.) area umana: le scienze dell’uomo (medicina, biologia, farmacia, psicologia, etc.) area fisica: le scienze del mondo fisico (fisica, chimica, geologia, etc.) area tecnologia: le scienze del trasferimento dell’invenzione in un’innovazione tecnologica (ingegnerie varie, etc.).
Tutte le aree devono essere presenti, anche solo in forma parziale, in una Università proprio in forza della rappresentatività che quella struttura deve avere della Società in cui opera. I diversi Corsi d’insegnamento impartiti dall’Università devono afferire ad un’area culturale. Questa afferenza non deve essere di tipo burocratico, ma funzionale alle finalità del Corso.
L’Università deve essere una struttura aperta: tutti possono seguire i corsi ai vari livelli. A questa libertà deve però corrispondere una rigida organizzazione interna che possa garantire la funzionalità alla struttura (ad esempio per frequentare un corso occorre registrasi ed impegnarsi a frequentarlo).
L’aspetto organizzativo è comunque successivo all’impostazione metodologica.
Tutti i corsi devono essere articolati su tre livelli: corsi propedeutici; corsi di approfondimento; corsi orientati allo sviluppo ed alla ricerca.
All’interno di ogni area culturale i Corsi sono raggruppati in Ordinamenti Didattici di primo, secondo e terzo livello: un ordinamento didattico è proposto da un’area culturale e prevede che la metà dei corsi afferiscano a quell’area culturale mentre l’altra metà può afferire, a scelta dell’allievo, ad altre aree culturali. Questa libertà di scelta ha due scopi:
a. favorire il trasferimento di conoscenze da un’area ad un’altra;
b.
ridurre al minimo la monocromaticità di un ordinamento, e quindi
dell’allievo, permettendo la formazione di orientamenti diversi su misura per
l’allievo.
Un allievo può anche decidere di seguire un Ordinamento Didattico, di primo, secondo, o terzo livello: se segue solo i corsi alla fine avrà un certificato di partecipazione; se segue i corsi e supera gli esami ad essi associati riceverà un attestato in funzione del livello seguito: primo livello (baccalureato-baccelliere) Diploma di Cultore; secondo livello (master) Diploma di Maestro; terzo livello (PhD): Diploma di Dottore.
Schematicamente la struttura dell’Università è di tipo matriciale: le aree culturali, raggruppano più colonne rappresentative dei vari ordinamenti didattici, mentre nelle righe sono riportasti i corsi.
Sono eliminate le Facoltà, i corsi di Laurea e tutti i vari orpelli che costituiscono degli appesantimenti burocratici ed in pratica servono per far avallare democraticamente decisioni già prese.
Ci sono alcuni
aspetti che vorrei rimarcare:
a.
b. L’Università deve essere una struttura aperta e dinamica. ( Il vero problema del mondo del lavoro è l’assenza di ogni forma di educazione permanente che rende non più utilizzabili gli addetti che sono stati licenziati dopo 40-45 anni di età! L’Università deve inserirsi in questa settore e fornire dei servizi adeguati!).
c. La presenza nell’Università, tramite la frequenza ai Corsi, deve essere uno degli elementi qualificanti la nuova Università: il contatto col mondo esterno, lo scambio di idee, il confronto dialettico, avviene sono se si realizza una frequentazione continua in una comunità di docenti ed allievi. Non ci devono essere, almeno tra coloro che vogliono seguire un curriculum di studi orientato al conseguimento di un attestato, studenti lavoratori: deve valere l’equazione studio=lavoro. Questo vuol dire che l’Università, o la Società, deve provvedere a chi non ha mezzi per mantenersi agli studi. In sostanza gli allievi dell’Università devono essere gli artefici del cambiamento della Società.
d. In questa ottica i docenti devono svolgere a tempo pieno la loro opera nell’Università. L’attività di ricerca svolta in ambito universitario deve essere considerata parte integrante della attività didattica. Il tempo pieno non esclude che i docenti possano svolgere attività di consulenza per enti pubblici o privati, ma questa attività deve essere regolamentata dall’Università. Deve essere inoltre esplicitata l’incompatibilità tra docenza ed altri incarichi pubblici, quali membro del Parlamento, Presidenza di Enti, Fondazioni, etc. L’Università non deve essere una "sine cura" sia per i docenti sia per gli allievi.
e.
L’autonomia delle sedi universitarie, nell’ambito di un quadro
normativo generale, deve essere totale. Ogni sede deve poter attivare o
disattivare degli Ordinamenti Didattici, promuovere la formazione di centri di
eccellenza, modificare il proprio organico in funzione delle proprie esigenze
organizzative, etc.
·
· E’ interessante il modello della nuova Università ticinese, articolata su tre sedi: Mendrisio, Lugano e Bellinzona. A fianco di una struttura con pochi corsi istituzionali vengono attivati, a seguito della richiesta di industrie, enti pubblici, etc. dei corsi specialistici in vari settori, con varia durata, a numero chiuso, per soddisfare particolari esigenze formative.
· Un disegno di legge che inizia con:
"Ogni valida riforma dell’Università dovrebbe avere, come punto di inizio, una adeguata definizione dei doveri e dei diritti dei Professori."
non
è una cosa seria e mostra solo come la burocrazia abbia ormai permeato anche
le strutture universitarie. Il problema dello stato giuridico pur importante
non deve essere la pietra su cui fondare l’Università.
Science and
Society: Lessons for the 21 Century, October 3, 2000
MURST Report
From 1991
through 1995, government support for research in Italy declined faster than in
any other developed country. The number of researchers per unit population is
near the bottom of the EU. The expenditure on university research as a percent
of GDP is near the bottom of EU.
Between 1985
and 1995, the high technology share of value added in Italy decreased. The
high-tech fraction of exports is anomalously low, being about half that of
France and a third that of the U.S. The R&D investment in Italy in 1990
was well below the average of the EU, and by 1999 was even further below. A
smaller fraction of students complete science programs in the universities.
Technology transfer is nearly non-existent.
1.
The salaries of young researchers in the universities and national labs
must be sharply increased from their disgracefully low levels.
2.
Technology transfer from the universities and national laboratories to
industry must be improved.
3.
It must come to be favorably regarded for university people to work
with industry.
4.
Above all, industry must come to recognize the importance of R&D
for its own future.
Vorrei fare una piccola considerazione: oggi la retribuzione di un professore universitario di seconda fascia a fine carriera è uguale a quella di un magistrato ad inizio carriera.
Il Presidente del Senato Pera si è rifiutato di aumentare la retribuzione dei cosiddetti "portaborse" da 3800 a 4800 euro al mese.