Alcune considerazioni sull’incontro con la Moratti al Meeting

(contributo di Perugia)

 

Premessa:

La vera novità è che si è cercato di porre l’attenzione sull’Università: come ha ricordato Don Pino la stessa mattina del 20/8, dopo la conferenza stampa, è evidente che a nessuno importa nulla dell’Università (ma di questo ce ne eravamo accorti da tempo, purtroppo). Quindi, almeno per quanto ci riguarda, non è che poi ci aspettassimo chissà quali rivelazioni dalle risposte della Moratti e di De Maio. Però, qualche cosa di quanto detto merita un commento.

Considerazioni:

  1. Moratti e De Maio hanno detto cose profondamente diverse. Ad esempio Moratti ha detto che il biennio sarà per tutti, garantendo che già da questo settembre i neolaureati-triennali potranno iscriversi alla laurea specialistica e ribadendo che la laurea triennale deve dare ampio spazio alle materie di base. De Maio, sullo stesso argomento, ha chiarito (?) che il paese ha bisogno di due classi di persone: quelle capaci di gestire l'innovazione (molte) e quelle in grado di produrla (poche). Scopo della riforma è formare la prima classe con la laurea triennale e la seconda con la specialistica. Una percentuale di iscritti alla specialistica del 10-15% rispetto alla triennale sarà un indicatore del successo della riforma. A chi dare ascolto? Vista la posizione che ricopre, crediamo che dovremo fare i conti con quello che ha detto De Maio e dimenticarci quanto affermato dalla Moratti.
  2. Il progetto di nuova università delineato da De Maio è piuttosto inquietante: Laurea triennale professionalizzante per tutti (laureati in grado di gestire l'innovazione), da conseguire ovunque. L'Italia, il paese delle 100 città, avrà un'università in ogni città. Per l'elìte, laurea specialistica e/o dottorato e/o master da conseguire nelle strutture accreditate. E qui compaiono i Distretti Tecnologici, ultima invenzione ministeriale, specie di super-università dove si concentreranno i fondi per la ricerca, e dove quindi si potrà fare anche didattica ad alto livello. Non sarà sfuggito un dettaglio interessante: il primo di questi distretti è il Politecnico di Torino. Si delineano chiaramente due elìte: le UNIVERSITA' di elìte e gli STUDENTI di elìte. E' quindi ragionevole pensare che solo nelle università di elìte ci si potrà permettere il lusso di avere percorsi formativi diversificati, con una migliore formazione di base per quegli studenti di elìte che potranno accedere alla formazione superiore. Per il resto, le piccole università sono destinate a diventare dei super-istituti tecnici, dove recuperare il profilo del perito industriale tanto richiesto dalla nostra industria.
    E' auspicabile che l'esperienza dell'università sia per una stretta elìte? Perchè è chiaro che quella che noi chiamiamo università sarebbe possibile solo nelle super-università e solo per i pochi studenti destinati a produrre innovazione. D’altra parte, è pur vero che se si lascia sorgere l’università in tanti piccoli centri, non si può certamente pensare che tutti possano poi essere potenziati. Ma allora non sarebbe meglio affrontare il problema del decentramento, direttamente? Ovvero: chi e con quali criteri può decidere di creare l’Università a Todi (ad es.)? Perchè è chiaro che finora a decidere di questo sono soprattutto gli amministratori locali in cerca di gloria, che finanziano (poco) i nano-Atenei sotto casa, complici noi docenti, pronti a tutto pur di aumentare le nostre ‘posizioni’ in Università.
  3. L'innovazione di cui si parla sembra riguardare principalmente la tecnologia. Ma la ricchezza culturale del nostro paese non è appena questo: quanto di meglio abbiamo è arte, letteratura, storia. POSSIAMO RIFORMARE L'INTERA UNIVERSITÀ’ AVENDO IN TESTA SOLO I POLITECNICI?
  4. Siamo rassegnati a rinunciare all'educazione, alla possibilità di giocarsi con gli studenti in un rapporto educativo, quello che c'è tra maestro e allievo, per diventare formatori? E fornire strumenti tecnici per affrontare il mondo moderno ben sapendo che domani, o addirittura oggi, questi strumenti sono già superati?
  5. E noi docenti di sedi "piccole" siamo pronti a rinunciare alla ricerca (se abbiamo ben capito i PRIN sono morti e i soldi arriveranno solo ai network di eccellenza e ai distretti tecnologici) e ad abbracciare il nostro nuovo ruolo di docenti di super-scuola media superiore?

Si potrebbe continuare, ma per ora fermiamoci qui.

Conclusioni

Noi pensiamo che il lavoro andrebbe continuato affrontando alcune delle tematiche sopra esposte in una iniziativa pubblica più articolata di un semplice, unico incontro. Individuando un percorso su cui lavorare durante l’anno, potremmo organizzare un convegno, un workshop, magari accompagnato dall’esposizione di una mostra sulla storia dell’Università: l’obiettivo a nostro avviso è quello di capire come la nostra ipotesi educativa possa arrivare a giudicare, fino a suggerire ipotesi concrete di cambiamento, l’attuale situazione dell’Università. A questo scopo sarebbe utile monitorare l’andamento della applicazione della riforma 3+2. A noi tuttora non risulta, ad esempio, che ci siano sedi che vogliono interrompere al triennio i percorsi di studio, come ci è stato detto il 20 mattina (a meno che non ci si riferisca a quelle lauree triennali strettamente finalizzate ad una professione: enologo, informatore scientifico, etc.). Ma chiaramente non abbiamo a disposizione che le notizie del nostro ateneo e quanto si può leggere sui giornali; sarebbe quindi utile metter su, magari utilizzando quanto c’è già al Ministero e/o in qualche conferenza di Presidi, o alla CRUI, non sappiamo, una sorta di OSSERVATORIO sulla Riforma.

Precisazioni di metodo:

I vari fraintendimenti e sfilacciamenti che ci sono stati nell’incontro al Meeting hanno dimostrato quanto siamo stati maldestri nel metodo di lavoro. Per qualsiasi iniziativa, soprattutto quelle pubbliche, sarà necessario d’ora in poi definire chiaramente fin dall’inizio:

1. OBIETTIVI, e quindi

2. SOGGETTI ORGANIZZATORI (tanto per essere chiari: l’associazione U&U? I responsabili del movimento? La CdO? Gli iscritti alla fraternità? Il CLU? Quelli del CNSU? Tutti questi insieme?)

3. INTERLOCUTORI (ossia, chi fa da tramite con il Ministero (Ministro ma anche dirigenti e/o sottosegretari e/o segreteria tecnica)? Chi con i nostri politici? Chi con tutto ciò che riguarda il Meeting? Chi è il nostro interlocutore ultimo nel movimento? Etc. etc.)

Quando sono chiare le coordinate si lavora meglio.

Non possiamo certo illuderci di poter cambiare, noi soli, le sorti dell’Università come vorremmo. Saremmo veramente matti. Ma pensiamo che, ad es., quando Vittadini ha iniziato la sua battaglia sulla sussidiarietà non si è posto il problema di quanto potesse avere successo. L’ha fatta perché era convinto fosse cosa vera, giusta, utile e opportuna. Perché era giunto il momento di farla, insomma. Secondo noi è lo stesso per l’università, ora.

Attendiamo vostre opinioni in proposito.