Alcune note
sull’applicazione della riforma
3+2
24/07/03 Contributo di Salvo
Ingrassia, Università della Calabria
Una cattiva interpretazione della riforma tende a
sottolineare che il triennio deve essere applicativo e nel biennio successivo
vanno dati i fondamenti teorico-metodologici. Al contrario, la cultura di base
è necessaria per affrontare gli studi successivi; il problema è
quello di dosare ed alternare opportunamente conoscenze di base ed
aspetti applicativi. Se è vero che le discipline di base
hanno un carattere formativo ed educativo che non può essere saltato,
è però altrettanto vero che gli argomenti hanno un loro
ordine di priorità: non necessariamente pertanto devono
essere affrontati tutti e bene nel triennio.
Alcuni argomenti di base, più complessi, possono - anzi, probabilmente devono - essere affrontati nel biennio successivo. L'importante è che gli argomenti affrontati - anche ridotti nel numero - vengano presentati con un livello di approfondimento tale che non si richieda una loro successiva rivisitazione e/o reimpostazione da zero. Questa è proprio l'ipotesi che sto seguendo nell'impostazione didattica del corso di laurea di cui sono presidente: quella di fornire al triennio delle buone basi in vista dei campi applicativi che saranno affrontati nel triennio stesso, con un livello di approfondimento tale che possa comunque costituire il fondamento per gli ulteriori aspetti di base che saranno affrontati nel biennio successivi. Altrimenti, il rischio è quello di dover ricominciare daccapo nella laurea specialistica.
Ad esempio, nel primo anno di avvio della riforma, nel mio corso di laurea l'insegnamento di economia era stato impostato in maniera tale da sintetizzare i due insegnamenti di microeconomia e macroeconomia della laurea quadriennale. Ciò portava essenzialmente ad un'informazione sulla disciplina, ed i contenuti avrebbero dovuto essere necessariamente ripresi dalle fondamenta nella laurea specialistica; dall'anno successivo (secondo anno della riforma) ho deciso di ripristinare i due insegnamenti; certamente ne è risultata sacrificata qualche materia applicativa del settore, anche se, alla luce dell'esperienza, senza adeguati fondamenti non si riescono a comprendere adeguatamente neanche le materie applicative. Come scrive V.Vapnik all'inizio del suo libro "Nulla è più pratico di una buona teoria".
Un altro aspetto concerne la continua verifica del percorso didattico, che comporta approssimazioni successive. Nel nostro corso di laurea ogni anno apportiamo delle modifiche all'ordinamento didattico così da convergere all'obiettivo (la figura professionale che è giusto e ragionevole formare in tre anni) via via che ci appare più chiaro. Sempre in base a quello detto prima, soprattutto in forza delle discussioni avute insieme a Raffaele e Franco, ho deciso di privilegiare nella laurea triennale gli insegnamenti "pieni" piuttosto che singoli moduli. Premetto che, nella nostra Facoltà, gli insegnamenti sono articolati in corsi da 5 o 10 crediti (un credito equivale a 6 ore di lezione), dove un corso tradizionale è stato equiparato a 10 crediti. La scelta che ho portato in CCL è stata quella di privilegiare i corsi da 10 crediti nella certezza che il docente per comunicare un metodo ha bisogno di un tempo adeguato. Certamente ciò ha portato a sacrificare argomenti che pur sarebbero importanti; d’altra parte – tenendo conto dei vincoli (in pratica abbiamo 160 crediti) – la scelta è stata piuttosto quella di puntare su un metodo da far apprendere piuttosto che un mix di informazioni varie.
Un terzo aspetto riguarda didattica, che dice del rapporto che abbiamo con la disciplina che insegnamo. Lo accenno brevemente. La riforma, a mio avviso,è l’occasione per ripensare non solo ai contenuti, ma anche all’impostazione del nostro modo di insegnare. Usualmente si parte da un modello consolidato per poi applicarlo alla realtà, almeno così è nelle mie discipline; a me sembra che sia un approccio sbagliato. Sto cercando di far passare in consiglio ed a lezione un’impostazione opposta: partire dall’esperienza per poi successivamente astrarre verso il modello. Mi sembra che così si raggiungono due obiettivi: a) comunico agli studenti il percorso che per me è naturale quando studio; b) si aiuta a far comprendere che gli strumenti che forniamo sono elementi per la lettura e la comprensione di fenomeni reali.