"Per Un Pugno Di Crediti"

Ovvero: ci sarà ancora l’Università

Convegno sulla riforma universitaria

Mercoledì 9 Maggio 2001,

Aula Magna, Università Statale di Milano

PRETOLANI

Magnifico Rettore, cari colleghi, cari studenti.

Il convegno odierno intende costituire un’occasione di riflessione su quanto è accaduto negli ultimi mesi all’interno dell’Università italiana e su quanto accadrà nel futuro prossimo.

Il titolo del convegno e il contenuto del volantino con il quale siete stati invitati sono volutamente provocatori. Nel volantino, a partire dall’osservazione della realtà e dall’esperienza diretta di alcuni di noi, vengono svolte anche considerazioni critiche sia sul disegno della riforma e sui decreti che ne hanno dato attuazione sia sulle modalità con le quali la riforma è stata applicata nei diversi Atenei. La frenetica corsa alla quale siamo stati costretti ha, tuttavia, lasciato poco spazio alle riflessioni sull'idea e la concezione di università, sul ruolo che essa deve avere nella formazione culturale e professionale delle nuove generazioni, e quindi sul suo ruolo nel contesto della nostra società.

Lo scopo del convegno di oggi non è quindi quello di esprimersi pro o contro la riforma, ma di sollecitare un confronto delle esperienze di docenti e studenti che in questi mesi si sono impegnati personalmente, con diversità di ruoli e di posizioni, per cambiare l’Università.

Da questo confronto e da quello che, speriamo, seguirà dopo il convegno potranno emergere anche proposte di revisione degli aspetti più controversi della riforma.

Ma anzitutto ci auguriamo, come studenti e docenti che hanno promosso il convegno, che il dibattito odierno possa dare risposta alle quattro domande riportate nel volantino di invito:

  • come mantenere un rapporto tra studenti e docenti che sia non solo "contrattuale" ma educativo alla realtà?
  • come mantenere e arricchire il rapporto tra la ricerca e la didattica, base essenziale dell’idea stessa di università?
  • come non farsi stritolare dal meccanismo lezioni-compitini-esami e dal maggiore carico didattico, richiesto per di più a costo zero?
  • come garantire agli studenti la possibilità di frequentare l’università e di poter imparare in un rapporto?

Prima di dare la parola al Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Milano, Prof. Paolo Mantegazza per il saluto che cordialmente ha voluto portare ai nostri lavori, ed agli illustri relatori, vorrei fare un’ultima osservazione.

Il gruppo di colleghi che ha promosso il convegno odierno e che aderisce ad Universitas-University, una associazione internazionale che intende offrire un supporto a docenti e ricercatori che desiderano ripensare e dialogare sul significato del loro lavoro nel contesto del cambiamento che investe la società contemporanea, ha rafforzato in questa occasione una valida e fattiva collaborazione con gli studenti del Coordinamento liste per il diritto allo studio, l’associazione studentesca più rappresentativa e presente in tutte le università italiane.

Ritengo che il solo fatto di essere qui oggi assieme, studenti e docenti, a riflettere sull’Università, sul luogo dove viviamo e ci impegniamo, chi per alcuni anni, chi per tutta la vita, sia di per sé un avvenimento fortemente positivo, perché supera gli schemi e le contrapposizioni legate ai ruoli e dimostra che è possibile mantenere e incrementare nell’Università un rapporto veramente educativo alla realtà.

MANTEGAZZA

Illustri colleghi, cari studenti, tocca al vecchio Rettore che sta per andare in pensione, a settembre chiuderò la mia permanenza in università, dare a voi studenti il cordiale benvenuto. Ad essere sincero ritengo che questo sia probabilmente l’ultimo mio incontro con gli studenti e la mancanza di questi incontri sarà la mancanza che forse più sentirò quando non sarò più nell’università. Io ho sempre trovato estremamente utili questi incontri, questi scambi di idee tra docenti e studenti e ho sempre ritenuto che uno dei compiti fondamentali dell’università è quello di mantenere rapporti sempre più stretti tra docenti e studenti.

Non si può costruire una vera università pensando soltanto agli interessi di una parte e a difendere certi privilegi. Se questa riforma ha qualcosa di positivo in se stessa, sta nel fatto che tende a riportare al centro dell’attenzione nell’ambito dell’università gli studenti. Non mi voglio soffermare a fare delle considerazioni in proposito, ma se la riforma ha avuto un significato e lo avrà, è perché cerca di ricuperare la funzione, direi, degli studenti (e parlo di funzione dell’università). Quindi sono veramente felice di vedere oggi che l’aula magna è piena di tanti giovani e di vedere che da parte loro c’è un interesse a portare il loro contributo al futuro sviluppo della nostra università. Il mio augurio di vecchio che sta per abbandonare l’università stessa è proprio questo: che i giovani partecipino sempre di più alla vita dell’università e che collaborino a far sì che l’università diventi una istituzione sempre più efficiente e sempre più educativa. Non basta imparare ma bisogna imparare in modo tale che quando uno esce dall’università sia una persona matura, maturata non soltanto sui libri, ma nel contatto con coloro che li hanno educati ed istruiti.

Questo è il mio augurio e probabilmente il mio ultimo saluto che do agli studenti. Grazie.

PRETOLANI

Confesso che, come credo molti di voi, mi sono profondamente commosso per quello che ha detto il Prof. Mantegazza e non vorrei aggiungere ulteriori commenti alla lezione di vita che ci ha dato, se non ricordare che in più occasioni ho avuto l’opportunità e la fortuna di ascoltare dei suoi interventi e ne ho sempre avuto una utilità e una soddisfazione per la mia professionalità. Quindi grazie ancora al Magnifico Rettore. Adesso la parola al professor Aldo Schiavone, preside di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Firenze, che è collegato con noi in videoconferenza.

SCHIAVONE

Difficile mettere altre parole dopo le parole bellissime che ha detto il Rettore Mantegazza. Siamo tutti toccati…ma insomma… dobbiamo fare il nostro lavoro. Io vorrei ringraziare i colleghi e gli studenti che hanno organizzato questa occasione e mi hanno dato l’opportunità di intervenirvi. Ripeto e lo dico in modo non formale, io considero le occasioni come queste di dibattito e di confronto e di riflessione degli eventi e degli episodi di grandissima importanza. Io credo che la riforma, qualunque riforma, questa in particolare, può aver successo, può tradursi in un fatto positivo per l’università italiana e per chi vi vive e lavora dentro, solo a patto che queste occasioni di scambio e di confronto, di dialogo, diciamo, di integrazione tra le componenti diverse che danno vita al sistema universitario, aumentino sempre di più nella nostra vita quotidiana. E quindi occasioni di confronto come queste sono preziose, veramente preziose.

Io dico subito che considero la riforma di cui oggi parliamo nel suo complesso un fatto positivo per l’università italiana e cercherò poi rapidamente di motivare questo mio giudizio e questa mia valutazione. Dire questo però non significa dire, naturalmente, che questa riforma non sia perfezionabile. Per esempio, anche rapidamente, lo slogan che è stato usato dai media, giornali, televisione, "riformiamo la riforma" è un’espressione che io trovo assolutamente accettabile, perché no…Questo è vero per qualunque riforma che può essere migliorata, in particolare per una riforma come questa che è e vuole essere un lavoro in progressione. Questa riforma presenta aspetti più discutibili, anche a mio avviso, e si intravedono anche con relativa facilità i punti lungo i quali essa può essere migliorata. Però va a mio avviso nella direzione giusta. Devo anche dire che mi sembra che essa sia stata accolta, nell’insieme, positivamente dalle università e dai docenti. Mi azzarderei di dire anche dalla larga parte degli studenti ( su questo poi si possono avere opinioni diverse), ma certamente dai docenti sì. In questi mesi abbiamo visto migliaia di docenti in tutte le università italiane impegnarsi, forse come non si vedeva da molto tempo, non si vedeva da molti anni, impegnarsi con passione e con dedizione per fare in modo che le cose funzionassero. E credo si possa andare all’appuntamento del prossimo settembre, del prossimo ottobre, con le carte in regola per iniziare col nuovo ciclo. Io devo dire che metto la rilevazione di questo impegno, di questa passione come un elemento molto positivo che ci fa ben sperare sul futuro della nostra università. Certo è stata una corsa, come ricordava il collega che ha aperto l’incontro, ma mi chiedo come si sarebbe potuto fare diversamente…inevitabilmente qualunque processo di riforma si trasforma ad un certo punto in una corsa contro il tempo, sarebbe difficile pensare altrimenti. Anche questa lo è stata. Mi pare che nell’insieme sia stata una gara vinta.

Il secondo elemento da cui subito vorrei sgombrare il campo: è stato detto molte volte in questi mesi che questa riforma invece di aumentare la libertà di scelta degli atenei e degli studenti, dei docenti, degli studenti, la restringesse. Questa mi pare una cosa non vera, francamente non vera. Io non ho avuto notizia di nessuna facoltà, di nessuna struttura, nessun corso di laurea che avesse in mente (che abbia avuto in mente) un progetto didattico di qualunque tipo, un progetto formativo, e non l’abbia potuto realizzare perché la riforma glielo impedisse, perché la riforma metteva dei vincoli; una facoltà che ha detto "io avrei voluto fare questo percorso formativo, avrei voluto collegare questi saperi, costruire questo curricula, ma la legge, i regolamenti, quant’altro, non me lo consentono": non ho avuto notizia di nulla di questo tipo. Anzi, abbiamo avuto la sensazione opposta, di un eccessivo invito a moltiplicare l’offerta formativa che, tradotto in termini più spiccioli, significa forse il rischio di un’eccessiva frammentazione dei curricula e dei percorsi formativi che offriamo: se volete un eccesso di libertà, non una restrizione! Questo è dunque un punto che dobbiamo tenere presente, non per tessere l’apologia della riforma, ma per capire dove dobbiamo intervenire per migliorarla e per modificarla.

Abbiamo tutti letto un bellissimo articolo di Claudio Magris sul Corriere della Sera di qualche settimana fa in cui canzonava i professori che erano alle prese con tutte queste tabelline dei crediti, e tutte le loro lotte " nove crediti, undici crediti, sedici crediti…", in tutte le facoltà si sono vissuti momenti di questo genere; l’ironia di Magris era deliziosa e apprezzabile come sempre - venendo da una persona di così rara e acuta intelligenza - però devo dire un’immagine un po’ volutamente deformata. Inevitabilmente questa riforma comportava questi aspetti calcolistici e di calcolo, intorno ai quali si sono svolte anche – diciamo le parole per quel che sono – delle lotte di potere, ma d’altra parte questa riforma tocca un mondo, che è quello dell’accademia, che è quello dell’università, dove in tutto il mondo si realizzano scontri e conflitti di potere. L’università è potere. Immaginate una qualunque università in un qualunque paese del mondo vuota dal potere, vuota dai conflitti di potere, è immaginare qualcosa di assolutamente irrealizzabile. L’università è intrisa, attraversata, pervasa da rapporti di potere, coi quali noi facciamo i conti tutti i giorni, ma questa è la storia, questa è l’università, questa è la vita con cui dobbiamo confrontarci. Ora, dire che tutto l’impegno dei professori universitari italiani ( sia chiaro non è questo che dice Magris ma) immaginare che tutto l’impegno dei professori si sia ridotto a queste lotte di numeri mi pare profondamente ingiusto e sbagliato. C’è stato invece un grande sforzo di creazione, di creatività; io ho visto passione e progettazione, volontà di progettare e, dentro questi progetti, cultura, idee, concetti, esperienza, come non avevo mai forse visto da parte dell’università nel suo complesso in questi decenni di vita.

Sgombrato il campo da queste idee che non considero giuste, da queste rappresentazioni della realtà che non considero adeguate, vorrei brevemente dire perché io considero che la riforma vada nella direzione giusta, aldilà di tutti gli accorgimenti e aggiustamenti che possiamo fare oggi. Mi pare che la riforma corregga una disfunzione grave e strutturale che aveva marcato decenni di storia della università italiana, e la disfunzione consisteva nel fatto che in questi decenni, diciamo dal ’50 ad oggi, in questo ultimo mezzo secolo, noi avevamo in Italia sovrapposto e incastrato l’uno nell’altro, senza rendercene conto, o meglio rendendocene conto progressivamente solo a cose fatte e senza avere la possibilità di intervenire, due modelli completamente diversi di università incastrati uno nell’altro. Questi due modelli di università convivevano uno addosso all’altro facendosi reciprocamente del male, danneggiandosi reciprocamente. Quali sono questi due modelli? Il primo modello era quello tradizionale, vecchio, di una università di alto livello, ma segnatamente elitaria e classista quale era la nostra università nel corso della storia unitaria del paese, diciamo dagli anni ’80 e ’90 dell’ottocento fine alla seconda guerra mondiale; noi avevamo una ottima università e di altissimo livello che collocava l’Italia tra i paesi alti nell’ambito della formazione del sapere. Poi naturalmente questo sapere, soprattutto per le materie scientifiche, non aveva alle spalle un sistema industriale adeguato a sorregge… e questo provocava dei ritardi nella vita e nel progresso economico del paese nel suo insieme, ma la ricerca italiana era altissima anche in settori di livello molto importante e con una forte concentrazione di sapere e di conoscenze. Questa università era una università, dicevo, d’élite, un’università con un forte connotato classista, riservata a riprodurre le classi egemoni, poche migliaia di studenti e poche centinaia di professori, ma altissimo prestigio, altissimo livello, alta produttività e alte performances. Su questa struttura si è venuta stratificando dagli anni ’50 del novecento in poi, dal secondo dopoguerra in poi, dalla ripresa economica del paese dopo la seconda guerra mondiale, un’università che noi possiamo chiamare convenzionalmente un’università di massa, per grandi numeri. Noi abbiamo moltiplicato il numero dei professori in pochi decenni da un migliaio a decine di migliaia, quindi abbiamo moltiplicato i numeri da 1 a 20 a 30; abbiamo moltiplicato gli studenti da poche decine di migliaia a milioni, abbiamo moltiplicato anche il numero degli atenei con un rapporto da 1 a 10, abbiamo moltiplicato per 10, per 9, per 8 il numero degli atenei, senza riuscire a distinguere questi due profili: la vecchia università di élite e la nuova università di massa. Le abbiamo sovrapposte l’una all’altra col risultato che noi ci siamo trovati a metà degli anni novanta con una università di élite che non funzionava più, che non era in grado di riprodurre le élite ( uso volutamente la parola élite che può suonare spiacevole ma questa è la realtà) e un’università di massa che non riusciva a svolgere il suo lavoro, cioè a laureare in tempo con una preparazione sufficiente milioni di studenti. Il risultato è stato una situazione di empasse nella quale ci stavamo cacciando e dalla quale la riforma cerca di tirarci fuori. Io considero queste funzioni ( la funzione diciamo di massa e la funzione di élite) entrambe indispensabili in un paese moderno, efficiente e democratico. Una società moderna non può vivere, non può esistere se non moltiplica la diffusione del sapere e se non riproduce operatori in grado di assolvere a compiti di gestione che presuppongono conoscenze di tipo superiore, in tutti i rami del sapere, nel settore chimico-biologico, nel settore della medicina, nel settore del diritto, dell’informatica, della comunicazione; una società moderna vive se riesce a riprodurre in dosi massicce sapere di tipo superiore. Questo non può farlo, questa funzione non può farla che l’università. Questo bisogno di moltiplicare, riprodurre, formare accumuli di sapere di tipo superiore in tutti i settori della vita della società, in tutti settori della conoscenza, non ha nulla di immediato e di strettamente e funzionalmente legato alla diffusione e formazione di altissima specializzazione e di altissimi saperi per funzioni che attengono al mondo della ricerca, al mondo della riproduzione stessa del sapere, al mondo di altissime specializzazioni. Queste funzioni devono rimanere separate e il passaggio tra l’una e l’altra non può che essere quello del merito. Questo è il modello che noi dobbiamo avere di fronte: funzioni distinte, da un lato altissima specializzazione, dall’altro riproduzioni di massa di forme superiori di sapere, e il passaggio da un livello all’altro non può che essere quello del merito. Questo è il sistema che funziona in tutti i paesi avanzati e che, con dei difetti naturalmente ( mica altrove c’è l’eden, in Germania, in Francia, in America, mica c’è l’eden, non parliamo dell’Inghilterra che ha avuto problemi seri), ma questo dobbiamo prefigurarci come obiettivo. A me pare che l’idea, la linea lungo la quale si muove questa riforma, e cioè la separazione delle lauree in 2 livelli, le lauree triennali con un orientamento marcatamente professionale, le lauree specialistiche come avvio ad alcune funzioni che non possono che essere su numeri ristretti, risponde a questa esigenza.

Due cose prima di concludere: il primo punto, per rispondere ad una delle domande che fanno gli organizzatori, questo significa che noi immaginiamo un’università in cui ad alcuni livelli il rapporto tra didattica e ricerca si fa un rapporto meno intenso e meno stretto? Io non ho esitazione a rispondere di sì, ma non potrebbe essere altrimenti. Il resto è retorica e demagogia. E’ chiaro che un rapporto tra ricerca e insegnamento, se chi ricerca è una persona che studia, qualunque cosa insegni, anche la più elementare, la illuminerà del risultato della sua ricerca. Quindi è chiaro che un rapporto c’è e l’importante è avere comunque professori universitari che studino. Ma far discendere da questo l’idea che in tutti i livelli dell’insegnamento universitario vi debba essere un rapporto strettissimo, funzionale, tra didattica e ricerca, per cui il docente insegna quello che sta studiando, questo mi sembra soltanto retorica e demagogia; noi dobbiamo immaginare delle lauree triennali in cui certamente questo rapporto diretto, intrinseco, immediato, tra novità e freschezza della ricerca e immediatamente manifestazione e espressione di questa ricerca nell’insegnamento, sia più tenue, perché vengono privilegiati altri elementi che non sia questa immediata educazione alla ricerca. L’importante non è pretendere questo modello, appunto, inesistente, di una totale compenetrazione tra questi due momenti, l’importante è fare in modo che ciò che si perde ad un determinato livello venga poi recuperato ad altri livelli, lauree specialistiche, dottorati, scuole di eccellenza, cioè che i momenti in cui alta didattica e ricerca si intrecciano di nuovo appartengano sempre all’istituzione universitaria nel suo complesso e non vengano gestiti fuori dall’università, da strutture private o quant’altro. Questo sarebbe un impoverimento e un rischio. Ma fin quando è l’università come sistema a dosare questi rapporti, siamo dentro un’immagine, dentro un meccanismo di funzionamento assolutamente fisiologico.

Ultima osservazione…come dicevo all’inizio questa è, quant’altre mai, una riforma in progress, in fieri. Il successo della riforma dipende dalle scelte dei singoli atenei e quindi dalle politiche culturali di cui i singoli atenei saranno capaci. Noi ci avviamo verso un sistema un po’ singolare di cui non ci sono uguali al mondo, un sistema universitario sostanzialmente pubblico, ma che incoraggia alle forme di competizione tra gli atenei: è un unicum al mondo ( forse questo è soltanto un gradino intermedio verso forme di organizzazione diverse…si vedrà), ma credo che il sostanziale carattere pubblico del sistema universitario italiano verrà garantito e credo che questa strada di immettere elementi di competitività in un sistema che rimane pubblico possa essere, almeno per un certo periodo di tempo di decenni, una strada non sbagliata. Occorre che gli atenei siano consapevoli di questa loro responsabilità e che facciano un buon uso della loro autonomia, che è molta! Non è vero che gli atenei oggi hanno poca autonomia anche nel predeterminare i percorsi didattici, nel definire gli itinerari formativi. Ne hanno molta. Occorre che venga giocata, che venga usata e dosata con intelligenza, con buon senso e con attenzione. E per finire una critica: io considero un’occasione perduta dall’attuale Governo non aver saputo trovare i modi per finanziare questa riforma in modo adeguato. E’ vero, si è pensato di andare a questa riforma varando una trasformazione a costo zero e in un momento di difficoltà finanziaria di quasi tutti gli atenei per problemi nel cui merito adesso non entro perché non ne ho il tempo. Gravissimo errore! Non è possibile pensare di avviare una riforma come questa a costo zero. Io credo che il finanziamento dell’università sia un problema complesso che vada risolto non soltanto attingendo alle risorse pubbliche, spostando risorse pubbliche. Bisogna per il futuro pensare sempre di più a sinergie tra intervento di capitale e risorse pubbliche e intervento di capitali privati; naturalmente questo è facile a dirsi e difficile a farsi…vanno create le occasioni, va bonificato l’ambiente per rendere possibili queste sinergie, però questo è un problema che andava posto a partire da un input di risorse pubbliche per finanziare la riforma. Questo non è stato fatto e io la considero un’occasione perduta, ma un’occasione alla quale c’è sempre rimedio, c’è sempre tempo per riparare, poiché la riforma è un processo aperto e sarebbe molto importante se il nuovo Governo, che avremo tra qualche settimana, a qualunque parte politica esso appartenga, si ponga questo problema di finanziare la riforma in corso in modo adeguato e di correggerla, ritoccarla, rivederla, ove questo vada fatto. Ma ripeto (e qui davvero concludo) che io considero gli interventi di correzione normativa che possono essere apportati sulla riforma molto meno importanti e significativi, in questo momento, di quanto non consideri importante a) l’opera di finanziamento, b) l’opera di persuasione ed educazione al buon uso della riforma da parte dei soggetti che ne determineranno il successo e c) un aumento di responsabilità e di capacità di auto-dirigersi da parte di tutti gli atenei italiani.

PRETOLANI

Ringraziamo il Prof. Schiavone per il suo intervento che ha toccato una serie di tematiche importanti per l’università italiana e ci ha testimoniato anche in modo appassionato il suo impegno personale nell’attuazione di questa riforma.

Cedo ora la parola al prof. Decleva, prorettore dell’Università degli Studi di Milano, ma come tutti sapete a lui, dal prossimo ottobre, incomberà il difficile compito di Magnifico Rettore per il prossimo quadriennio. Gli auguriamo buon lavoro perché l’attuazione della riforma costituirà un impegno non facile, ma, conoscendolo, sappiamo che potrà assolverlo nel migliore dei modi.

DECLEVA

Il mio intervento è legato in buona misura all’esperienza avuta nel coordinare e seguire le varie fasi di applicazione della riforma in questa università. Fasi che si sono finora concretate essenzialmente in tre passaggi:

a) applicazione della nuova normativa e predisposizione del nuovo regolamento didattico d’ateneo;

b) lavoro delle e nelle facoltà per definire prima gli ordinamenti dei nuovi corsi di laurea, poi i percorsi specifici;

c) adeguamento dei sistemi di gestione, informatici e di segreteria, alle nuove procedure e sviluppo di nuovi servizi.

Il terzo punto non è ancora esaurito e resta ancora altro lavoro da fare: a cominciare dalla determinazione delle lauree specialistiche.

In ogni caso una parte consistente del lavoro è stata compiuta e siamo in attesa del via libera formale del Cun e del Ministero per quel che riguarda il nuovo regolamento didattico e gli ordinamenti annessi.

La scelta compiuta, di operare con decisione per l’applicazione della riforma, non è dipesa da un entusiastico consenso nei suoi confronti. Le motivazioni sono da ricercare a mio parere principalmente in due elementi: il timore di restare indietro e spiazzati; il desiderio, positivo e comprensibile in un ateneo come il nostro, di introdurre novità nel ventaglio dell’offerta didattica, rimasta per vari motivi bloccata negli ultimi anni, in particolare in alcuni settori.

Si può anche aggiungere che, per molti, la scoperta della complessità e della gravosità del meccanismo da mettere in opera è intervenuta a tappe, via via che se ne sperimentavano le implicazioni.

Personalmente ritengo che in particolare alcuni aspetti della nuova normativa siano sicuramente criticabili e che essa presenti indubbi rischi.

Tra gli aspetti più criticabili citerei:

  • l’uniformità delle soluzioni (il 3+2 per tutti, salvo le lauree sanitarie), che non tiene conto delle oggettive differenze di aree e settori disciplinari e delle relative professionalità, nel momento in cui si privilegiano queste ultime come fattore caratterizzante dei vari percorsi formativi;
  • la mescolanza, da un lato, di rigidità e vincoli (in contrasto con l’autonomia delle singole università), e dall’altro di evasività e di scarico di responsabilità sulle università circa passaggi importanti (penso ad esempio alla transizione dai vecchi ai nuovi ordinamenti, di cui si direbbe che vengano ignorate le implicazioni, anche rispetto al mercato del lavoro);
  • la disinvoltura con cui sono state attribuite ai singoli atenei responsabilità di grande rilievo, senza apparentemente rendersi conto di cosa comporterebbe assolverli davvero (penso in particolare ai pre-requisiti da richiedere per l’accesso ai corsi di laurea, che chiamano in causa i rapporti con il sistema scolastico: come se fosse una cosa di piccolo conto);
  • il trucco nominalistico, per il quale si chiama laurea un titolo che è, a tutti gli effetti e checché se ne dica, inferiore alla laurea attuale, mentre si qualifica come specialistica la laurea di secondo livello, che, al più, corrisponderà, quanto a grado effettivo di preparazione, alla laurea attuale.

Circa quest’ultimo punto è da vedere una volta tanto con soddisfazione la difesa che (quali ne siano stati i motivi) gli ordini professionali hanno compiuto dei loro albi, determinando nei fatti un ridimensionamento, sin d’ora, della valenza della laurea triennale e, contestualmente, una valorizzazione della laurea specialistica. Ma restano le incongruità di molte lauree specialistiche, in particolare nell’area umanistica, dove pure si è intervenuti per ridurre e in qualche caso eliminare, ma lasciandone comunque in vita un numero eccessivo (4 classi per storia; 3 classi per filosofia…), con differenze tra loro minime e pretestuose.

Tra i rischi, quello spesso richiamato, della dequalificazione della preparazione e della parallela concorrenza al ribasso, della caccia allo studente inteso come cliente, e non come persona, esiste; così come non andranno sottovalutate le difficoltà nelle quali si troveranno le future matricole nell’orientarsi e dovendo scegliere rispetto a un’offerta didattica cresciuta a dismisura. La nostra Università, che pure non è di quelle che si sono più sbizzarrite, passerà da 25 a 54 Corsi di laurea, senza contare quelli dell’area sanitaria, con i quali passeremo la settantina…

Trascuro altri aspetti, come l’estrema macchinosità, di cui tutti abbiamo fatto esperienza, dell’applicazione dei crediti; o come la sostanziale incongruità della distinzione degli ambiti e conseguentemente dei settori e delle discipline tra di base, caratterizzanti e affini.

Più in generale, credo che si possa dire che la gestione del nuovo sistema, specie quando interverranno trasferimenti, riconoscimenti di carriere pregresse, certificazioni varie, sarà più complicata dell’attuale.

Detto tutto questo (che non esaurisce ancora le riserve che si potrebbero avanzare al nuovo sistema), non credo tuttavia che sarebbe opportuno arrestare il processo avviato. Bene o male, con gli inconvenienti e i pericoli richiamati, la nuova normativa è giunta in porto. Condivisibile o meno, in forma più o meno felice, lo schema elaborato ha consentito di tenere insieme il residuo centralistico, al quale non si vuole ancora rinunciare, e margini (che avremmo voluto maggiori) di autonomia. Subendo condizionamenti interni al mondo universitario che non verrebbero meno, una volta che, azzerata in ipotesi la situazione attuale, si trovasse la forza di ripartire.

Per non dire degli effetti che avrebbe sulle facoltà veder buttato via il lavoro, per quanto forzato, al quale sono state sottoposte nei mesi scorsi e che ha comunque avuto l’effetto di costringerle a un ripensamento di funzioni e prospettive. Senza dimenticare, poi, le soluzioni di continuità, di vario tipo, che sono comunque intervenute rispetto alla situazione precedente. Tanto per dirne una: come potremmo tornare ad attestarci sulle vecchie tabelle, quando le materie di cui sono fatte, cioè le singole discipline, non esistono più, riassorbite come sono nei settori scientifico-disciplinari di riferimento?

Si potrà deprecarlo. Si potrà magari deprecare il meccanismo della delega che ha consentito tutto questo. Ma la situazione è questa. E fermo restando che la delega usata una volta, potrà essere eventualmente usata di nuovo, per modificare e correggere.

L’obiettivo, per la prossima legislatura e rispetto al prossimo responsabile ministeriale, chiunque vinca il 13 maggio, mi pare che debba essere questo, nella presunzione che si possa operare sull’impianto di fondo della riforma per ovviarne ai limiti e ai difetti.

A mio parere questa possibilità esiste. A condizione, beninteso, di far leva sullo schema in sé e non su alcune forzature che ne sono state fatte, a cominciare dall’idea (in effetti ridimensionata, come accennavo, dal confronto intervenuto con gli ordini professionali) della valenza pressoché totalizzante della laurea di primo livello a danno di tutti gli altri percorsi che l’università è tenuta a fornire.

Nell’università dell’immediato futuro, la laurea di primo livello costituirà il primo passaggio obbligato: ma in un contesto caratterizzato da una pluralità di livelli e di offerta didattica. Un’offerta variegata e non uniforme. La gran parte dei percorsi dell’area umanistica ha e avrà un senso compiuto solo a livello di laurea specialistica. E così penso che sia anche in altri ambiti: fermo beninteso restando che in molte situazioni la laurea triennale potrà essere e sarà effettivamente e pienamente autosufficiente. Ma la vera concorrenza, tra gli atenei, se non si vorrà barare e se si vuole continuare a dare un senso specifico alla formazione universitaria, allo stesso legame, non astrattamente inteso, tra ricerca e didattica, si svolgerà a livello di laurea specialistica. E oltre.

Una volta definite e avviate le lauree specialistiche, sarà probabilmente più facile anche reintervenire sui percorsi triennali, nella cui determinazione si sono ripercosse in troppi casi le preoccupazioni dei docenti di dare comunque uno spazio al rispettivo settore o alla rispettiva disciplina, con l’effetto di complicare esageratamente i curricula e di anticiparne tratti che potrebbero già definirsi di specializzazione o comunque di marcata caratterizzazione disciplinare, a scapito di una meno circoscritta cultura generale.

E’ però essenziale, quale che sia l’interlocutore governativo, che si ritorni sulla struttura delle classi di riferimento delle lauree specialistiche: possibilmente riaccorpando in vari casi le classi affini, o quantomeno consentendo alle sedi di farlo. Una volta a regime, anche il terzo livello (dottorato) acquisterà una diversa valenza.

Contemporaneamente, perché stabilire il vincolo, per i master, dei 60 crediti, cioè di una durata annuale? Anche a questo livello si potrebbero prevedere più possibilità, tipo un master da 30 crediti, più consono e funzionale in alcune situazioni.

Al di là dei correttivi, variamente individuabili, vorrei, a conclusione, richiamare l’attenzione su quello che resta, secondo me, al di là dei giudizi di merito sui singoli aspetti e sulle singole situazioni, la vera posta in gioco, collegata alla attuazione della riforma. Mi riferisco all’obiettivo che essa pone di riportare i tempi di presenza dei giovani in università entro limiti ragionevoli e fisiologici. La loro attuale dilatazione non dipende sicuramente solo dall’università, dall’incremento esagerato di alcuni programmi d’esame, dalla disorganizzazione e dal conseguente disorientamento che essa ingenera negli studenti. Così come non dipende solo dalla preparazione di partenza più modesta, dalla mancata assimilazione, negli anni della scuola secondaria, di adeguate metodologie di studio. Dipende anche da altre cause, e, in primo luogo, da un atteggiamento più diffuso e pervasivo, che investe un po’ tutti gli ambiti, a cominciare, probabilmente, da quello familiare, fatto di indulgenza, di ritegno a impegnarsi, di autoassoluzione, di propensione al rinvio.

Se applicheremo la riforma restando all’interno di questo spirito e di questa visione della vita, non ci sarà, temo, correttivo capace di impedire che le cose procedano come oggi. La laurea triennale richiederà cinque anni; quella specialistica sette od otto. Sarà un fallimento, con la beffa di avervi dedicato impegno e fatica.

Se invece riusciremo a modificare, sia pure non di colpo, questi atteggiamenti, i risultati potranno essere positivi per la nostra società, tanto più rispetto ai nuovi scenari che le stanno davanti. Inutile dire che, perché una prospettiva del genere si determini davvero, i soggetti in grado di incidere non sono solo quelli universitari. E, entro l’università, non sono costituiti solo dai docenti.

PRETOLANI

L'intervento del Prof. Decleva non ha deluso certamente le attese e ci ha dato un contributo critico e problematico sulla riforma, ma nello stesso tempo ancorato alla realtà, non facile, dell'attuale situazione dell'Università. Passiamo adesso la parola a Tommaso Agasisti, presidente del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, che porterà il contributo e le preoccupazioni degli studenti relativamente alla riforma ed alla vita degli atenei italiani.

AGASISTI

Innanzitutto desidero ringraziare l’associazione "Universitas University" di darmi la possibilità di intervenire a questo importante momento di confronto su un tema realmente decisivo.

Siamo infatti oramai giunti al momento della verità: tra pochi mesi verrà applicata nei nostri Atenei la discussa Riforma dell’Università. Solo da quel momento si potrà dare un giudizio completo dei vantaggi e degli svantaggi che questa porterà, sull’entità dell’effettivo cambiamento che essa saprà comportare e della capacità di risolvere i problemi esistenti.

Tuttavia sin d’ora si possono analizzare diversi elementi importanti. Infatti praticamente tutti gli Atenei si sono adeguati, almeno formalmente, al processo riformatore, approvando i Regolamenti Didattici d’Ateneo. Nel mio intervento vorrei solo fornire elementi che spero possano essere utili per un dibattito intorno agli aspetti problematici che già si sono resi evidenti in questi mesi di lavoro dentro le Università.

Sin dall’inizio il nostro Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio ha espresso diverse perplessità, che si possono sostanzialmente ricondurre a una, e cioè a una preoccupazione culturale sul futuro dell’Università. Su tale aspetto ci siamo trovati da subito in sintonia, ad esempio, con numerosi critici che sono intervenuti pubblicamente sul tema. Non si può rinunciare a quella formazione ampia e critica che l’Università ha saputo, ed in parte ancora sa, fornire. Ogni tentativo di cambiamento deve avere questo principale obiettivo, rinnovando la didattica e potenziando la ricerca in questo senso. Lo scopo deve essere recuperare questa dimensione che si stava e si sta drammaticamente perdendo. Temo invece che tale aspetto si sia tralasciato. Cercherò di spiegarmi meglio, mettendo in luce diversi punti di vista.

Innanzitutto questo Ministero ha fatto come ultimo passo quello che, a mio parere, doveva essere il primo: il confronto con il mondo del lavoro. Infatti occorre tenere in prioritaria considerazione che gli studenti devono conoscere come possono spendere i loro titoli di studio. Fino a qualche settimana fa non si prevedevano soluzioni su tale argomento. Poi è arrivato un provvedimento che ad oggi è ancora incompleto, seppur con contenuti tendenzialmente condivisibili. E la reazione del mondo del lavoro è stata a mio avviso univoca: il titolo attuale ha un valore pari alla futura laurea specialistica (3+2). Vi invito ad una riflessione su tale punto. Mentre il M.U.R.S.T. propone una divisione del titolo in due livelli entrambi spendibili, il mondo del lavoro afferma di fatto il primato di un percorso di studi quinquennale. Detto questo, a mio avviso, dato che tali titoli triennali sono stati creati, era assolutamente necessario prevedere anche per questi forme di entrata nel mondo del lavoro. Tra l’altro, su qualche ambito la scelta di puntare su un percorso triennale può anche essere condivisibile. Se pensiamo all’Economia o alle Scienze Politiche, per esempio, si possono senz’altro immaginare figure professionali che possono esistere già dopo tre anni di studio. Tuttavia, se pensiamo a facoltà quali Lettere e Giurisprudenza, capiamo che la formazione non può ridursi con la stessa facilità: che fine faranno i laureati triennali in questi campi?

A tal proposito mi sembra che una idea interessante sia quella da più parti prospettata della diversificazione dei programmi a seconda del tipo di percorso formativo scelto. Occorre prevedere cioè "diversificazione" in particolare nel percorso triennale: non si può permettere che gli studenti che vogliono percorrere un percorso di studi di cinque anni frequentino percorsi triennali con architettura identica a quella frequentata dagli studenti che aspirano a fermarsi dopo i tre anni. Pericolosa in questo senso sarebbe una eccessiva frammentazione dei programmi, inevitabile nel titolo triennale, ma da impedire in modo drastico su un percorso quinquennale. Eppure non si registra in nessun Ateneo l’accoglimento di tale proposta…

Un altro problema, sorto in modo quasi paradossale, è che si sta evidenziando il tentativo di comprimere ciò che si insegnava in quattro – cinque anni, in tre. Così facendo si rischia da un parte di fare "tagli" discutibili; dall’altra si rischia di determinare un carico didattico realmente eccessivo, e dunque insostenibile da parte degli studenti. Ma la vera cosa ancor più strana è che questo non allieva, ma anzi aumenta, il rischio di una frammentazione dei saperi. Occorre oggi, in questa fase finale, avere il coraggio di fare scelte consapevoli e precise, configurando i corsi di laurea secondo due esigenze solo apparentemente contrastanti. Da una parte creare corsi di breve durata, capaci di immettere nel mondo del lavoro facilmente, fornendo conoscenze professionalizzanti; dall’altra mantenere una base culturale ampia. Questa è la vera sfida; ma chi la sta veramente accettando?

Infine, vi sono una serie di problemi tecnici ancora da affrontare. Innanzitutto devo dire che in più Atenei si sta assistendo ad una gestione pessima del cosiddetto regime transitorio. Infatti la legge prevede che gli studenti possano decidere se restare al vecchio sistema oppure transitare al nuovo. Eppure, siamo al mese di Maggio ed ancora non ci sono tabelle che chiariscano in modo chiaro come avvenga questo passaggio! Occorrerebbe sensibilizzare i docenti ed i Presidi affinché predispongano al più presto tali tabelle, in modo tale che gli studenti possano fare scelte consapevoli e mature, avendo a disposizione tutti gli elementi necessari per decidere. A tale proposito, occorre anche che ciascuna Facoltà prenda un indirizzo chiaro.

Altro grande problema è quello della eventuale previsione di debiti formativi all’entrata. Tale strumento, la cui applicazione è resa possibile dal dettato della 509/99, non è ancora chiaro. Occorre che vi sia decisione nel definire chi avrà il compito di redigere tali prove d’entrata, la loro utilità e funzionalità rispetto al piano di studi. E poi, ancora, come tali debiti dovranno essere recuperati, e se essi precluderanno in qualche misura l’iscrizione agli anni successivi. Su tutti questi problemi, concreti, esistenti, vi è ancora un inquietante silenzio da parte dei Rettori e dei Presidi. Io invece ritengo che debba essere data una risposta a questi quesiti, e al più presto. Infatti questi sono ambiti propri in cui si deve esprimere la tanto conclamata autonomia degli Atenei e delle Facoltà: non vorrei che dopo averla tanto attesa, ora questa diventi motivo di paura.

Su questi elementi (capacità organizzativa e valenza didattica) si esprimeranno veramente le differenze tra Ateneo e Ateneo, nell’auspicio che tale processo porti i frutti sperati: innalzamento della qualità didattica e miglioramento dell’aspetto organizzativo.

Infine, ho lasciato volutamente ultimo un punto su cui nessuno (Ministero, Rettori, Presidi) si è espresso. Tutti parlano di Riforma che abbia al centro del suo essere gli studenti. Ora, se è vero che avere a cuore gli studenti significa tentare di migliorare la didattica, non si può dimenticare quale importanza abbia la libera creatività ed espressione degli studenti dentro l’Università. Su questo aspetto, che io ritengo prioritario, non si è affatto discusso. Che ruolo avranno, ad esempio, l’associazionismo studentesco e la rappresentanza nella nuova Università? Sulla carta vi sono leggi (vedi la 341/90) che prevedono "attività liberamente auto - gestite dagli studenti", e anche provvedimenti ministeriali (vedi la famosa nota di indirizzo 18/10/1998) che incentivano lo sviluppo delle associazioni e cooperative studentesche. Tuttavia nella pratica si è spesso evidenziato un disinteresse su tale argomento e una disattesa delle sopra citate indicazioni legislative e Ministeriali. Ultimo caso eclatante è stato quello di un Preside che intendeva vietare agli studenti l’utilizzo per una loro libera attività di una aula della Facoltà inutilizzata. Tale situazione si è risolta grazie all’intervento del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari e del Presidente della Conferenza dei Rettori Modica. Tuttavia occorre prevedere strumenti di tutela più efficaci e capillari per queste situazioni. Io spero che il Ministero e le Università riconoscano in misura sempre maggiore la validità delle iniziative degli studenti, tanto quelle auto - gestite quanto quelle rivolte a servizio di utilità per tutto il mondo universitario. Queste sono le famose attività di orientamento e tutorato tanto ostacolate dalle istituzioni universitarie, che vorrebbero spesso gestirle in modo "centralistico", tagliando fuori la componente studentesca che spesso invece ha avuto un ruolo di supporto (ed a volte anche autonomo) realmente significativo. Penso alle tante iniziative di pre informazione delle matricole, gruppi di studio prima e durante l’anno accademico, ecc proposte e portate avanti oramai da anni da organizzazioni studentesche di indubbio valore. In tale direzioni sono significative alcuni esempi di riconoscimento importante. A Bologna, ad esempio, in fase di ridefinizione del Regolamento Didattico di Ateneo in vista della Riforma, è stato previsto che la attività integrative alla didattica, servizi di orientamento e tutorato, possano essere svolti anche in collaborazione con gli studenti in forma libera ed associata. E questi sono fatti concreti, non buoni propositi.

In estrema sintesi, per concludere, dico che a quattro mesi da quello che vorrebbe essere un cambiamento radicale della nostra Università, tanti, troppi aspetti restano ancora da chiarire. E io, personalmente, non riesco ancora ad immaginare lucidamente quali siano gli aspetti concreti su cui la riforma universitaria potrebbe incidere positivamente, e su quali aspetti si è ancora in tempo per intervenire a tal fine. Spero solo che i pochi e confusi elementi che ho voluto sottolineare possano essere utili ad una riflessione e a una discussione che non si fermi ora, ma che continui nell’ottica di un reale confronto a più livelli, tra studenti e docenti.

PRETOLANI

Ringraziamo moltissimo anche Agasisti, perché ci ha testimoniato un approccio ed una apertura che raramente si possono trovare tra gli studenti, ed il desiderio di contribuire in modo fattivo alla vita universitaria, anche attraverso servizi e iniziative liberamente nati dagli studenti e che debbono essere valorizzati dalle istituzioni. Passiamo ora all'ultimo intervento programmato, quello del Prof. Carlo Soave, direttore del Dipartimento di Biologia dell'Università degli Studi di Milano, che toccherà alcuni temi e preoccupazioni scaturite dal lavoro comune condotto dai docenti di Universitas University e ci darà testimonianza di una modalità di approccio alla riforma.

SOAVE

Ci sarà ancora l'Università? Certamente si, ma non é detto però che gli studenti universitari di oggi potranno riconoscersi nell'Università che ci sarà domani. Potrebbe essere il solito ritornello "ai miei tempi l'Università era tutta un'altra cosa", tuttavia oggi siamo ad un punto di svolta: l'introduzione dei nuovi ordinamenti modifica profondamente la concezione stessa della formazione universitaria e di questo, credo, bisogna essere assolutamente consapevoli. Non bisogna tuttavia pensare che il "nuovo" di per sé sia automaticamente buono o cattivo: é comunque una sfida che va raccolta. Ci sono però molti modi di raccogliere questa sfida: si può analizzare e discutere le soluzioni tecniche presenti nella legge sulla riforma, oppure vedere se i valori presenti nella concezione dell'Università, come finora l'abbiamo conosciuta, sono da buttare o sono ancora validi ed in questo caso come é possibile preservarli nella riforma universitaria. I due approcci non sono alternativi ma anzi devono coesistere e interagire: tuttavia oggi mi preme riflettere sul secondo approccio, anche perché ogni soluzione operativa deriva sempre da una esplicita scelta di valore. Il primo punto che mi preme sottolineare é stato introdotto dal rettore prof. Mantegazza alla fine del suo intervento: "qualunque sia la riforma dell'Università, é essenziale che gli studenti partecipino e maturino". Maturare non solo nella acquisizione di competenze e conoscenze, ma anche nella personalità: questo vuol dire che un ragazzo che fa l'Università deve anche fare una esperienza educativa. Questo non implica che la legge indica le forme (e magari anche le opzioni ) con le quali deve realizzarsi un'esperienza educativa, ma devono essere salvaguardate tutte le condizioni (e le opzioni) affinché si possano realizzare delle autentiche esperienze educative. In altre parole si tratta di riaffermare con forza il significato etimologico originario della parola "Università" cioé vertere ad unum, ricondurre ad unità il reale. La radice é qui, é questo desiderio di ritrovare un senso al reale di cui si deve fare esperienza nella comunità di docenti e studenti. Il secondo punto é che un percorso formativo (e quindi educativo) é essenzialmente un rapporto: un rapporto tra docente e discente. Nella impostazione tradizionale questo rapporto trovava la sua massima esplicitazione nel momento della preparazione della tesi di laurea. Questo é il momento infatti in cui lo studente, in un rapporto diretto e personale con il docente, porta a maturazione quei saperi acquisiti nei corsi e acquisisce un metodo di lavoro che lo rende capace di affrontare adeguatamente una esperienza professionale. E ciò proprio in forza del metodo di lavoro assimilato, metodo di lavoro che consiste nel porre le domande in modo preciso, nel raccogliere i dati necessari e nel valutarli con capacità critica. Ora cosa resta nella laurea triennale di ciò: a mio parere non resterà nulla (o quasi nulla) per la semplice ragione che si é inserito lo "stage": un periodo che lo studente passerà a contatto con il mondo del lavoro e che fatalmente rappresenterà il corpo principale della sua " tesi di laurea". Ma la conseguenza di questa operazione, per certi versi così allettante sia per gli studenti (visto che potrebbe aprire opportunità lavorative) che per l'Università che finalmente entrerà "in contatto con il mondo del lavoro", é la emarginazione del rapporto formativo. Il docente sarà il docente che fa lezione in classe o assiste all'esercitazione in laboratorio, ma non la persona che ti introduce, camminandoti a fianco anche per un piccolo tratto di sentiero, ad un modo di ragionare. L'ultimo punto riguarda uno degli scopi dichiarati della riforma: professionalizzare gli studenti cioé renderli capaci appena finiti gli studi (triennali o specialistici) di entrare con successo nel mondo del lavoro. Ci sono tuttavia due modi di intendere questa professionalizzazione (e su questo punto la riforma dice e non dice): un modo é specializzare gli studi in modo da preparare, soprattutto al primo livello, tecnici capaci di immettersi nel mercato con precise e definite capacità operative; l'altro modo é impostare una didattica tesa ad affinare la capacità di ragionamento critico negli studenti. E' evidente che con il primo modo avremo una didattica specializzante, o "del fare", mentre nel secondo caso la didattica sarà essenzialmente di base e quindi preoccupata dei fondamenti metodologici. Si tratta di vedere quale delle due didattiche é più professionalizzante: a mio parere é opportuno privilegiare la seconda essenzialmente per due motivi: il primo é che é ben difficile che la preparazione universitaria possa seguire tempestivamente l'evolversi del mondo del lavoro che richiede in tempi molto rapidi nuove competenze e nuove capacità operative. Si rischia cioé di restare perennemente indietro. Per contro, ed é il secondo motivo, una buona preparazione di base é il modo migliore per rendere lo studente flessibile e capace di volta in volta di aggiornarsi a seconda delle necessità del mercato del lavoro. In conclusione quindi tutto si tiene: a partire dai criteri di fondo (il primato del momento educativo) si può arrivare con le dovute cautele e attenzioni, a disegnare corsi di studio che non solo valorizzano i momenti più formativi ma che anche si prospettano come i più interessanti anche dal punto di vista della professione.

PRETOLANI

Ringrazio, a nome degli organizzatori, tutti gli intervenuti, che hanno risposto alle domande proposte inizialmente, mettendo in gioco la loro esperienza personale, e hanno arricchito i lavoro con spunti e suggerimenti, che saranno tenuti presenti per il lavoro futuro.

Infatti, il lavoro iniziato oggi è destinato a proseguire: questo è l’impegno di quanti hanno proposto il convegno.

Da parte degli studenti con la loro presenza e lo stimolo a desiderare un rapporto con i docenti non solo "contrattuale" ma di guida alla scoperta della realtà e di comunicazione della ricerca che rimane parte essenziale dell’università.

Da parte dei docenti di Universitas-University attraverso strumenti che consentano un aiuto reciproco:

  • a dialogare sul significato del lavoro universitario nel contesto del cambiamento che investe la società contemporanea;
  • come conseguenza, a ripensare la sinergia tra ricerca, formazione e professionalizzazione alla luce di una comune e variegata idea di ragione e quindi di verità;
  • ad individuare, a livello concettuale, le finalità dei percorsi formativi da realizzare nelle diverse aree culturali (dire disciplinari sarebbe riduttivo);
  • a confrontare le modalità operative con le quali le finalità si concretizzano in percorsi formativi ai diversi livelli, o a trovarne di nuove, evidenziando di conseguenza anche i punti deboli dell’attuale riforma e suggerendo le opportune modifiche.

Il principale di questi strumenti sarà costituito da un sito web, ma ci auguriamo che dagli spunti emersi oggi possano nascere anche momenti di discussione non virtuali nei singoli atenei e nelle singole facoltà, sia dentro che fuori dagli organi accademici.