Verità e desiderio. La vita in Università

 

+ Angelo Scola, Patriarca di Venezia

 

´Desiderate le mie parole, bramatele e ne riceverete istruzioneª. L’invito tratto dal Libro della Sapienza dice efficacemente il cuore di ogni lavoro in università, degli studenti come dei docenti.

Desiderio, brama: chi di noi, se prende sul serio l’insegnamento e lo studio, non sente che le parole desiderio e brama ne rivelano in profondità la natura? Quando uno cerca la verità e, molto di più, quando ne incontra anche solo un frammento, tutta la sua umanità – ragione e libertà, intelligenza e affezione – ne viene mobilitata. Basta pensare al "contraccolpo" pieno di attrattiva che la percezione della verità suscita in noi: dalla bellezza di un testo letterario all’improvviso accendersi dell’evidenza di una dimostrazione scientifica, dalla potenza di un’intuizione filosofica alla capacità costruttiva dell’architettura…

´Che cosa desidera l’anima più ardentemente della verità?ª. Ancora una volta è la genialità di Agostino a soccorrerci. Cogliendo la nota più alta del desiderio dell’uomo, le sue parole ci ripropongono la natura di ogni Accademia, ambito ideale di custodia di tutto l’humanum.

Oggi l’Università è spesso insidiata dal rischio di ridursi ad una sorta di riserva indiana per gente che, perduta dietro alle proprie ricerche, finisce con lo smarrire qualunque rapporto con la realtà. Non meno pericoloso è concepire l’uomo come una "fabbrica di risorse umane". Invece la vocazione naturale dell’Università resta essenzialmente quella educativa. Questa è la ragione che ne ha fatto, non solo in Europa, un ambito di promozione della libertà. Nell’azione educativa dell’Università gli uomini hanno trovato, lungo i secoli, la possibilità concreta di essere sostenuti in ciò che li caratterizza maggiormente come uomini: la conoscenza e l’adesione alla verità come affascinante avventura che rinnova il presente. Scriveva Pavese ne Il mestiere di vivere: ´In sostanza, perché si desidera esser grandi, esser geni creatori? Per la posterità? No. Per girare tra la folla, segnati a dito? No. Per sostenere la fatica quotidiana sulla certezza che quanto si fa vale la pena, è qualcosa di unico. Per l’oggi, non per l’eternoª. Chi opera in ambito accademico, pertanto, è chiamato, attraverso il rigore proprio delle diverse scienze e discipline, a far partecipe l’uomo della verità, a fargli "gustare" (sàpere) la sua dolcezza.

Che cosa può far rinascere ogni mattina custodire la passione per la verità negli studenti e nei docenti che entrano nelle aule delle Facoltà, in Biblioteca, nei Laboratori?

Voglio suggerire due elementi per tentare di rispondere a questo interrogativo. Entrambi descrivono il modo con cui la verità si offre all’uomo. Come la filosofia contemporanea più avveduta ci indica con sempre maggior insistenza e rigore, la verità si comunica all’uomo nella forma di un dono che chiama in causa la sua libertà. L’inscindibile nesso tra verità e libertà porta con sé la valorizzazione delle differenze, mentre impedisce a chiunque di considerare la verità come un possesso acquisito una volta per tutte. Ragione e libertà di quanti - professori e studenti – operano in Università sono invitate a fondersi per domandare instancabilmente il dono della verità.

Ma l’esperienza ci indica – e la storia delle Università lo mostra con chiarezza – che un altro tratto essenziale della comunicazione della verità è quello comunitario. La comunità - communitas docentium et studentium: così i medioevali definivano l’Università - sorregge concretamente, nel quotidiano, il dipanarsi del lavoro accademico.

L’Università è una comunità di uomini: si tradisce la sua natura quando la si considera come la semplice somma di individualità. L’Università non è la "casa" degli autodidatti. È un consorzio di maestri e di discepoli, di uomini liberi che, insieme - nella ricerca, nell’insegnamento e nello studio - domandano il dono della verità.

Si comprende, allora, che un cristiano si trovi a suo agio in una tale dimora.