Punti di lavoro per l'associazione Universitas-University
a) Chi vogliamo che esca dall’Università? Ovvero: il problema dell’educazione, che si pone a prescindere dalla riforma. Comunque, questa riforma nasce dalla concezione secondo la quale l’Università serve a fornire gente al mercato del lavoro. Vuole risolvere quattro problemi (reali):
1. Il problema dei fuori corso;
2. il basso rapporto fra iscritti/laureati (diminuire gli abbandoni)
3. il basso numero di laureati nella popolazione
4. disoccupazione: nesso fra studi seguiti e lavoro da cercare
L’impianto legislativo in sé affronta i primi tre problemi proponendo, di fatto, un abbassamento del livello di preparazione degli studenti. Il disastro della scuola pubblica, ossia il fatto che molti diplomati siano dei perfetti ignoranti, spinge in questo senso: è necessario cioè abbassare il livello altrimenti ce li perdiamo tutti.
Parliamo di ‘impianto legislativo’ perché qui c’è il primo equivoco: un triennio iniziale NON PUO’ ESSERE CONTEMPORANEAMENTE professionalizzante e propedeutico alla ricerca e/o a ruoli dirigenziali. Per essere professionalizzante il triennio deve avere una IMPOSTAZIONE CULTURALE diversa da quella di un triennio di base. ESEMPIO: un diplomato infermiere non si sognerebbe mai di ‘continuare’ per altri due anni e quindi conseguire la laurea in medicina: per diventare medico deve ricominciare da capo.
Ma poichè le situazioni sono le più diverse, bisogna fare UNA BATTAGLIA PER LA LIBERTA’, altro che avanti con la riforma! Modifichiamo la riforma: LIBERTA’ DI PERCORSI PARALLELI. Questa, a nostro avviso, la parola d’ordine.
Chiaramente, è necessario rispondere al problema: perché tanti fuori corso ed abbandoni? Urge numero chiuso, ad es.? Come agire, nell’attesa di una improbabile riesumazione di buoni livelli di preparazione scolastica? Su questo bisogna riflettere. Teniamo inoltre conto del fatto che con il 3+2 non diminuiranno i fuori corso, al massimo diminuiranno i fuori corso di lunga durata, e comunque gli anni in più saranno sempre, rispetto al vecchio ordinamento, della stessa proporzione rispetto alla durata legale del corso. Per diminuire i fuoricorso, basta abbassare il livello della preparazione (richiesta agli esami); e vedrete che per far funzionare la riforma, i Presidi chiederanno di promuovere tutti (queste richieste sono già esplicite).
Il quarto è un falso problema: laddove ci sono reali esigenze dal mondo del lavoro, se la legge è flessibile, si potranno creare percorsi di studio ad hoc, che funzioneranno, per definizione. Ma dobbiamo smetterla di pensare che uno debba andare all’Università per imparare a far funzionare delle macchine, o a far girare dei programmi sul PC. L’Università è altro e non si risponde al mondo del lavoro trasmettendo abilità tecniche (dopo tre anni sono già obsolete). E qui si torna al punto iniziale: chi vogliamo che esca dall’Università?
b) stato giuridico dei docenti e organi di governo dell’Ateneo
Le perverse tabelle del 3+2, con le loro rigidità, hanno facilitato la corsa dei docenti alle proliferazioni di trienni e bienni i più fantasiosi, spesso inutili, con percorsi di studio a volte esilaranti. L’incredibile fame di nuovi posti, sempre presente nei Prof. universitari, ma ora più che mai, ha senz’altro peggiorata la riforma nel suo attuarsi. Un rinnovo nello stato giuridico della classe docente, e proposte su organi di governo dell’Ateneo sono i punti chiave che potrebbero aiutare: è giusto che il Rettore debba venire eletto dai Prof. del suo Ateneo? E come dovrebbe essere composto un efficace consiglio di amministrazione? Facoltà e/o Dipartimenti? Questi sono punti importanti su cui sarebbe necessario riflettere e giudicare.
c) decentramento
ovvero: la diaspora dell’Università. Qui riporto per intero il pezzo già scritto come commento dell’incontro al Meeting: chi e con quali criteri può decidere di creare l’Università a Todi (ad es.)? Perchè è chiaro che finora a decidere di questo sono soprattutto gli amministratori locali in cerca di gloria, che finanziano (poco) i nano-Atenei sotto casa, complici noi docenti, pronti a tutto pur di aumentare le nostre ‘posizioni’ in Università. È chiaro che se si lascia sorgere l’università in tanti piccoli centri, non si può pensare che tutti possano poi essere finanziati.
d) diritto allo studio.
Finora lo abbiamo lasciato agli studenti. E pensiamo sia giusto. Ma sicuramente non condividiamo quell’ ALT all’aumento delle tasse, slogan più da girotondo che da gente ragionevole. Vorremmo andare tutti in Cattolica e/o alla Bocconi, no? E, d’altra parte, come mai sempre più gente è disposta a pagare CEPU? Il problema non è dato dalle tasse di per sè. Inoltre, una buona politica di alloggi e servizi fa gioco alle Università, che si stanno lanciando in questi giorni a campagne pubblicitarie che lasciano veramente perplessi: spesso c’è poco contenuto ma tanto marketing. Che intendiamo per ‘Diritto allo Studio?’. Perchè, alla fine, gli studenti ne ‘usufruiscono’ e lo subiscono, ma sono soprattutto, i dirigenti universitari e degli enti pubblici locali che ne trattano e ne decidono. E se le condizioni studentesche sono buone, ne guadagna tutta l’Università e quindi anche i docenti, che non devono inventarsi pubblicità esotiche per attirare studenti sempre più disorientati (basta vedere la quantità inverosimile ed invereconda di genitori che accompagna le matricole!).
Il futuro della ricerca universitaria sarebbe poi un altro punto, ma su questo ci riserviamo di parlarne più approfonditamente in futuro. E’ comunque implicito, in parte, nel primo punto: chi vogliamo che esca da questa università (per quello che riguarda chi in università riuscirà a rimanere).
Universitas-University Perugia, settembre 2002