LA COMPETIZIONE AL RIBASSO

Viaggio nei problemi dell' università / 2

Panebianco Angelo
Corriere della Sera 24.09.2003

L' autonomia universitaria, ora al centro delle polemiche, non è uno «stato», o una condizione, in cui l' Università italiana oggi si trovi. E' un processo in fieri, cominciato nei primi anni Novanta, quando il potere politico prese atto del fatto che un' Università diventata di massa non poteva più essere gestita, per le disfunzioni che ormai quel sistema provocava, secondo le logiche centralistiche del passato. L' autonomia delle Università non doveva essere fine a se stessa. Scopo dell' autonomia è favorire una competizione virtuosa fra gli atenei che ne migliori la qualità complessiva. Ma, passato più di un decennio dall' avvio di quel processo, una piena autonomia è ancora di là da venire. Esiste un' autonomia dimezzata, priva degli strumenti per favorire una competizione virtuosa (come mostra il rapporto testé pubblicato dall' Associazione Treelle). La logica centralistica del passato non è mai stata archiviata. Per esempio, non è mai stato riformato il Consiglio universitario nazionale (Cun), tipico relitto dell' epoca centralistica. Né il Cun né la burocrazia ministeriale hanno mai accettato l' i dea che l' autonomia richieda controllo sui risultati, non sui processi o le procedure: da qui la grande quantità di vincoli, vecchi e nuovi, che partendo dal centro continuano ad avviluppare le Università, mortificandone ogni giorno l' autonomia. Si aggiunga che buona parte del corpo docente era impreparata a vivere in regime di autonomia e ha commesso errori gravi (soprattutto, un esasperato assemblearismo) quando ha ridisegnato gli organi di autogoverno. Così come impreparato era, ed è, in larga misura, il personale amministrativo universitario (spesso più pronto a recepire rigidamente le direttive tuttora provenienti dal centro che a porsi al servizio dell' autonomia). Fra i tanti vincoli c' è, per esempio, quello per cui le Università non possono decidere liberamente l' ammontare delle tasse studentesche (una norma iniqua impedisce che questo ammontare superi il 20 per cento del finanziamento che ogni sede riceve dallo Stato). E' una scelta che penalizza le Università, le quali si trovano nell' impossibilità di offrire migliori servizi agli studenti (il problema può essere risolto senza demagogia, lasciando liberi gli atenei di fissare l' ammontare delle tasse e prevedendo prestiti d' onore per gli studenti meno abbienti). Alla sopravvivenza dei vincoli del passato si affianca la mancanza degli strumenti di controllo che, necessariamente devono essere presenti. Si lamenta, giustamente, la competizione al ribasso fra gli Atenei al fine di catturare più studenti, che ha portato a una proliferazione eccessiva di corsi di laurea, una parte dei quali di cattiva qualità. Si lamentano, giustamente, un aumento non sempre giustificato dei posti di ruolo e un reclutamento dei docenti su base localistica. Ma non è stato il «prezzo» dell' autonomia. E' stato il prezzo della mancanza di un serio sistema di valutazione, della ricerca come dell' insegnamento, che, premiando la qualità (della ricerca dei docenti e della preparazione degli studenti) anziché la quantità (numero di iscritti o di laureati), solo può responsabilizzare gli atenei nell' uso delle risorse, e alimentare il meccanismo di premi e punizioni indispensabile in un sistema universitario autonomo. Scopo dell' autonomia, si è detto, è permettere una competizione «al rialzo», virtuosa, fra le Università. La competizione al ribasso, le infornate di professori di ruolo anche non meritevoli, la caccia a sempre più studenti, lo sforzo di laurearne sempre di più, non importa se impreparati, sono mali che non si curano eliminando l' autonomia ma dotandola di ciò che serve per farla funzionare. (Il primo articolo è stato pubblicato il 22 settembre)