Ricerca scientifica, un patrimonio culturale da difendere

Di Renato Angelo Ricci*
(Avvenire 12/02/2003)

Aproposito del servizio sulla riforma (o riordino) degli enti di ricerca, pubblicato su Avvenire di sabato 8 febbraio, penso di poter meglio precisare la mia posizione lì riportata in modo un po' troppo semplificato. Essa, pur non essendo contraria, non è neppure piattamente favorevole. Del resto sarebbe forse opportuno, di fronte a problemi di questa portata e complessità, evitare di schematizzarli in posizioni contrapposte (sì o no, favorevoli o contrari).
La comunità scientifica può presentare opinioni e valutazioni differenti ma molto articolate e con diverse sfumature. Essa possiede la capacità di aprire una discussione più seria e approfondita, senza lasciarsi influenzare da patrocini e condizionamenti politici e occasionalmente strumentali.
Vorrei qui ribadire quanto ho sostenuto, e che ritengo essenziale per contribuire alla chiarezza delle discussioni: e cioè che, nel nostro Paese, la cultura, oltre che la ricerca scientifica, è tenuta, da tempo, in scarsa considerazione da quasi tutta la classe politica così come dai mass-media, fatte le debite eccezioni.
Anche da ciò deriva il ruolo minore che, non da oggi ma da decenni, viene attribuito alla ricerca scientifica, intesa come servizio (o, al più, come strumento strategico) e non come patrimonio conoscitivo e culturale.
Che la ricerca scientifica, in Italia, soffra tuttora di un'errata considerazione dipende anche dalle caratteristiche culturali specifiche di una concezione intellettualistica di tipo pseudo-umanista, che non può dare certo lezioni di dignità e d'indipendenza.
Il "sorridere" quindi di certe reazioni si riferisce a quelle di certi "intellettuali" e politici difensori dell'ultima ora della ricerca scientifica, che hanno brillato, nel passato anche recente, per anatemi lanciati contro la "pericolosità" della scienza o, addirittura da posizioni governative, per azioni contrarie alle libertà della ricerca scientifica (cito, ad esempio, il blocco della sperimentazione in campo aperto delle piante geneticamente modificate).
A queste si aggiungano le campagne e gli impegni finanziari richiesti, e meglio spendibili, per emergenze ambientali-sanitarie presunte (vedi il caso del famigerato "elettrosmog".
Al confronto - così come ho precisato - la ricerca scientifica fondamentale e applicata (non c'è distinzione al riguardo) ha sofferto e soffre di investimenti scarsi, sia pubblici che privati, scandalosamente inferiori al livello medio europeo, indipendentemente dalla loro distribuzione.
Inoltre, anche al fine di assicurare una più concreta sinergia fra ricerca e Università (e l'equiparazione giuridica del personale è un atto non solo utile ma altamente significativo), il rapporto ricerca-impresa è tutto da chiarire. In effetti, se è vero che "nella ricerca manca tuttora una cultura dell'impresa, è altrettanto vero - come ho detto senza che fosse riportato nel servizio (per lo spazio sempre tiranno, ndr) - che "nell'impresa manca una cultura della ricerca".
Sfugge ancora, non solo alla classe politica e al mondo industriale ma anche a certa "intellighentia" e ai mezzi di informazione, il significato culturale e quindi la portata sociale, oltre all'importanza strategica, della scienza. Ciò implica l'equivoco di una politica "della ricerca" piuttosto che una politica "per la ricerca".
Di questo la stessa comunità scientifica dovrebbe essere più cosciente, pena la riduzione della propria battaglia ad un'azione puramente difensiva e di contenimento conservativo. Infine, sul metodo e sul merito di questo avvio di riforma ribadisco che un maggiore coinvolgimento della comunità scientifica sarebbe stato e rimane non solo opportuno ma necessario.
D'altra parte, temi come la distribuzione delle risorse, la definizione dei settori, degli accorpamenti e delle differenziazioni, nonché la rappresentatività degli organi collegiali di valutazione e di consulenza, per loro natura definibili per competenza ed esperienza, sono argomenti delicati ed essenziali, tali da richiedere ulteriori approfondimenti e perfezionamenti.
Il patrimonio della ricerca scientifica del nostro Paese per competenze, uomini e capacità innovative e tradizione, è inestimabile. Molti "cervelli", lungi dal fuggire all'estero, sono rimasti a difendere ed arricchire questo patrimonio.
È di questo soprattutto che si deve tener conto sempre e non nella contingenza, sia pure importante, di una, pur benvenuta perché più organica, riforma.
*presidente onorario Società italiana di Fisica