Intervento
del prof. Marco Martini
Facoltà di Scienze Statistiche dell'Università di Milano-Bicocca
al convegno
Difendiamo il Futuro
Non c'è sviluppo senza Università, non c'è Università senza libertà
Università degli Studi di Milano
15 marzo 2000
In Italia si sta attuando una riforma degli ordinamenti didattici volta ad armonizzare i titoli di studio italiani con quelli degli altri paesi europei, secondo lo schema anglosassone articolato in Lauree triennali e Master, a rispondere alle esigenze del mercato del lavoro e a ridurre la durata effettiva dei percorsi formativi superiori che, nel nostro paese, in media, supera di diversi anni quella prevista dagli ordinamenti. La riforma ha suscitato resistenze e adesioni, come sempre accade, ma soprattutto ha obbligato chi lavora in Università a porsi alcune domande fondamentali, che fanno da sfondo ai tentativi e alle discussioni che si aprono quando si devono cambiare istituti secolari.
I nuovi ordinamenti
I nuovi ordinamenti prevedono tre titoli di studio universitario: la Laurea, conseguibile in tre anni, la Laurea specialistica, dopo altri due anni, il Dottorato di ricerca, dopo ulteriori due anni. Inoltre alla Laurea o alla Laurea specialistica può seguire un Master di durata annuale, finalizzato a formare specifiche figure professionali.
In conformità a quanto avviene nella maggior parte dei paesi europei il conseguimento di ciascun titolo di studio universitario richiede che lo studente abbia accumulato un certo numero di crediti formativi. La riforma ne prevede 60 per ogni anno di corso, che si otterranno superando gli esami di profìtto o le prove pratiche di insegnamenti e di attività formative, corrispondenti a non meno di 1500 ore di lavoro (lezioni, esercitazioni, laboratori, studio personale ma anche attività di tirocinio e di collegamento con il mondo del lavoro). Perciò saranno necessari 180 crediti per la Laurea, altri 120 crediti per la Laurea specialistica, ulteriori 60 crediti per il Master annuale.
Il decreto ministeriale raggruppa le Lauree e le Lauree specialistiche in Classi, ciascuna caratterizzata da un certo numero minimo di crediti (circa la metà) da conseguirsi in settori disciplinari - di base, caratterizzanti o affini - definiti per tutto il territorio nazionale.
Le Classi proposte dal Ministero per la Laurea e per la Laurea specialistica (scienze matematiche, chimiche, fìsiche, giuridiche, statistiche ecc.) sono state sottoposte al vaglio del CUN prima dell'approvazione parlamentare.
Ciascuna Università dovrà determinare le Classi nelle quali intende rilasciare titoli di studio, rispettando i vincoli stabiliti a livello nazionale ma potrà anche caratterizzare ogni singolo corso di studi con insegnamenti e denominazione specifiche per rispondere a particolari esigenze. In ogni caso, il valore legale dei titoli di studio si riferirà alle Classi alle quali faranno riferimento, in particolare, i pubblici concorsi e i certificati di Laurea. Lo specifico Corso di studio e i relativi crediti conseguiti potranno essere fatti valere invece nel mercato del lavoro o per la prosecuzione degli studi.
L'accesso ai corsi di Laurea triennale sarà consentito, come nel regime attuale, a chi ha conseguito un titolo di scuola media superiore, ma le Università potranno stabilire delle prove d'accesso in base all'esito delle quali attribuire eventuali debiti formativi che lo studente potrà colmare seguendo corsi organizzati allo scopo. L'accesso ai corsi biennali di Laurea specialistica, ai Master o di Dottorato di ricerca sarà consentito a chi avrà conseguito il titolo inferiore, la Laurea triennale o la Laurea specialistica: sarà senza debiti per chi ha conseguito la Laurea della Classe corrispondente.
Entro il 2001 tutte le Università dovranno adeguare i loro Statuti e regolamenti didattici al nuovo ordinamento: se i decreti relativi alle Classi saranno approvati in tempo utile, qualche Ateneo potrà adeguarsi in tutto o in parte fin dal prossimo anno accademico.
La riforma metterà in grado le Università di conseguire gli obiettivi che si propone? In che misura la riforma permetterà di meglio adeguare i percorsi formativi alle esigenze del mercato del lavoro e di ridurre la durata media degli studi?
Le esigenze del mercato del lavoro
Il mercato del lavoro invia segnali non sempre univoci. Innanzi tutto si deve ricordare che, come evidenziano due recenti ricerche, quella dell'Istat e di Excelsior, i circa centoventimila Laureati e diplomati universitari, che in Italia ogni anno trovano lavoro, si ripartiscono in tre gruppi all'incirca della stessa dimensione: circa un terzo si avvia alle libere professioni (avvocati, medici, commercialisti, ingegneri e architetti ecc.); un terzo all'impiego nella pubblica amministrazione o nei servizi pubblici (pubblici funzionari, tecnici di enti pubblici, insegnanti, medici ecc.); un terzo, infine, trova impiego nelle imprese private.
L'esigenza di persone con una formazione triennale si manifesta con chiarezza solo per questo terzo gruppo: le indagini annuali Excelsior sulla domanda di lavoro evidenziano la indubbia preferenza delle imprese per persone che hanno seguito corsi triennali, ma limitatamente alle aree di: ingegneria, economia, statistica, informatica, chimica, agraria, farmacia e, in parte, delle altre Lauree scientifiche.
Gli accessi alle libere professioni e al pubblico impiego, invece, sembrano ancora privilegiare una formazione più lunga: molto probabilmente la preparazione di medici, avvocati, psicologi e insegnanti sarà affidata a corsi di Laurea specialistica, eventualmente seguiti da ulteriori specializzazioni. Purtroppo, la riforma si è avviata senza che dalle istituzioni destinate a ricevere due terzi dei laureati (pubblico impiego e ordini professionali) siano emerse chiare indicazioni circa la possibilità di assorbimento di laureati triennali: ciò riguarda tutti i corsi di studio ma, in particolare, le facoltà con sbocchi occupazionali prevalenti nell'impiego pubblico o libero professionale, come medicina, giurisprudenza, psicologia, scienze politiche, sociologia, lettere, lingue, scienza della formazione o filosofìa.
Stupisce che il ministero nel suo anelito riformista non si sia preoccupato di fondare le proprie proposte su solide basi quantitative raccolte dalle istituzioni di cui anch'esso fa parte e si sia invece affidato alla sola fantasia e creatività delle strutture accademiche. Una prima lettura delle Classi proposte mostra che il connubio tra Università e ministero non sempre produce esempi di realismo. Il primo rischio da evitare è l'invenzione di nuovi corsi che sembrano essere funzionali più al mantenimento delle corporazioni accademiche che agli sbocchi effettivi nel mercato del lavoro.
Un sistema informativo sui flussi di offerta e di domanda da parte delle imprese, delle istituzioni e degli ordini professionali a livello regionale potrebbe offrire un test di realtà alle capacità progettuali degli Atenei e sottrarre, almeno in parte, le nuove attivazioni alle mere logiche spartitorie.
L'unico settore per il quale si dispone attualmente di informazioni affidabili è quello della domanda da parte delle imprese monitorata annualmente, per tutto il territorio italiano, con significatività provinciale dall'indagine Excelsior. Ad essa si devono aggiungere specifiche ricerche sull'inserimento lavorativo dei laureati condotte di singoli atenei. Le informazioni in nostro possesso, come s'è detto, concordano nel segnalare un vivissimo interesse per la Laurea "breve". Le imprese tuttavia segnalano in proposito due esigenze apparentemente contrastanti. Da un lato infatti, esse richiedono una maggiore attitudine all'inserimento nel contesto lavorativo, lamentando la mancanza di formazione "pratica"; dall'altro, segnalano la necessità di una più approfondita formazione teorica, necessaria per affrontare la grande mutevolezza cui sono sottoposte le tecnologie, i mercati e le organizzazioni dell'economia della conoscenza che si va sostituendo all'economia industriale.
L'apparente contraddizione di queste due esigenze ci obbliga a riflettere sulla natura della formazione superiore che cesserebbe di essere universitaria se fosse orientata a figure professionali troppo specifiche. Vale in proposito quanto affermato recentemente dal Rettore dell'Università di Harvard: «Se pensate di venire in questa Università ad acquisire specializzazioni in cambio di un futuro migliore state perdendo il vostro tempo. Noi non siamo capaci di prepararvi per il lavoro intorno a voi che quasi certamente non esisterà più. Ormai il lavoro, a causa dei cambiamenti strutturali, organizzativi e tecnologici, è soggetto a variazioni rapide e drastiche. Noi possiamo insegnarvi a diventare capaci di imparare, perché dovrete reimparare continuamente» (Lettera agli studenti del Rettore R. Bok, della Harvard University, 1996).
È essenziale invece che la formazione universitaria attrezzi gli studenti ad affrontare il nuovo e l'imprevisto con cui le persone e le stesse imprese si dovranno confrontare nei prossimi anni: «in futuro l'individuo dovrà sempre più comprendere situazioni complesse che evolvono in maniera imprevedibile [...] Si troverà in presenza di una varietà di oggetti fisici, di situazioni sociali, di contesti geografici o culturali. Sarà infine sottoposto a una profusione di informazioni cellulari e discontinue oggetto di numerosissime interpretazioni e analisi parziali» (Commissione dell'Unione Europea, Insegnare e apprendere. Verso la società conoscitiva. Libro bianco su formazione e istruzione, 1996, p. 310).
La sfida è duplice: in primo luogo si devono innestare sulla formazione di base nuove attività formative capaci di introdurre nel contesto mutevole del mondo del lavoro, ma inedite per la tradizione italiana. In secondo luogo, non si deve abbandonare, anzi semmai si deve approfondire, la tradizione di formazione critica, di accompagnamento in un percorso personalizzato di ricerca. Nell'era dell'economia della conoscenza appaiono più che mai attuali le parole di Romano Guardini: «II sapere che l'Università trasmette, dovrebbe poggiare su quella forza dell'interrogarsi e su quella serietà della responsabilità culturale che distinguono la scienza dal dilettantismo [...] Si tratta perciò di creare un tutto che si possa dominare con lo sguardo e da cui sia possibile ricavarne poi un lavoro pratico. Colui che studia in vista della professione deve conservare in sé stesso, almeno una piccola scintilla della volontà di ricerca altrimenti egli diventa, intellettualmente parlando, un manovale» (R. Guardini, Tre scritti sull'Università, Morcelliana, Brescia, 1999, pp. 37-39).
Alcuni problemi aperti
L'attuazione dei nuovi ordinamenti universitari richiede dunque oggi l'impegno a riproporre le questioni fondamentali, che riguardano il significato della ricerca, della didattica, della libertà e dell'autonomia dell'istituzione universitaria. Naturalmente non è possibile affrontare in questo breve intervento problematiche di tale portata. Mi limiterò a segnalare alcuni problemi concreti emergenti dal dibattito sulla programmazione dei nuovi corsi, che risultano strettamente connessi con le grandi questioni cui ho accennato.
Se l'insegnamento universitario consiste nell'accompagnare in un percorso critico di ricerca e non in una semplice comunicazione di "saperi", numerose sono le tentazioni da evitare nella programmazione delle Lauree triennali:
a) "Banalizzare" gli insegnamenti di base, trasformandoli in trattazioni manualistiche, rinunciando alla profondità critica per "facilitare" il conseguimento del titolo di studio.
b) Ridurre il tempo di relazione diretta "faccia a faccia" tra studenti e docenti, che invece è assolutamente necessario perché si possa trasmettere uno "spirito" di ricerca. La riduzione del tempo di rapporto diretto può avvenire in due modi: con lo "spezzettamento" eccessivo degli insegnamenti in moduli molto brevi, perseguito per arricchire il menù dell'offerta didattica e/o per non mortificare alcune aree disciplinari; oppure riducendo, nel computo dei crediti, la parte dedicata alle ore di lezione a favore delle ore di studio. Se un credito corrisponde a 25 ore, diverso è suddividerlo in 10 ore di insegnamento e 15 di studio oppure in 5 di insegnamento e 20 di studio.
c) Moltiplicare gli insegnamenti "pratici" impartiti in vista della cosiddetta professionalizzazione, a scapito della formazione di base, trasformando i corsi di studio triennali in "corsi di formazione professionale avanzata".
d) Mantenere l'attuale impianto dualistico fatto di un "biennio" propedeutico di materie teoriche di base e di una seconda parte più specialistica e applicativa (oggi svolta in due o tre anni e domani in uno solo). Il percorso più breve obbliga invece a ridistribuire gli insegnamenti "a spirale": la formazione teorica e metodologica acquisita fin dal primo anno, deve essere affiancata da insegnamenti che esemplifichino le applicazioni pratiche in specifici contesti; ciò deve valere anche per il secondo e per il terzo anno con un progressivo spostamento verso la contestualizzazione, in modo che la capacità di rielaborazione critica e personale sia stimolata lungo tutto il percorso.
e) Concentrare ciò che prima si insegnava in quattro o cinque anni in tre, ovvero insegnare molte cose superficialmente. Un metodo di studio e di ricerca si comunica facendo partecipi di un atteggiamento curioso, rigoroso e critico, ma ciò richiede un tempo adeguato. Poiché nei corsi triennali non si può pretendere di insegnare né tutto ciò che prima si insegnava in quattro o cinque anni, né tutto ciò che è necessario per introdurre al mondo del lavoro, si deve avere il coraggio di scegliere che cosa sia veramente fondamentale, innovando profondamente sia i metodi didattici, sia l'articolazione degli insegnamenti, alternando materie di base con materie applicative (laboratori, interventi di esperti, stages...).
Due osservazioni sui corsi successivi dei quali non si può non tenere conto nella programmazione dei corsi triennali.
Al Master dovrà essere affidato il compito di accompagnare l'inserimento in specifici contesti lavorativi e alla Laurea biennale quello dell'approfondimento disciplinare e interdisciplinare.
A questo fine i Master dovranno essere progettati e gestiti in stretta collaborazione con le imprese, le istituzioni o gli ordini professionali, cui spetterà il compito di predisporre occasioni di tirocinio pratico, di fornire docenze su aspetti più professionali e, soprattutto, di collaborare nella quantificazione degli sbocchi.
I corsi di Laurea specialistica, invece, potranno essere l'occasione di approfondimento in due direzioni: nelle metodologie proprie dell'area disciplinare di interesse e nelle connessioni con altre aree di confine. Mentre per il primo aspetto la tradizione delle nostre Università può fornire solidi precedenti, per il secondo si deve avere il coraggio di innovare: un fisico o un chimico chiamati ad operare sull'ambiente, dovranno aprirsi all'economia, alla sociologia o al diritto; allo stesso modo, uno statistico dovrà essere in grado di comprendere i problemi della biologia, della medicina, del marketing o della produzione, ai quali i metodi dovranno applicarsi.
Per il lavoro dei futuri professionisti, chiamati a risolvere nuovi problemi in un contesto dinamico e complesso la capacità di dialogo viene indicata da tutte le ricerche in merito come una delle caratteristiche più rilevanti. Ma per dialogare occorre conoscere il linguaggio dell'altro. Si rende perciò necessario inserire nei corsi biennali insegnamenti di carattere "generale", più culturali che tecnici, con lo scopo di rendere gli specialisti partecipi del linguaggio e dei problemi propri di discipline diverse, con le quali dovranno dialogare. Per questa via, forse può essere recuperato il senso dell' “Universitas” che si è andato perdendo con la parcellizzazione specialistica.
Conclusioni
Dai brevi cenni fin qui svolti appare chiaro che se l'attuazione della riforma cadrà nelle mani degli interessi corporativi o delle tecnocrazie burocratiche produrrà inevitabilmente tanti "nuovi nomi" che accresceranno la confusione e il disagio degli studenti, senza rispondere alle vere esigenze del cambiamento. Al contrario essa potrà costituire una occasione positiva se si darà effettivo spazio ad una capacità di riflessione critica e di confronto che coinvolga i docenti e gli studenti, in un confronto aperto sulle questioni fondamentali e sulle loro applicazioni. Fino ad ora il dibattito non si è ancora veramente sviluppato: a noi pare che invece sia giunto il momento di offrire a tutti coloro che lavorano nella ricerca e nella didattica universitaria l'occasione di confrontarsi liberamente sulle ipotesi di lavoro, sui progetti e, più in generale, sulla concezione dell'Università nel contesto della società globale della conoscenza.
Per questo è nata la libera associazione Universitas- University che intende offrire lo spazio per un "forum" permanente su questi temi e aprire una riflessione culturale sull'Università. Il nome dell'associazione indica l'orizzonte, quello del libero "cum vertere" di persone appassionate della ricerca e del confronto con la realtà dell' “Universitas studiorum” e, insieme, il contesto della comunicazione globale (University) che rende possibile superare le angustie dei confini specialistici o amministrativi dei dipartimenti, delle Facoltà, degli Atenei e degli stati nazionali. L'associazione ha già numerose adesioni di docenti italiani e stranieri. Essa intende utilizzare le potenzialità di internet (un sito è già stato registrato) per mettere in rete documenti, pareri e notizie, con il contributo di tutti coloro che non si rassegnano a subire ma intendono liberamente confrontare ipotesi e progetti. Gli atti di questo convegno potranno costituire un buon punto di partenza per aprire il dibattito.