Associazione Universitas-University Milano - 17 maggio 20003 

Seminario

La governance dell’università

 

Relazione introduttiva a cura del Prof. Adriano De Maio
Rettore della L.U.I.S.S. "Guido Carli"

(Appunti non rivisti dal conferenziere)

De Maio:

Per inquadrare il problema, dobbiamo innanzitutto distinguere chi sono i portatori di risorse e chi sono i portatori di interessi nell’università, così che ad entrambi sia riconosciuto il diritto di partecipare al governo della stessa. Si apre una serie ampia di possibilità: posso ottenere questo obiettivo attraverso una opportuna composizione degli organi di governo oppure posso sostenere un sistema autonomo di conduzione delle risorse, riservando poi ai portatori di interessi e di risorse di valutare se gli obiettivi concordati sono raggiunti.

Quando venni a parlarvi la volta scorsa, a proposito della legge 509 e decreti successivi, vi portavo le riflessioni e il frutto di lunghe discussioni di commissioni di colleghi di varie aree disciplinari e di diverse aree geografiche, nonché provenienti da valori politico-ideologici differenti: nonostante le differenze si era riusciti a comporre una visione unitaria. Invece, sul problema della governance mi trovo un po’ in difficoltà nel parlarvi oggi, perché sebbene si sia iniziata una discussione, la convergenza su un medesimo punto di vista sembra ancora assai lontana. Quindi vi indicherò una serie di problematiche senza necessariamente offrire un’ipotesi completa di soluzione, anzi, approfitterei di questa occasione per acquisire da voi pareri.

Inizierei con l’ analizzare il tema della governance, abbiamo attivato le nostre reti informative per assumere informazioni sulla governance negli altri paesi del mondo, governance intesa come sistema di governo.

Ci dobbiamo domandare, quindi, chi abbia diritto a partecipare al governo dell’università in maniera tale da influire effettivamente sul suo compito e sui suoi obiettivi, dobbiamo chiederci quanta parte di queste decisioni vada attribuita alla singola università, a partire dall’estrema situazione in cui ogni ateneo  fa tutto ciò che vuole, fino all’altro estremo in cui il governo statale attribuisce poteri e ambiti di responsabilità in maniera centralizzata.

Se, come università statale, ricevo finanziamenti dallo stato, gli azionisti sono tutti i cittadini, perciò gli stessi cittadini devono essere pensati non come portatori di interessi ma come azionisti. E’ la collettività che sta prendendo risorse che potrebbe destinare ad altro, alla sanità o alle pensioni, e li destina alle università. Quindi i cittadini e lo stato non sono portatori di interessi ma portatori di risorse, azionisti. Quindi, magna carta libertatum, chi porta un finanziamento deve poter influire sulla gestione.

Si apre anche qui un ventaglio di possibilità: lo posso fare descrivendo responsabilità e competenze e composizione di ciascun organo di governo oppure metto in piedi un sistema di attribuzioni di responsabilità per la definizione degli obiettivi e un sistema di controllo severo e rigoroso per la valutazione del grado di raggiungimento degli obiettivi.

Io personalmente sostengo sempre sistemi che si basino sull’autonomia e sulla responsabilità, perciò sono propenso a parteggiare per un forte sistema di valutazione, unito ad una sostanziale autonomia, piuttosto che un sistema di imposizione di modalità di governo che sia un forte vincolo al modo di procedere.

Valga un esempio molto banale e in piccolo, quello del Politecnico, dove ho assegnato molta autonomia ai dipartimenti.  Ci sono due modi estremi di ottenere l’obiettivo di dare rilievo ai dipartimenti, o si dice loro cosa devono fare oppure si lascia libertà al loro sistema di governo e si valuta il loro operato in base alla strategia di ateneo, decisa dagli organismi di ateneo. In questo ambito, si era deciso di puntare ad una buona attività didattica, una buona attività di ricerca e un buon livello di attività per conto terzi. Questi tre criteri possono servire a valutare il dipartimento, cui però era riconosciuta la possibilità di governarsi in autonomia, secondo gli obiettivi stabiliti a livello di ateneo.

E veniamo al modo con cui si svolge la valutazione: per quanto riguarda la didattica, la valutazione è purtroppo basata finora quasi unicamente su parametri quantitativi, per la ricerca essa è misurata con coefficienti che valutano la qualità delle pubblicazioni, che possono senz’altro essere migliorati ma che consentono, comunque, un primo assessment. Infine, per quanto riguarda l’attività di collaborazione conto terzi, poiché i fondi si recuperano convincendo qualcuno della validità del proprio lavoro, tali finanziamenti abbiamo deciso che costituissero una valutazione indiretta, fatta dal “mercato”.

Nella didattica sarebbe importante evidentemente valutare la qualità, per la ricerca in parte si è già ottenuto di non basarsi solo sulla quantità, per le attività conto terzi il fatturato in questi anni si è quadruplicato. Mentre prima il collega che portava lavoro dall’esterno veniva guardato in modo anomalo, ora aumentano le sue credenziali agli occhi dei colleghi perché è colui che fa ottenere al dipartimento anche più finanziamenti da parte del rettorato e gli vengono dati tutti i sostegni per andare ai convegni, per avere i dottorati che vuole, etc.

Dunque, l’università come si governa? Voglio trasporre questo criterio, dal singolo dipartimento, all’intero governo dell’Università. Dobbiamo definire alcune regole minime del gioco, cioè definire chi sono gli share holders (chi destina le risorse) ma anche chi sono gli stake holders cioè chi sono i portatori di interessi: gli studenti, le famiglie sono presenti oppure no?

Come questi portatori d’interessi sono presenti a livello di governo dell’Università? Dei portatori di risorse, fra chi partecipa al governo dell’università ci sono soltanto gli studenti e poi ci sono i rappresentanti dello stato, del governo, del ministero. In alcuni casi ci sono, come controllori dei conti, i revisori.

Nel senato, che sappia io, nelle Università statali, ci sono solo i docenti e, non sempre, una rappresentanza del personale non docente e degli studenti. Dobbiamo cercare di ragionare su cosa fanno gli uni e gli altri, distinguere con chiarezza chi sono i portatori di interessi e chi i portatori di risorse.

Il senato dovrebbe definire le linee strategiche e controllare l'avanzamento nei campi fondamentali che sono la didattica e la ricerca. Il senato deve infatti enucleare cosa vuole fare l’università, su cosa punta. La riforma si rifà ad un modello prevalentemente anglosassone, e permette di orientarsi in maniera diversa università per università. Quindi è necessario definire la strategia: esemplificando, puntiamo sugli undergraduates o sui graduates, o sui phd?

Questo permette di orientarsi in misura diversa nelle diverse Università. Se osserviamo, in tutto il mondo una percentuale elevatissima di atenei si concentra sugli undergraduates e una minoranza delle Università punta all’eccellenza, cioè punta principalmente al graduate school e al phd.

Anche per la ricerca si può definire una strategia: o identifichiamo alcuni campi su cui concentrare la ricerca oppure lasciamo che ogni ricerca parta spontaneamente nella direzione che è consona a chi la sviluppa. Queste considerazioni diventano oggi importanti e vitali, non più solo per le facoltà relative ai campi applicativi classici, oramai queste considerazioni si estendono a tutte le facoltà, paradossalmente non c'e più nessuna branca della ricerca che non abbia necessità di stabilire una strategia.

Nel mio filo logico io parto sempre dal definire prima cosa va fatto e successivamente chi lo deve fare. Ora, quindi, in questa linea di lavoro vi lancerò delle provocazioni. Chi sono gli stake holders, per definire la strategia? Gli studenti sono in grado di progettare i nuovi piani didattici o le strategie di ricerca, o è soltanto demagogia?  Nel consiglio di amministrazione lo studente deve esserci, allora? Eppure gli studenti sono parte importante per la valutazione della didattica, quindi? E’ giusto che ci siano gli studenti nel senato? Oppure è bene ci siano solo i professori? Chi sono i portatori di interesse, chi sono altri share holders? Questo per quanto riguarda il senato accademico.

Il consiglio d’amministrazione, invece, è tutt’altro. Deve governare in base alle risorse, quindi se ci fosse un aumento delle tasse senza un corrispondente aumento del servizio, uno share holder dovrebbe potersi opporre, uno studente lì deve essere presente a difendere i suoi interessi! Quali sono, infatti, i sistemi di controllo che valutano come sono spese le risorse dopo che sono stato stabiliti gli obiettivi? Definita la strategia, e quindi ripartite le risorse, chi verifica che esse siano state effettivamente utilizzate secondo la strategia? A questo deve rispondere il consiglio di amministrazione.

Un altro problema grossissimo si apre riguardo a colui che in una azienda verrebbe definito il Chief Executive Officer (C.E.O.). Il rettore degli anni duemila non può essere come il rettore del 1800. Si deve scegliere come fu scelto Alessandro Volta, rettore di Pavia, in quanto migliore scienziato, oppure si deve scegliere come rettore chi è in grado di governare una struttura complessa? E’ giusto fare come in molte università in giro per il mondo, per esempio in Francia, che si mette l’avviso sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica Francese: “Cercasi Rettore, inviare curriculum vitae e progetto di sviluppo…”? Oppure fare come le Università inglesi che scelgono dei managers, oppure fare come noi che lo designiamo attraverso il voto di scambio, tra varie corporazioni interne all’Università, per cui dominano alcuni raggruppamenti, a cui si da un contraccambio rispetto al voto dato? Il Rettore svolge un’attività di manager? Quando due anni fa, sono venuti a dirmi “Il tuo mandato al Politecnico scade a settembre 2002 e non puoi più essere rinnovato, quindi noi ti chiediamo di accettare l’invito ad essere Rettore per la nostra Università, la L.U.I.S.S., che deve essere fortemente riformata.” Io sono rimasto allibito perché si trattava di una università con le facoltà di giurisprudenza, economia e scienze politiche. Io potrei sapere solo qualcosa, marginalmente, di economia. Ma il rettore deve essere colui che si suppone che governi meglio, anche se non conosce necessariamente cosa sia lo specifico delle facoltà, che regoli e guidi con buon senso. In moltissime università meravigliose, in giro per il mondo, è così che si sceglie un rettore!

Per dare una indicazione di come ci si orienta su questi tre nodi fondamentali (senato accademico, consiglio d’amministrazione e rettore), in questo momento la più recente legge è la quella federale austriaca, del 9 agosto 2002: norme per tutte le università. Essa stabilisce quattro principali organismi di governo: il senato, il consiglio universitario, il rettorato e il rettore. Il consiglio universitario negozia ed approva il piano di sviluppo, il piano organizzativo e il progetto di accordo di servizio (linee guida). Ancora, il consiglio universitario elegge il rettore da una rosa di tre candidati indicati dal senato universitario, come pure elegge il vicerettore, da una rosa di quattro, indicati dal rettore, e dopo espressione di gradimento o non gradimento da parte del senato universitario.  Revoca rettore e vicerettore, approva alleanze, il bilancio di esercizio, da comunicazione di tutto ciò al governo federale. Nomina un revisore dei conti per la revisione del bilancio. Composizione: 5, 7 o 9 componenti. Circa il 40% eletti dal senato, circa il 40% nominati dal governo federale su indicazione del ministro. I candidati ricoprono posizioni di grande esperienza e di responsabilità nella società, provengono dal settore scientifico, economico o della cultura, non provengono né da forze politiche né di governo, né dal personale universitario. Durata in carica: cinque anni, rielezione: una sola volta.

Rettorato: funzioni: rappresentanza esterna, guida e governo della vita universitaria. Propone al senato e al consiglio universitario lo statuto, il piano di sviluppo, il piano organizzativo e il rapporto di servizio. Nomina i vertici delle unità organizzative e ne indica gli obiettivi, … Composizione: rettore più vicerettore.

Rettore: è presidente e portavoce del rettorato, vertice di tutto il personale universitario, negozia il contratto di servizio con il ministro federale,  propone e stipula i contratti di lavoro, indica la commissione di nomina dai docenti, …(scusate l’inciso, altro che CUN, SSD, etc, si fa come in tutto il mondo: cercasi professore di … e poi la commissione valuta l’effettiva adeguatezza).

Presupposti per la candidatura del rettore: caratteristiche di guida economica ed organizzativa di una università e curriculum ricco di esperienze internazionali.

Il senato, previo consenso del consiglio universitario, bandisce pubblicamente la funzione del rettore e procura al consiglio una rosa di tre candidati. La elezione del rettore è di competenza del consiglio.

Senato: produce  e modifica lo statuto, approva il piano di sviluppo e il piano organizzativo proposto dal rettorato, …realizza i curricula dei corsi, stabilisce i titoli accademici, …. Composizione: da 12 a 24 componenti, rappresentanti del personale docente e non docente e degli studenti.

Questi sono i vincoli che lo stato austriaco ha posto a tutte le sue università per definire i loro sistemi di governo.  Su questa falsa riga si sta muovendo anche la Danimarca, mentre  Francia e Germania hanno una posizione molto differenziata a seconda degli atenei.  In generale, però, il consiglio di amministrazione è molto ampio, con una composizione del 50% o più di persone con opportune caratteristiche culturali ma che provengono da ambiti esterni all’Università, una piccolissima rappresentanza dei docenti (il responsabile dell’attività didattica e il responsabile dell’attività di ricerca, e pochi altri), due o tre rappresentanti degli studenti…Questo sistema di governo è a mio parere molto centrato sugli incentivi, e qui viene a galla un altro grosso problema italiano: se i soldi dati all’università non tengono conto -se non in piccolissima parte- della ricerca e sono quasi totalmente vincolati alla didattica, come si presume di stimolare la ricerca?

Quasi tutto il mondo si sta orientando verso il non mantenere più la distinzione tra teaching university e research university. Però se i soldi (pochi, destinati alla ricerca) vengono dati in base alla qualità della ricerca (anche fino ad un rapporto da 1 a 20) allora si ricostruisce la stessa differenziazione! Ora vorrei sentire le vostre reazioni e le vostre idee.

 

Domande e dibattito

 

Domanda.

Sono membro di un nucleo di valutazione: che ruolo potrebbe avere il comitato di valutazione in questo quadro di governance?

 

Domanda.

Mi stupisce, nella relazione ascoltata stamattina, la quasi assenza della parola facoltà. Il senato accademico, che mi pare forse l’organo più importante della governance nella nostra università statale di Milano, quasi non differisce dal consiglio dei presidi di facoltà. Allora mi domando che posizione la facoltà assumerà nella governance. La facoltà potrebbe avere un ruolo frenante. Da noi a medicina la facoltà è predominante: per esempio, varranno le indicazioni dei presidi a guidare l’elezione dei membri al nuovo consiglio di amministrazione. I dipartimenti da noi non hanno mai decollato, né assunto le funzioni che le norme statutarie gli attribuiscono, sono disomogenei, diventano quindi dei centri amministrativi all’unico scopo di avere e gestire i fondi. Che dire delle facoltà, entrano nella governance oppure no?

L'altro problema è quello del rettore, mi parrebbe ottima l’idea di reclutarlo da fuori per evidenti doti di conduzione, ma non vorrei che, nella realtà italiana, come abbiamo visto per i direttori degli ospedali, preso da fuori normalmente poi il manager era di fatto un portaborsa, espressione di un qualche potere che poi controlla dall’esterno. Chi controlla i controllori? Se c’è un elettorato che controlla il senato accademico, lì tutto funziona, ma se dovessimo immaginare un controllo centralizzato, quello mi farebbe paura perché si va ad un porto delle nebbie. I controllori non li controllerebbe più nessuno. E’ necessario un controllo retroattivo.

 

Domanda.

Quali potrebbero essere i parametri di valutazione delle performances dei gruppi di ricerca, delle aree e dei dipartimenti: si è nominato il numero di studenti, la ricerca, l’ammontare dei finanziamenti esterni. In particolare il tema della ricerca mi pare di difficile valutazione, vorrei sapere quali caratteristiche determinano il fatto che un dipartimento sia ritenuto valido agli effetti di ricevere un finanziamento dal ministero.

 

Domanda.

Sono rappresentante degli associati al Consiglio di amministrazione dell’università di Bologna. Si notano non pochi problemi. Abbiamo un senato accademico composto dai presidi e dai rappresentanti delle aree che di fatto propongono degli indirizzi di intervento molto legati alle singole facoltà o aree. Il consiglio d’amministrazione si trova poi a dover rimediare alle vedute parziali che provengono dal senato accademico. Il senato accademico è sempre molto allineato con il rettore, poi quando il rettore propone di ridurre i ruoli, tutti ufficialmente d’accordo con lui in senato, poi mille telefonate dei presidi ai consiglieri del consiglio d’amministrazione perché si ribalti la decisione del senato accademico! La prima questione che vedo io è che il senato debba prendersi le proprie responsabilità di definizione della strategia dell’università, mentre il consiglio d’amministrazione tenga conto dei diversi apporti del mondo esterno all’università e delle relative richieste. Occorre poi intervenire sull’ingessatura attuale riguardo ai ruoli.

 

Domanda.

Mi pare che l’idea di un’università di facoltà omogenee non sia da scartare: non pare a voi una semplificazione drastica agli effetti della governance, l’idea di coinvolgere solo facoltà di settori disciplinari simili, come in Francia?

Chi sono i portatori di interesse e chi sono i portatori di risorse deve partecipare alla governance: questo è senz’altro importante, però spesso i personaggi che rappresentavano questi tipi di interessi negli organi di governo erano personaggi sempre fuori luogo e fuori tempo.

 

Domanda.

Il modello aziendale applicato all’università mi pare utile, così che la governance sta cambiando, in forza anche degli esempi che adesso ci sono. Per quanto riguarda l’università italiana, a mio parere, un nocciolo molto problematico è il rapporto tra amministrazione e corpo docenti. L’ideale dell’amministrazione è guadagnare tanto a qualsiasi costo, mentre da parte dei docenti pare che l’unica cosa importante sia avere le risorse necessarie alle proprie ricerche. La conflittualità tra i due, che è ben visibile, è data dalla reciproca irresponsabilità: nessuno dei due si è in qualche modo responsabile anche dell’altro interesse. Bisognerebbe trovare dei meccanismi che portino alla corresponsabilità. Forse il rettore, che presiede il consiglio d’amministrazione, ed è d’altra parte anche presidente anche del senato accademico, potrebbe controllare e mettere a fuoco tale questione. Come sviluppatore, più ancora che come controller!

 

Domanda.

In un modello europeo in cui è la società che paga, è la società che deve controllare il prodotto ‘laureato’. Questo genera la necessità della valutazione della didattica. Dall’altro lato è sempre la società civile che deve controllare in che modo siano usati i fondi della ricerca.

E veniamo al problema del rettore: se è nominato dall’interno, allora è sempre un problema di bottega. Deve dunque venire dall’esterno, perché se deve controllare, non deve venire dai controllati. Quindi la governance a mio avviso deve essere impostata sulla massima libertà interna e sulla definizione di sistemi di controllo esterni.

 

Domanda.

Non mi è chiaro quanto impatta l'idea che abbiamo di università, della sua missione, sulla governance. Personalmente io credo che non sia banale: sono convinto, per esempio, che arrivare ad un’immagine di teaching university, toglierebbe il fatto che ogni insegnamento ha bisogno di un ambito di ricerca attivo per essere veramente tale…

 

Domanda.

Recentemente ho letto un lavoro dell’89 che raffigura in un triangolo il sistema di governo delle università, con tre vertici  e per quanto riguarda l’Italia afferma che vi è una forte oligarchia accademica così che raffigura l’Italia dell’89 con un punto molto vicino al vertice dell’oligarchia accademica. L’intervento statale era in quegli anni fortissimo, gli organici erano fissati centralmente, tutto era fissato da Roma, ma il potere era effettivamente esercitato dall'oligarchia, perfino in una situazione in cui i finanziamenti erano formalmente fissati a livello centrale, i sistemi di reclutamento erano statali.

Pare invece che ora ci si stia muovendo verso una ipotesi di autonomia e controllo, quindi mi piacerebbe sapere se si hanno dati che permettano di verificare se questa autonomia a metà abbia fruttato qualcosa di buono. Vorrei accedere ai risultati ottenuti dalle valutazioni: questa diversa concezione di libertà e autonomia, seguita da opportuni metodi di controllo, ha portato risultati migliori? Questa monumentale esperienza di valutazione, che risultati ha dato e che possibilità di modificare e migliorare ciò che va cambiato offre? Se poi questa oligarchia, ora, ha piena libertà di movimento, sarà necessario che il controllo abbia un feedback reale perché altrimenti potremmo anche rischiare il collasso. Mi rifaccio all'intervento della profssa Villa: per esempio, non c'è nessuna forma di regolamento dei dipartimenti per quanto riguarda la scelta del personale tecnico e scientifico,  ci si ritrova con personale inviato al dipartimento scelto secondo un criterio sindacale.

Mi augurerei veramente, per spezzare la tradizione oligarchica e corporativa, la reale rappresentanza di personaggi esterni, mi resta la preoccupazione di chi nomina e chi è nominato… Inoltre non mi stupirebbe che la managerialità che tutti ci auspichiamo entri in università si trasformasse in un controllo politico diretto.

 

Domanda.

Se la questione è posta nei termini detti, cioè se sia preferibile avere una università completamente organizzata dal centro o piuttosto una università libera che sia però valutata e abbia la sua responsabilità, secondo me è da privilegiare la libertà, la responsabilità e la valutazione, anche se l’aspetto valutativo è sicuramente il più complesso da attuare.

Un aspetto che non è stato molto sottolineato stamattina è che abbiamo la necessità di snellire la burocrazia. Attualmente, non é mai chiaro chi deve fare che cosa, vi sono attività di fardello e a volte tre consigli diversi valutano il medesimo evento (ad esempio la valutazione dell’attività dei ricercatori per la loro conferma!).

Chi ci governa vuole che continuiamo a fare ricerca? Allora bisognerebbe che non fossimo impegnati in modo così pesante dall’attività didattica.

 

Domanda.

Il flusso dei finanziamenti dello stato dovrebbe arrivare alle varie facoltà con parametri oggettivi anche in base al numero di studenti iscritti ai corsi perché non si capisce come mai sorgano situazioni aberranti come quella di due università come Pavia e Foggia: hanno un trattamento a livello di finanziamento statale molto diverso, pur avendo pressoché lo stesso numero di iscritti.

 

Domanda.

Dall’università del Ticino si potrebbe copiare l’idea di una statuto elastico per attivare e disattivare velocemente corsi d’insegnamento.

 

Domanda.

Non sono d’accordo sull’ipotesi di un rettore esterno, perché chi mai dovrebbe prendersi questa grana non avendo nulla da spartire con l’oligarchia dell’ateneo? Certo mi pare che non verrebbero i migliori.

 

Commenti finali di De Maio.

Non darò risposte, ma solo commenti ulteriori ad un problema che non è per nulla già risolto.

Il problema vero è che abbiamo ancora nella nostra testa l’idea di università di élite: pochi docenti, pochi studenti e ci portiamo quell'immagine nella mente, quella immagine di università non si è sfasciata fino ad oggi a causa del fatto della corporazione dominante solo perché era elitaria. Ora invece l’università è una cosa ben diversa e la gran parte delle decisioni importanti si potranno prendere localmente: le facoltà e i dipartimenti possono ora essere legati alla visione delle persone che dirigono la singola università.

 

Già oggi si possono fare molte delle cose che abbiamo detto finora e che ci auguriamo, senza cambiare il sistema di governance, esso potrebbe solo rendere più o meno facili certe strategia.

Il sistema di governance dipende dalla ‘mission’, e questa è cambiata in questi anni, ma invece non è cambiato il ruolo ufficiale dell’università rispetto alla comunità di riferimento, ruolo che si può esprimere nell’aumentarne le capacità (della comunità di riferimento) in termini di sviluppo culturale, economico, sociale e politico, facendolo attraverso ciò che l’università sa fare: l'alta formazione e la ricerca.

Anche quando si parla di inscindibilità tra ricerca e insegnamento, non si tiene conto del fatto che non si può far finta di far tutto se non si hanno le risorse. Ci sono università negli Stati Uniti dove solo si procura di mantenersi aggiornati sugli argomenti sui quali si insegna! In Italia, su 40 facoltà di Ingegneria ce ne saranno forse cinque sei, di vere research university!

Sono stato ad un incontro in una università molto interessante, in cui, tra l’altro, in un libro patinato erano riportare le misure di valutazione della facoltà di economia e si usava  come indicatore il numero di docenti per credito! Quando si arriva a  questo si capisce che non c’entrano niente le leggi!

Noi potevamo permetterci di degradare in un sistema di monopolio statale. Se uno studente scriveva che la didattica era pessima non succedeva niente e se si sapeva che in una data facoltà la ricerca era pessima, allo stesso modo non succedeva niente! Finora eravamo legati al fatto che nessuno ci chiedeva di essere responsabili. Inoltre ormai le università crescevano all’ombra di ogni campanile ed ogni ateneo riteneva di circoscrivere un territorio. Il problema è quindi di uscire dal monopolio. Stiamo entrando in Europa con un sistema della didattica e della ricerca in cui gli altri competono e allora, o ci diamo una mossa, altrimenti i nostri alunni migliori (e lo sono ancora) non lo saranno più, o peggio ci saranno le università ben condotte che saranno competitive e quelle condotte male che non lo saranno. Allora il problema generale  è quello di dare degli strumenti perché chi vuole e chi ha le capacità possa avere meno vincoli e più stimoli per comportarsi meglio. Ma a mio avviso non esiste nessuna legge che dice: ”siate bravi, comportatevi  bene.” L’unica cosa che una legge può fare è dare degli elementi per poterlo fare. Allora non so se si arriverà ad una liberalizzazione totale, con una conseguente valutazione ex-post, veramente adeguata. Ma se alla valutazione non discendesse una sanzione allora saremmo di nuovo alla fine. Bisognerà battersi riguardo l’operato di CNVSU (comitato nazionale di valutazione del sistema universitario) e CIVR (analogo per la valutazione della ricerca) Per farvi un esempio, vi racconto di un viaggio mio recente in Israele, allo scopo di visitare un ateneo con corsi simili a quelli della L.U.I.S.S. Si tratta della prima università privata di Tel Aviv. Ammirando il loro lavoro, abbiamo chiesto loro perché non avessero corsi di dottorato e loro ci hanno spiegato che non avevano ancora ricevuto il permesso corrispondente e avevano dovuto aspettare cinque anni di risultati dei bachelor (ottenuti mediante valutazioni comparative dei loro bachelor con bachelor delle migliori università israeliane e straniere, vedendo in quali università avevano accesso a proseguire gli studi per esempio negli Stati Uniti). Dopo un’attenta fase di quattro anni di valutazione avevano potuto aprire il corso di graduate e ora devono aspettare un ulteriore periodo di valutazione per poter aprire il dottorato. E io pensavo a certi atenei di piccoli centri provinciali italiani, non avendo aule, non avendo docenti, non avendo laboratori e non avendo verifica di quanto fanno effettivamente!

Il politecnico quando io sono arrivato ad esserne il rettore, aveva il rapporto più basso in termini di finanziamenti per studente, su tutta Italia, nel 98, quindi dire a me il fatto della non coerenza io mi sono certo battuto per ottenere i finanziamenti dallo stato. Però se puntiamo solo sullo stato, anche basarsi solo sulla didattica mi pare una sciocchezza, perché bisognerebbe valutare come sono preparati quegli studenti, perché può essere che uno studente di un ateneo ne valga cinque di un altro ateneo, in quanto all’incremento di conoscenze rese dall’attività di formazione.

Noi non siamo abituati alla valutazione. Noi italiani dedichiamo un mare di tempo per mettere a punto le virgole, gli aggettivi e i verbi della riforma, fatta in un modo  o nell’altro la riforma non ce ne occupiamo più. Che sia applicata bene oppure male, da modificare o no, non c’è poi nessuna verifica sul suo effettivo funzionamento. Quando ci sono dei colleghi che dicono “aspettiamo, non modifichiamo nulla” io sostengo che, una volta ragionato sulla riforma, bisogna poi andare a operare con modifiche in itinere. Se vedremo necessarie ed auspicabili delle modifiche, le faremo. La riforma ha senso se si ha una grossa uscita alla fine dei tre anni. Se questo succede, allora la riforma ha senso. Questo io lo ho scritto al ministro. Questo è un dato valutabile numericamente ed una possibilità di fare il punto sulla situazione della riforma a breve.