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L'Associazione Universitas-University ha organizzato venerdì 5 luglio 2002, presso il Collegio Città Studi di Milano, un seminario rivolto a giovani che intendono avviarsi alla carriera universitaria. Giancarlo Cesana è stato invitato a partecipare allincontro. Con il consenso degli interessati, riportiamo una breve sintesi degli interventi (non rivisti dagli autori). Milano, 05 luglio 2002 INTRODUZIONE Molti di noi che lavorano in università hanno la sensazione di trovarsi in una situazione in cui linteresse ed il desiderio di costruire con il proprio lavoro sono ostacolati da condizionamenti che paiono "chiudere la libertà". La libertà della ricerca è una dimensione essenziale del nostro lavoro. Il riferimento a questa esperienza può chiarire il punto: un giovane studioso di propria iniziativa redige ed invia un articolo scientifico per un convegno nazionale. Solo in un momento successivo il professore viene a conoscenza dal nostro amico del fatto che questo articolo è stato effettivamente preso in considerazione per lo svolgimento del congresso. È interessante la reazione del professore: <<ma chi ti ha dato il permesso di mandare larticolo?>>. Che cosa si deve tenere presente in una simile situazione? CESANA: Io sono rimasto in università, nella facoltà di medicina. In questa facoltà si aveva lidea che la scienza dovesse essere per il popolo; la scienza era vista come uno strumento per il cambiamento della società, quasi unideologia. In passato non si aveva una grande considerazione per la scienza e la ricerca: cera più stima per la politica che per la scienza. Io inizialmente non avevo proprio nessuna idea di restare in università: volevo fare un lavoro medico-politico. Ma sono stato in università perché mi hanno detto di stare nel clu. Ho iniziato ad appassionarmi alla realtà del particolare e ad apprezzare anche la routine (senza di questo non può nascere un pensiero). Per stare in università devono esserci comunque un motivo ed una occasione concreti. Il sistema di "assunzione" è per cooptazione: non ci si entra senza il placet del professore. Si è valorizzati da chi comanda: cè qualcuno cui si deve rispondere di tutto, di tutto, pure riguardo a ciò in cui si crede; e da questa persona sarete giudicati. Io -nella mia esperienza- non ho mai nascosto quello che ero e ciò che pensavo. Linsieme di questi aspetti è la valutazione per cui si entra o no in università. Allinizio dellavventura laspetto fondamentale è dedicarsi alla ricerca più che insegnare: prima di insegnare bisogna imparare. Teniamo presente che poi più diventi grande, meno fai ricerca. Storicamente, in origine il ricercatore non faceva la didattica, ma poi chiese di poterla fare per poter diventare professore... In America ci sono due distinti "tipi" di università: una dove si fa ricerca e laltra no. Dato che ognuno deve rispondere al suo capo, il punto importante è lutilità. In genere il livello della ricerca è legato al "treno su cui sei" (che dipende dalle persone con cui lavori). Io sono rimasto in università per partecipare ad una amicizia. Lo scopo del lavoro deve avere a che fare con lo scopo della vita, cioè il compito. Lo scopo non è solo coltivare unattrattiva, ma è la coscienza totale del compito. Da questo punto di vista si può allora seguire e valutare ogni attrattiva. Vi è una attrattiva per cui vale la pena di rischiare. Giocano anche un grande ruolo lamicizia e la condizione che sono date per essere più veri nel mondo. Se non è così si entra nella "sindrome universitaria", vale a dire la condanna al successo intellettuale. E, infatti, luniversità è piena di frustrati. Il criterio di valutazione in università è lintelligenza, la capacità intellettuale. Allora bisogna sempre avere uno scopo più grande del proprio lavoro. WIDMER: Pensando alluniversità, sembra quasi di trovarci in un periodo di "crisi" circa il compito e lutilità. Oggi in università manca un orizzonte grande e cè un livello di cultura molto basso. CESANA: Lutilità del lavoro non è soltanto in relazione allo sviluppo del proprio personale interesse o dellinteresse scientifico; cè poi di mezzo tutto. Ci vuole del tempo per costruire, e bisogna sempre partire dal basso. Il lavoro è -per tutti- in qualche modo una lotta. Luniversità è comunque una grande opportunità e cè tanta gente intelligente e dedita ad un contesto stimolante. Il contesto universitario è umanamente il più stimolante. Il fattore decisivo è che cosa compie la nostra vita. Luniversità è la sede dellorgoglio e della presunzione intellettuali, e questo -se ci pensiamo- è drammatico. Il lavoro è la documentazione di quel che si sente come vero: valorizziamo gli aspetti positivi e combattiamo quelli negativi. Di fronte allincertezza ed alla fatica che facciamo, teniamo presente che la vita è una, non è un meccanismo e non va sempre bene. La nostra unica garanzia è il rispetto di noi stessi, la verità di sé: non è il riconoscimento del professore. Se il tuo professore ti toglie il rispetto di te stesso, vai a fare altro. Luniversità è una sfida piena dincertezza, però quando poi si entra è difficile che ti caccino. Nellattività di ricerca si deve andare su un campo nuovo (per cui tu servi), così se il professore non può, vai magari tu al posto suo a parlare al congresso. Nella misura in cui si riesce però, si deve cercare di fare quel che più piace, di coltivare il desiderio che si ha. Che cosa vuol dire dare tutto? Vuol dire lo scopo. Vuol dire il nesso con la nostra storia, che è la linfa che dà la vita; si tratta di fare il lavoro in modo che corrisponda allo scopo di cui sopra (e non preoccupandoti della tua ambizione: se è troppo alta, qualcuno te lo dirà). Il punto della "tutela di sé" è la tua libertà. Caschi il mondo, io lamicizia non la perdo! ______: Qual è lidea della commissione nominata dalla Moratti riguardo al futuro degli "universitari"? CESANA: La battaglia è sullo status giuridico. Si vuole trasformare la figura del ricercatore in un ruolo ad esaurimento: quelli che già ci sono restano, ma in futuro non ce ne saranno più. Riguardo ai professori associati, si mira ad un inquadramento con contratto a tempo determinato (eccezion fatta per alcuni, pochi, che ottengono il posto a vita in seguito ad un concorso nazionale, per i posti definitivi). Tutto questo è per dare una forte autonomia ed una grande differenziazione alle università oltre che per allargare la base del reclutamento. I professori ordinari hanno comunque sempre un concorso nazionale. A stare in università, provateci: perché vale la pena, sia per voi sia per gli altri! |