LE PAROLE DA CUI RIPARTIRE

Relazione introduttiva ai lavori del Seminario di U&U del 5 ottobre 2002 (Milano)

G. La Manna (Bologna)

Dopo i recenti fatti del Meeting di Rimini ed il lavoro svolto nei mesi scorsi, è questo un contributo che - svolgendo il lavoro fatto in modo critico - individua alcuni punti su cui ripartire e che possano essere lo scheletro di un Manifesto/Presa di posizione con cui proporre la ripresa di un lavoro.

Prima di questo è opportuno individuare alcuni rischi, che la associazione corre alla luce degli ultimi avvenimenti, questo per sgomberare il campo da possibili equivoci e da possibili semplificazioni.

Il primo è quello di avvalorare una posizione che sia la difesa dello status quo, una posizione conservatrice e tradizionalista che si viene ad avere quando non si accetta sino in fondo la sfida con la realtà. E’ necessario partire dal fatto che la situazione ante-riforma vede una profonda crisi dell’Università ormai non più in grado di rispondere alle esigenze poste dalla società, L’Università italiana è oggi una struttura poco dinamica e ancorata ad uno statalismo rigido, che fa leva su una concezione di mantenimento dello status quo, che si traduce nel pensiero "questo, sarebbe bello, ma in Italia non funzionerà mai" che è spesso un paravento per oscurare limiti e narcisismi (almeno a Bologna). Un tale sistema è responsabile di una debolezza culturale resa evidente dal laureato medio di oggi.

Il secondo rischio è l’attestarsi sul particolarismo, intendendo così una ristrettezza di giudizio che origina dal concepire U&U non come il luogo in cui si propone la propria situazione, il proprio "caso" come ricchezza nell’ambito di un contesto più ampio, ma come ambito in cui dare sfogo alle personali frustrazioni.

Il terzo rischio è quello di costringere U&U ad una posizione reattiva. Una azione che fosse solo la risposta a temi proposti da altri, e che innanzitutto non ancorasse se stessa a dei riferimenti oggettivi mi pare quantomeno debole culturalmente e priva di prospettive.

Da ultimo credo che il rischio maggiore sia quello che U&U possa esprimere una posizione sterile. Sterile, cioè incapace di incidere nel contesto personale di tutti e votata solo ad obiettivi troppo utopistici per essere realizzabili, faccio riferimento alle "relazioni" istituzionali ed alle proposte politiche.

Detto questo, credo che ci si ponga di fronte una questione fondamentale: da dove ripartire. Io credo da due cose, dal lavoro sin qui svolto (1) e guardando la nostra esperienza di movimento (2).

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(1) Il lavoro sin qui svolto considera due questioni: i documenti di U&U e l’incontro con il Ministro al Meeting.

Il 3+2.

Un giudizio che, a questo punto non può che essere interlocutorio. L’Università viene ad avere una caratterizzazione diversa dal passato, una preoccupazione in più rispetto al modo con cui, in Italia, ha sempre concepito se stessa, l’Università infatti ha sempre avuto l’esigenza di avviare alla conoscenza, dalla quale per responsabilità diretta della persona nasceva una ipotesi di lavoro. Oggi a quella dinamica se ne aggiunge un’altra, l’idea di introdurre direttamente al lavoro. L’Università acquisisce un carattere più direttamente professionalizzante, focalizzato anche alla formazione per lavori di primo livello. In realtà questo carattere era da qualche tempo già stato introdotto in particolare nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia, Medicina Veterinaria, Agraria ed in minor misura anche in altre Facoltà con le esperienze dei Diplomi Universitari. Questo nuovo ruolo dell’Università è in qualche modo in risposta alle esigenze che provengono dal mondo del lavoro, dall’industria dall’assetto sociale odierno. Questa mi pare una sfida da non lasciar cadere. Una sfida che deve essere colta in modo intelligente. Anche solo l’ipotesi che l’università rispondendo ad una necessità di mercato si ponga sul piano di preparare figure ad elevata competenza professionale che, subito dopo la laurea, possano lavorare a me pare una occasione. In questo contesto non ci possiamo nascondere alcuni aspetti negativi. L’aspetto peggiore che caratterizza l’attuale situazione è la rigidità del sistema proposto. Non faccio riferimento al macro-aspetto strutturale legato alla formula del 3+2, ma più semplicemente ad un sistema che per la sua scarsa agilità ha generato mille corsi di laurea tutti diversi e tutti uguali. In primo luogo lauree di primo livello che spesso non individuano una precisa figura professionale o che pur avendola individuata la perseguono con strumenti legislativi inadeguati. Ed in secondo luogo la inapplicabilità del +2 come completamento di un corso di primo livello concepito come professionalizzante. Il +2 rigidamente concepito appare come una integrazione non adeguata a proseguire un corso di studio ideato per realizzare figure pronte per la professione.

I concorsi

L’idea di concorso per cooptazione a tempo determinato per i ruoli intermedi e di ingresso rimane una grande battaglia culturale. E’ importante una semplificazione della procedura con la individuazione di responsabilità certe da attribuire totalmente alla sede dove il vincitore del concorso opererà.

Il valore legale del titolo di studio

L’attribuzione di valore legale al titolo in modo svincolato dal raggiungimento dello scopo, quindi dal giudizio che la comunità civile può dare dell’efficacia di un corso di laurea è un obiettivo importante. Questa esigenza è anch’essa correlata con il carattere fortemente professionalizzante e quindi misurabile, che sta sempre più connotando la preparazione universitaria con il 3+2.

Ultimamente mi pare che la parola chiave di questi pochi punti sia una:

Si tratta dell’AUTONOMIA delle sedi universitarie posta su requisiti minimi che devono essere individuati a livello centrale.

Il tema dell’autonomia apre ad un ripensamento di tutta l’Università.

  • La necessità di una reale diversità dei corsi di laurea e dell’offerta didattica.
  • Una nuova strutturazione degli organi di governo dell’Università (con la possibilità di non coincidenza tra Rettore e Presidente del CDA).
  • Un maggiore legame tra territorio e Università o fra bacino di utenza e sede di formazione.
  • Una rivalutazione della utilità degli organismi centrali come il CUN, il CNSU etc.
  • Nuovi meccanismi di sovvenzionamento della ricerca con ricaduta economica sia per il gruppo di ricerca che per la stessa sede universitaria che abbiano presentato il progetto.

E’ inevitabile che un tale passo, caratterizzato da una reale autonomia con la eliminazione dei meccanismi garantistici, creerà, come risvolto immediato, sedi universitarie di serie A e sedi di serie B. Un tale sviluppo non gestito centralmente potrà costituire un utile stimolo al miglioramento, senza necessariamente fossilizzarsi su discussioni inutili quale quella se sia utile o meno il decentramento e la proliferazione di piccole sedi univeritarie.

(2) Un secondo passaggio importante è quello di riproporci obiettivi guardando la nostra esperienza di movimento.

Mi pare che valga la pena chiederci che cosa ha in testa Giussani quando guarda l’Università. Mi piacerebbe discutere questo, visto che in Università vi ha insegnato per tanti anni. Nell’urgenza del quesito mi sono preso la briga, un po’ per deduzione, più che per memoria diretta, di andarmi a rileggere il testo della lezione magistrale tenuta a Bologna da Lui di fronte al corpo docente ed agli studenti. Lezione che ripropose, come contenuto "Il rischio educativo". Ripeto è certamente arbitrario, ma mi pare che occorra rimettersi in discussione prima di tutto come uomini in relazione alla propria responsabilità.

Di quell’intervento vorrei sottolineare questi punti:

  1. E’ l’educazione che sollecita l’anima a capire ed il cuore a cercare di vivere. L’educazione, se ragionevole, conferma fino alla "certezza" e svolge l’uomo secondo il suo assetto originale. Vale a dire la realtà, realisticamente affrontata, a un certo suo livello sviluppa una trasparenza, una coscienza di sé, tale che essa vige come esperienza dell’io, dice "io": tensione e ricerca di soddisfazione compiuta, di perfezione intera ed introduzione alla realtà totale come coscienza, conoscenza e come amore.
  2. Per dirla in altri termini lo scopo prioritario dell’Università è educare, cioè far emergere l’io di chi insegna e di chi impara. Ma educazione con che finalità?

  3. Il punto è che sia mantenuta aperta la categoria della possibilità. La possibilità dell’esistenza di una risposta, di qualcosa che corrisponda alla natura del mio cuore. L’imperativo "datti ragione di tutto" "sta attento alle ragioni di tutto, che si svela nell’apertura di fronte all’imprevisto, alla possibilità di un punto di fuga. Questa è l’ipotesi di lavoro in Università più interessante che abbia mai potuto immaginare. Ma in che modo?
  4. Attraverso l’uso della ragione. La ragione è lo strumento dell’educazione: ragione come dinamismo irresistibile nell’io umano verso una presa di coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori.
  5. Allora quali sono i valori emergenti in essa e la struttura dei fattori direttamente inerenti al fenomeno educativo: innanzitutto una posizione adeguata di fronte al passato, cioè l’attenzione di fronte alla testimonianza del passato, la tradizione, comunicata dentro il vissuto presente secondo un criterio di corrispondenza, un giudizio, si tratta di una educazione alla critica, non come dubbio, ma come esigenza di verità.
  6. Infine sono due le ultime parole importanti nell’educazione: libertà e autorità. La libertà di aderire di fronte a qualcosa, che percepisco come vibrante perché presentatomi in modo tale, con tale autorevolezza, che anch’io ne possa dare "ora" il mio giudizio libero. Una singolare concentrazione sulla dignità dell’uomo.

Come conclusione credo occorra tenere presente un criterio fondamentale che, come riscoperta nella tradizione della Chiesa, ha contraddistinto l’approccio di una posizione autentica. Occorre ripartire da una sussidiarietà in Università. Avere una finalità nelle cose in cui, nel pensare a come l’Università debba strutturarsi, debba organizzarsi e debba operare, si abbiano a cuore punti di riferimento che sempre più favoriscano un rapporto diretto di docenti e studenti con la propria realtà e che tendano a porre responsabilità oggettive delle persone a scapito della ricerca di sistemi perfetti. Questa posizione, anche se lentamente, penso che aiuti il lavoro e la responsabilità di quei pochi, tra cui moltissimi di noi, che riconoscendo se stessi in movimento e dentro a rapporti autentici e leali, rischieranno una posizione di responsabilità oggettiva nel proprio lavoro. Questa mi pare l’unica ipotesi seria di cambiamento per l’Università.