PER UN'UNIVERSITA' VIVA!
Atti del Convegno nazionale organizzato dall'associazione Universitas-University in collaborazione con CEUR
25 ottobre 2003, Sala congressi ISU, via Clericetti 2, Città Studi, Milano
L’Università e la formazione degli insegnanti
Onorato Grassi
Recenti
inchieste apparse sulla stampa
quotidiana sulla figura e la formazione dell’insegnante universitario
hanno forse alimentato un’attesa che questo mio intervento non potrà
soddisfare. Non certo perché il tema non sia di rilievo e non necessiti di
essere trattato, ma perché, come gli organizzatori mi avevano richiesto di
fare, indirizzerei queste riflessioni su un altro aspetto della formazione,
quello degli insegnanti della scuola, che potrà presentare per l’università
e per la scuola stessa importanti novità nell’immediato futuro. Tra
l’altro, credo che questa sia una delle rare occasioni in cui il problema
viene trattato in un confronto pubblico e aperto.
Con
la legge 53/03 si prevede infatti, all’art. 5, un iter della formazione
iniziale, in ingresso e in servizio degli insegnanti di ogni ordine di scuola
differente da quello in uso; un iter che vedrà le università maggiormente
protagoniste del processo di formazione, con rilevanti ricadute sui corsi di
studio, in particolare di quelli di secondo livello o specialistici.
Risulta
abbastanza evidente nel citato art. 5 l’intenzione del legislatore di superare
usuali forme di reclutamento, quali i concorsi o le graduatorie, per instaurare
un sistema più lineare e programmato, attraverso il quale giungere a formare
insegnanti in un tempo ragionevole, evitando ritardi eccessivi – la media
dell’entrata in ruolo degli insegnanti in Italia è fra le più alte, se non
la più alta, in Europa – e dispendio di energie e di risorse.
La
discussione intorno a questo problema ha inoltre evidenziato due aspetti, a mio
avviso positivi, che riguardano il rapporto fra università e scuola, un
rapporto spesso dimenticato o non tematizzato in misura sufficiente, eppure
fondamentale per l’università. Basterebbe pensare al livello medio di
preparazione con il quale uno studente accede oggi agli studi universitari per
avvertire i benefici che una formazione scolastica diversa potrebbe arrecare. E
siccome chi forma bambini e bambine, ragazzi e ragazze è stato a sua volta
studente e si è formato nella scuola e nell’università, può risultare
chiaro a tutti che, intervenendo con un incremento positivo nel circolo della
formazione si può produrre un miglioramento a catena, sempre più
generalizzato.
Ma
ancor più radicalmente, se vogliamo uscire da una logica
organizzativo-amministrativa, il problema della formazione degli insegnanti pone
al centro la questione dell’educazione e del ruolo che in questo campo può e
deve avere l’università. Domande come: “E’ possibile educare ?”,
“Come e perché educare?”, “A che cosa educare ?”, diventano inevitabili
se non si vuole nascondere la testa nella sabbia di disquisizioni sulle
metodiche, le tecniche, gli strumenti della formazione. E l’università, che
è il luogo in una società ove le questioni debbono essere poste e affrontate,
con rigore e sistematicità, non può sottrarsi dal trattare e rispondere a
queste domande.
La
formazione degli insegnanti pone dunque la questione dell’educazione, e questa
rilancia il rapporto fra università e scuola. Un rapporto che, in senso più
specifico, potrà dimostrarsi interessante, sotto due aspetti.
Il
primo aspetto è certamente quello di avvicinare l’insegnamento alla ricerca;
ciò vale per i livelli primari e elementari, ma vale soprattutto per quelli
della scuola secondaria, ove l’insegnamento per materie non può che trarre
giovamento ed essere arricchito dal contatto con i risultati di una ricerca
aggiornata, senza insistere per anni sulle sole conoscenze acquisite negli anni
dei propri studi universitari, se non addirittura liceali.
Il
secondo aspetto è, per altro verso, quello di avvicinare la ricerca
all’insegnamento, in modo tale che la formazione universitaria sia
caratterizzata da una intenzionalità verso la comunicazione del sapere e la sua
trasmissione attraverso i modi e le forme dell’apprendimento. Questo impegno
non necessariamente si presenta e rivela come ulteriore carico di lavoro o
distrazione dal compito specifico dello studio e della riflessione, ma potrebbe
addirittura essere loro di beneficio e di incremento.
Se
questi sono gli elementi di contorno, la problematica vera è però a mio
sommesso avviso un’altra. E cioè se l’università, chiamata a formare e
abilitare i futuri insegnanti, debba assumersi questo compito individuando
canali appositi per la formazione oppure vi possa contribuire con quello che
essa è, attraverso le sue strutture e corsi di studi, eventualmente arricchiti
e ampliati.
E’
noto che una certa interpretazione dell’art. 5 aveva fatto pensare ad una
formazione all’insegnamento che doveva essere raggiunta attraverso canali
specifici e distinti di formazione. E’ un’ipotesi che, a mio avviso, non è
ancora del tutto tramontata. Tuttavia il legislatore, se vorrà tener conto del
dibattito che è avvenuto intorno a questo problema, potrà prendere una strada
decisamente diversa, rispettando la natura dell’università e non adottando
misure che, rendendola in parte una agenzia o una scuola di formazione,
finirebbero in breve tempo per mutarne la fisionomia. Nuocendo anche, in modo
grave, alla formazione e alla preparazione dei futuri insegnanti.
Sarebbe
un errore pensare di utilizzare l’università per provvedere ad una esigenza
della scuola senza realizzare un proficuo incontro far queste due realtà.
L’università non può essere presa in prestito, né tantomeno può diventare
territorio di “esperti” della formazione, che pretendessero di spostarne il
baricentro e di stravolgerne la natura specifica.
Detto
questo, si può tentare di analizzare in concreto i passi compiuti e quelli che
dovranno essere fatti per l’attuazione dell’articolo 5.
Qualche
tempo fa ci si poteva trovare dinanzi a due forti richieste. La prima, di
carattere culturale, potrebbe essere definita come la “pedagogizzazione”
della formazione degli insegnanti: l’insistenza su formule come “saper
insegnare” miravano certamente a ricondurre la formazione degli insegnanti in
un alveo fortemente pedagogico, al privilegio dei metodi sui contenuti, alla
abolizione del valore specifico delle discipline, alla preparazione di soggetti
capaci di genstire strutture e situazioni, sul versante psicologico,
sociologico, persino gestionale. La seconda richiesta, di stampo organizzativo,
mirava invece alla trsmigrazione delle SiSS in università, affidando ad esse il
compito della formazione, come strutture ultimamente autonome e indipendenti,
sebbene inserite nella struttura universitaria. Credo si possa dire che questi
due tipi di prospettiva siano state alquanto ridimensionate, pur non essendo
affatto scomparse.
Vi
sono infatti alcuni elementi che suggeriscono questa interpretazione.
In
primo luogo l’abbandono dell’idea di un unico percorso di cinque anni per la
formazione degli insegnanti, in favore del modello comune (3+2) e
dell’attribuzione dei compiti di formazione alle lauree specialistiche.
Il
secondo luogo, il riconosciuto ruolo delle facoltà, che rimangono lo strumento
didattico fondamentale fino alla laurea, e non devono dividere la loro funzione
con altre strutture, quali ad esempio la “Struttura didattica di ateneo”,
preposta invece ai tirocini e alla formazione in ingresso e alla formazione in
servizio.
In
terzo luogo il definitivo abbandono di un unica laurea specialistica per
l’insegnamento, intesa come grande contenitore della formazione nei diversi
campi e discipline.
Tutavia
i problemi si riprensentano non appena si passi a considerare le possibilità
della formazione che le facoltà devono proporre e garantire mediante le lauree
specialistiche. Se minori problemi si presentano per quanto concerne la
formazione di insegnanti dei primi livelli (scuola dell’infanzia e scuola
elementare) – credo si possano raccogliere intorno a due capi: la distinzione
o la unificazione della laurea specialistica per le materne e le elementari;
l’uso articolato dei due anni della specialistica, con una forte componente di
tirocinio, per abbreviare il tempo dell’entrata in ruolo delle maestre -,
maggiori difficoltà si presentano per la formazione degli insegnanti della
scuola media e delle superiori, ove la specifica competenza disciplinare è più
rilevante e determinante.
Al
proposito sembrano due le ipotesi in discussione: la prima vedrebbe la
costituzione di lauree specialistiche appositamente destinate e finalizzate alla
formazione degli insegnanti, poste accanto alle altre lauree specialistiche e
istituite dalla Facoltà o anche da più Facoltà, delle stesso Ateneo, o
addirittura di Atenei diversi; la seconda vorrebbe invece che la formazione
degli insegnanti avvenisse all’interno delle lauree specialistiche cosiddette
disciplinare, attraverso curricula specifici o indirizzi particolari.
L’alternativa non è di poco conto e può condurre in poco tempo a situazione
estremamente diverse e distanti. Personalmente sarei favorevole alla seconda
ipotesi, preferendo a esigenze di carattere amministrativo e organizzativo una
dicisa motivazione di carattere culturale e scientifico. In questa ipotesi
sarebbe infatti possibile garantire la omogeneità di un Percorso culturale e
professionale dell’insegnante, anche in previsione delle classi di
abilitazione, ma all’interno di un contesto culturale, disciplinare e
scientifico consistente e ampio, non finalizzato esclusivamente
all’insegnamento e fortemente correlato con il livello della ricerca su
specifici campi disciplinari. Tra l’altro non sarebbe difficile realizzare,
all’internop di corsi di studio così concepiti, le prove di selezione fino al
raggiungimento dell’abilitazione che la legge 53 richiede. Sarebbe importante
e interessante che su questa alternativa il dibattito fosse più vivo e serrato
di quanto sia stato finora, in modo che le ragioni addotte dalle varie parte
potessero essere espresse e confrontate. Sarebbe inoltre importante valutare
come una scelta, a livello legislativo, non rigida, ma flessibile, possa tener
conto delle molteplici variabili che il problema presenta e consientire una
crescita e un cambiamento più equilibrato e consistente.
Oltre
a quanto detto, vi è una serie di problemi che andrebbero affrontati. I
principali, a mio avviso, sono i seguenti.
Primo:
una troppo rigida programmazione si scontrerebbe con difficoltà pratiche
notevoli e potrebbe introdurre rigidezze troppo forti, che si riverserebbero sul
reclutamento degli insegnanti. Se il numero programmato all’inizio della
laurea specialistica può consentire uno sviluppo organico e lineare della
carriera – la meta è quella dichiarata di fare entrare in ruolo gli
insegnanti verso i venticinque/ventisei anni -, la natura e la misura di tale
programmazione pone evidenti dubbi sulla sua applicabilità, non solo per le
difficoltà di previsione dei posti disponibili nella scuola, ma anche per le
limitazioni che essa imporrebbe, sia per le personali aspirazioni sia per la
distribuzione del personale.
Inoltre,
una rigida programmazione potrebbe risultare un grave ostacolo
all’applicazione del sistema scolastico varato con la legge sul “Sistema
nazionale di istruzione e formazione”, che prevede le scuole paritarie, in
quanto la libertà di scelta degli insegnanti - prerogativa fondamentale di
queste scuole – potrebbe venir compromessa dall’esiguo numero di possibilità
offerte.
In
generale, un sistema che preveda un ampio numero di abilitati – superando così
l’idea di: un abilitato ogni posto di insegnamento – e la chiamata diretta
da parte delle scuole – senza graduatorie o concorsi – per la formazione in
ingresso (i due anni di contratto di formazione) potrebbe essere un’ipotesi da
vagliare, non tanto per il suo valore, che sembra in gran parte riconosciuto,
quanto per la sua applicabilità, soprattutto in una situazione come quella
italiana.
Secondo:
la riforma della formazione si congiunge ad altri cambiamenti, quali in
particolare la riforma dello stato giuridico del docente e l’accorpamento
delle classi di concorso per l’insegnamento, che, da quanto si sente dire,
sarebbero ridotte di quasi la metà delle attuali.
Terzo:
infine, la transizione dall’attuale sistema a quello che sarà proposto dovrà
essere seguita con estrema cura, sia perché non vengano compiute ingiustizie
nei confronti delle generazioni che possono risultare troppo giovani per essere
già nella scuola e troppo vecchie per entrare nel nuovo sistema, sia perché
spinte corporative, che in gran parte hanno condizionato il mondo della scuola,
non finiscano per creare il solito pasticcio, alterando il quadro predisposto.
Al
di là di queste ultime considerazioni, la questione principale rimane quella
del “quadro” normativo e delle linee che verranno tracciate nei primi
decreti e in quelli successivi, più specifici e applicativi.