UNIVERSITAS: VERSO L’UNO

Venerdì, 27 agosto 2004, ore 15.00

 

 

Giancarlo Cesana, di Comunione e Liberazione, Professore di Medicina del Lavoro presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca.

 

Nikolaus Lobkowicz, Direttore del Centro Studi sull’Europa dell’Est e sulla Mitteleuropea.

 

Moderatore

Daniele Bassi, Università degli Studi di Milano, Presidente di “Universitas-University”.

 

 

 

Giancarlo Cesana:

Nell’università moderna, nella cosiddetta università di massa, quello di cui ha parlato il professor Lobkowicz non c’è più. L’unità del sapere - un sapere che tenda verso la scoperta del significato della vita, verso l’uno - e l’esperienza dell’universalità del sapere non ci sono più; o meglio, non sono un problema. Per la maggioranza dei miei colleghi le domande di cui parlava il professor Lobkowicz sono domande inesistenti, o comunque non rilevanti né per sé, né per i propri studenti. La ragione per cui l’esperienza dell’unità del sapere è diventata così difficile, secondo me, è che non si sa più che il senso, il significato della vita, non è una definizione, ma una compagnia. Questo è il cristianesimo. É impossibile un’unità del sapere, cioè l’esperienza che ciò che si sa conduca verso il senso della vita, se non in una compagnia. Quello di cui noi abbiamo bisogno infatti non è il giudizio sulle cose, ma il giudizio su di noi. Così diventa vero quello che ha detto Pigi Bernareggi: «Il sapere di oggi è sapere sempre di più del meno, fino a sapere tutto del nulla». È la cultura specialistica, per cui l’università oscilla da ambito di formazione superiore ad ambito di formazione generale. Formazione superiore significa preparazione professionale, superiore, cioè più di quello che dà la scuola media. Nei casi migliori, tale formazione è istituzionale, cioè serve a introdurre ai livelli più elevati; nei casi peggiori e più diffusi, è generica.

L’esempio, il modello più noto è il College americano, a cui tutte le università - inclusa, da ultima, quella italiana che, per la nostra tradizione, è stata la più resistente - si sono praticamente conformate. Il College non è solo un sistema di comunicazione del sapere e di apprendimento, ma è un vero e proprio sistema di vita. È un ambito in cui lo studente comincia a essere indipendente, a fare - per così dire - l’adulto.

Gli universitari italiani avevano come caratteristica fondamentale quella di entrare nel mondo del lavoro a un’età più elevata rispetto ai colleghi europei, perché il tempo della laurea era alquanto lungo. Così, per abbreviare il percorso di preparazione universitaria e anche i tempi di inserimento nel mondo del lavoro, si è pensato al sistema del 3+2. Per quanto riguarda l’esperienza italiana, non si tratta affatto di un abbreviamento dei tempi di formazione, ma di un allungamento perché quella che è la formazione universitaria che adesso si prevede di dare nel 3, più o meno corrisponde alla formazione che, una volta, era della media superiore. Il problema giovanile sta proprio qui: i giovani vengono tenuti in bambagia fino ad una età troppo avanzata e, così, esplodono perché la nostra società non ha una proposta da fare loro. Tutto è dentro un gesto: come il sapere, il significato, non è una definizione ; così l’educazione non è un discorso, ma una proposta di coinvolgimento. Il problema crescente della violenza nelle scuole medie, fenomeno che si sta verificando anche tra di noi, suggerisce che non si può tenere i ragazzi per tanti anni senza niente, per di più nel periodo in cui la struttura fisica corrisponde di più all’energia del desiderio. La nostra è diventata un’università di massa, con dei livelli di educazione apparentemente più diffusi: se vado a vedere quanti sono gli anni di scuola che ha fatto la gente in questi ultimi tempi, trovo che sono molti di più rispetto a quelli passati. Ma non si arrivati propriamente a un’educazione, ma a una formazione generica a basso livello che, tra l’altro, deve costare poco e non impegna granché. Appunto, si parla di parcheggio: l’università è tale. Il problema dell’educazione subentra ai livelli superiori, dove si realizza effettivamente la formazione di élite, che sono i livelli universitari più alti o addirittura, ormai, post-universitari: qui il problema dell’unità del sapere si ripropone in modo alterato perché si pensa che l’unica  unità del sapere sia quella scientifica. Noi invece sappiamo benissimo che non è così, perché è importante sapere che tua moglie ti ama, anche se questo non è un dato scientifico; è importante sapere qual è il senso della vita, anche se questo non è un dato scientifico. Su simili questioni che riguardano tutti - sull’amore, sull’affezione, sul valore della vita - ci si uccide, o ci si vuole bene. È più difficile uccidersi su una formula di matematica o su una legge della fisica. Comunque, è già stato detto per cui non mi soffermo, è veramente grave ,veramente impressionante che, tanto si persegue un metodo preciso per fare gli esperimenti, quanto si lascia senza metodo e senza indicazione il fare esperienza. Fare esperienza significa, come diceva San Paolo, vagliare tutto e trattenere ciò che vale. E questo è abbandonato a noi, la cui esperienza sembra non avere valore alcuno se non per chi la fa, ma questo è assurdo, è contrario alla natura umana, cioè a quello che ci aspettiamo dalla vita, da chi è più grande di noi. Così, è altrettanto impossibile una dedizione alla scienza e alla conoscenza senza ammettere un ordine che, in qualche modo, ne garantisca i risultati e, quindi, senza l’opzione non scientifica per il riconoscimento di tale ordine. Kock, per potersi dedicare alla scoperta del bacillo della tubercolosi, cercandolo al microscopio senza trovarlo per lungo tempo, doveva ammettere che c’era questo bacillo; che c’era la tubercolosi; che il bacillo provocava la tubercolosi e che, se lui lo avesse individuato, avrebbe potuto individuare la causa della tubercolosi e curarla.

In università c’è ancora un’opportunità che si chiama libertà di ricerca e libertà di insegnamento: se è vero che questa libertà di ricerca e di insegnamento può condurre a eccessi fortemente negativi, soprattutto oggi (basti pensare a tutto il problema connesso con la clonazione, in merito al quale il Papa, nel messaggio al Meeting di quest’anno, ha scritto tutta la sua preoccupazione); tuttavia tale libertà, opportunamente utilizzata, può permettere la reintroduzione dell’unità del sapere che, oggi, è emarginata e dimenticata. Unità del sapere: non, innanzitutto, come teoria, ma come rapporto tra maestro e allievo. Lo ripeto: come compagnia. Quello che noi dobbiamo volere di più in università è che sia possibile questa compagnia di ricerca, a riguardo della conoscenza e del giudizio su di noi. Dentro una compagnia si può acquisire il senso della vita perché in un rapporto vero tra maestro e allievo, ciò che si comunica non è solo la conoscenza scientifica, ma anche il presupposto della vita, lo scopo della vita. In questo modo, il rapporto diventa fecondo; è fattore di conquista continua dell’unità di sé. Concludendo, perché ci sia libertà e una cultura forte, è necessaria una esperienza umana forte e una esperienza umana di significato. Cioè è necessaria una compagnia di uomini forti, capaci di giudicare se stessi e la realtà, altrimenti la cultura e la scienza non nascono.