UNIVERSITAS: VERSO L’UNO
Giancarlo Cesana, di
Comunione e Liberazione, Professore di Medicina del Lavoro presso l’Università
degli Studi di Milano Bicocca.
Nikolaus Lobkowicz,
Direttore del Centro Studi sull’Europa dell’Est e sulla Mitteleuropea.
Moderatore
Daniele Bassi, Università
degli Studi di Milano, Presidente di “Universitas-University”.
Giancarlo Cesana:
Nell’università moderna,
nella cosiddetta università di massa, quello di cui ha parlato il professor
Lobkowicz non c’è più. L’unità del sapere - un sapere che tenda verso la
scoperta del significato della vita, verso l’uno - e l’esperienza
dell’universalità del sapere non ci sono più; o meglio, non sono un problema.
Per la maggioranza dei miei colleghi le domande di cui parlava il professor
Lobkowicz sono domande inesistenti, o comunque non rilevanti né per sé, né per
i propri studenti. La ragione per cui l’esperienza dell’unità del sapere è
diventata così difficile, secondo me, è che non si sa più che il senso, il
significato della vita, non è una definizione, ma una compagnia. Questo è il
cristianesimo. É impossibile un’unità del sapere, cioè l’esperienza che ciò che
si sa conduca verso il senso della vita, se non in una compagnia. Quello di cui
noi abbiamo bisogno infatti non è il giudizio sulle cose, ma il giudizio su di
noi. Così diventa vero quello che ha detto Pigi Bernareggi: «Il sapere di oggi
è sapere sempre di più del meno, fino a sapere tutto del nulla». È la cultura
specialistica, per cui l’università oscilla da ambito di formazione superiore
ad ambito di formazione generale. Formazione superiore significa preparazione
professionale, superiore, cioè più di quello che dà la scuola media. Nei casi
migliori, tale formazione è istituzionale, cioè serve a introdurre ai livelli
più elevati; nei casi peggiori e più diffusi, è generica.
L’esempio, il modello più
noto è il College americano, a cui tutte le università - inclusa, da ultima,
quella italiana che, per la nostra tradizione, è stata la più resistente - si
sono praticamente conformate. Il College non è solo un sistema di comunicazione
del sapere e di apprendimento, ma è un vero e proprio sistema di vita. È un
ambito in cui lo studente comincia a essere indipendente, a fare - per così
dire - l’adulto.
Gli universitari italiani
avevano come caratteristica fondamentale quella di entrare nel mondo del lavoro
a un’età più elevata rispetto ai colleghi europei, perché il tempo della laurea
era alquanto lungo. Così, per abbreviare il percorso di preparazione universitaria
e anche i tempi di inserimento nel mondo del lavoro, si è pensato al sistema
del 3+2. Per quanto riguarda l’esperienza italiana, non si tratta affatto di un
abbreviamento dei tempi di formazione, ma di un allungamento perché quella che
è la formazione universitaria che adesso si prevede di dare nel 3, più o meno
corrisponde alla formazione che, una volta, era della media superiore. Il
problema giovanile sta proprio qui: i giovani vengono tenuti in bambagia fino
ad una età troppo avanzata e, così, esplodono perché la nostra società non ha
una proposta da fare loro. Tutto è dentro un gesto: come il sapere, il
significato, non è una definizione ; così l’educazione non è un discorso, ma
una proposta di coinvolgimento. Il problema crescente della violenza nelle
scuole medie, fenomeno che si sta verificando anche tra di noi, suggerisce che
non si può tenere i ragazzi per tanti anni senza niente, per di più nel periodo
in cui la struttura fisica corrisponde di più all’energia del desiderio. La
nostra è diventata un’università di massa, con dei livelli di educazione
apparentemente più diffusi: se vado a vedere quanti sono gli anni di scuola che
ha fatto la gente in questi ultimi tempi, trovo che sono molti di più rispetto
a quelli passati. Ma non si arrivati propriamente a un’educazione, ma a una
formazione generica a basso livello che, tra l’altro, deve costare poco e non
impegna granché. Appunto, si parla di parcheggio: l’università è tale. Il
problema dell’educazione subentra ai livelli superiori, dove si realizza
effettivamente la formazione di élite, che sono i livelli universitari più alti
o addirittura, ormai, post-universitari: qui il problema dell’unità del sapere
si ripropone in modo alterato perché si pensa che l’unica unità del sapere sia quella scientifica. Noi
invece sappiamo benissimo che non è così, perché è importante sapere che tua
moglie ti ama, anche se questo non è un dato scientifico; è importante sapere
qual è il senso della vita, anche se questo non è un dato scientifico. Su
simili questioni che riguardano tutti - sull’amore, sull’affezione, sul valore
della vita - ci si uccide, o ci si vuole bene. È più difficile uccidersi su una
formula di matematica o su una legge della fisica. Comunque, è già stato detto
per cui non mi soffermo, è veramente grave ,veramente impressionante che, tanto
si persegue un metodo preciso per fare gli esperimenti, quanto si lascia senza
metodo e senza indicazione il fare esperienza. Fare esperienza significa, come
diceva San Paolo, vagliare tutto e trattenere ciò che vale. E questo è
abbandonato a noi, la cui esperienza sembra non avere valore alcuno se non per
chi la fa, ma questo è assurdo, è contrario alla natura umana, cioè a quello
che ci aspettiamo dalla vita, da chi è più grande di noi. Così, è altrettanto
impossibile una dedizione alla scienza e alla conoscenza senza ammettere un
ordine che, in qualche modo, ne garantisca i risultati e, quindi, senza
l’opzione non scientifica per il riconoscimento di tale ordine. Kock, per
potersi dedicare alla scoperta del bacillo della tubercolosi, cercandolo al
microscopio senza trovarlo per lungo tempo, doveva ammettere che c’era questo
bacillo; che c’era la tubercolosi; che il bacillo provocava la tubercolosi e
che, se lui lo avesse individuato, avrebbe potuto individuare la causa della
tubercolosi e curarla.
In università c’è ancora
un’opportunità che si chiama libertà di ricerca e libertà di insegnamento: se è
vero che questa libertà di ricerca e di insegnamento può condurre a eccessi
fortemente negativi, soprattutto oggi (basti pensare a tutto il problema
connesso con la clonazione, in merito al quale il Papa, nel messaggio al
Meeting di quest’anno, ha scritto tutta la sua preoccupazione); tuttavia tale
libertà, opportunamente utilizzata, può permettere la reintroduzione dell’unità
del sapere che, oggi, è emarginata e dimenticata. Unità del sapere: non,
innanzitutto, come teoria, ma come rapporto tra maestro e allievo. Lo ripeto:
come compagnia. Quello che noi dobbiamo volere di più in università è che sia
possibile questa compagnia di ricerca, a riguardo della conoscenza e del
giudizio su di noi. Dentro una compagnia si può acquisire il senso della vita
perché in un rapporto vero tra maestro e allievo, ciò che si comunica non è
solo la conoscenza scientifica, ma anche il presupposto della vita, lo scopo
della vita. In questo modo, il rapporto diventa fecondo; è fattore di conquista
continua dell’unità di sé. Concludendo, perché ci sia libertà e una cultura
forte, è necessaria una esperienza umana forte e una esperienza umana di
significato. Cioè è necessaria una compagnia di uomini forti, capaci di
giudicare se stessi e la realtà, altrimenti la cultura e la scienza non
nascono.